
Eh, sì! Quando ero studente io, se prendevo 4 era colpa mia.
Adesso sono un insegnante, e per un 4 è ancora colpa mia...
sabato 11 luglio 2009
Quando ero studente...
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giovedì 9 luglio 2009
I tarantini alla Guerra di Spagna
Articolo tratto dal Corriere del Giorno di Sabato 20 giugno 2009 pagina 30
I tarantini alla Guerra di Spagna
Non furono pochi i volontari che si unirono alle forze repubblicane contro i ribelli nazionalisti
di MARIO GIANFRATE
Alla guerra civile spagnola - conclusasi nell'aprile del 1939 - la Puglia offre un congruo numero di volontari accorsi nella Penisola Iberica per sostenere le forze repubblicane contro i ribelli nazionalisti del generale Franco. I "Nacionales" - che godono dell'appoggio, oltre che dell'esercito e della chiesa cattolica, anche della Germania hitleriana e dell'Italia - sono insorti per rovesciare il legittimo Governo delle sinistre, democraticamente eletto dal popolo.
Dalla provincia jonica, in particolare, a combattere per la libertà giungono in Spagna alcuni volontari: Cosimo Aloisio, un imprenditore edile di Mottola, che sarà successivamente arrestato in Germania per la sua partecipazione alla lotta antifranchista; Domenico Notaristefano, un anarchico di Massafra già espatriato clandestinamente in Francia dopo l'istituzione delle leggi speciali da parte di Mussolini, tendenti a soffocare ogni opposizione al regime fascista.
Comandante della 22^ Brigata mista, il Notaristefano cadrà ad Alfambra, sul fronte del Teruel, il 27 aprile 1937: C'è poi Marco Siciliano, marittimo di Taranto proveniente dall'Unione Sovietica, che entra a far parte del reparto Carri d'Assalto.
Combatte a Cerro de Los Angelès, Pozuelo, Boadilla, Mirabueno e Arganda dove rimane ucciso nel corso di una cruenta battaglia, l'11 febbraio del '37.
Singolare e significativa è la vicenda umana e politica di Gregorio D'Amicis - o De Amicis - di Manduria. Scarne notizie biografiche desunte da una pubblicazione degli Archivi Centrali dello Stato - "Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Puglia", a cura di Katia Massara, Roma 1991 - ci consentono consentono di stabilire che il D'Amicis è nato nella cittadina jonica il 9 aprile 1902 da Salvatore e Pisano Crocifissa; che è coniugato con quattro figli e che, nel periodo in cui risiede a Manduria
esercita il mestiere di "contadino-aggiustatore meccanico". Iscritto insieme ai fratelli Carmelo e Vito alla locale sezione socialista, per sottrarsi al controllo e alle angherie fasciste, soprattutto dopo l'istituzione del Tribunale Speciale, nel 1929 emigra anch'egli furtivamente in Francia, meta di buona parte dei fuoriusciti italiani.
E' proprio il '29 l'anno della fuga avventurosa dal confino di Lipari di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti. Il D'Amicis giunge in Spagna nel settembre 1936 e si arruola nella Colonna Italiana. Passato successivamente al Battaglione Matteotti, si distingue per il suo coraggio rimanendo ferito per ben tre volte. Con la sconfitta delle forze repubblicane, il 28 novembre 1939 è internato nel campo di concentramento di Argèles sur Mer. Trasferito il 4 febbraio 1941 a Vernet è consegnato alla polizia italiana al confine di Mentone. Il Tribunale Speciale di Taranto, dove viene sottoposto a processo per la sua attività sovversiva contro i poteri dello Stato, lo condanna a cinque anni di confino a Ventotene, l'isola nella quale è recluso, tra gli altri, Sandro Pertini. Liberato nell'agosto del 1943 in seguito alla caduta di Mussolini, lo spirito non fiaccato dalle sofferenze e dai sacrifici lo spinge a proseguire
nella lotta contro il nazifascismo, per la libertà dalla dittatura e dall'occupazione tedesca. Ritroviamo, infatti, Gregorio D'Amicis tra la popolazione insorta nelle gloriose "quattro giornate” di Napoli.
LE FOTO tratte dal libro “Dalla guerra alla pace. Il 900 visto con l'obiettivo di Noè Trevisani”, descrivono le gesta del contingente italiano che affiancò i nazionalisti.
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martedì 7 luglio 2009
Le 'norie', reperti dell'ingegneria contadina

Articolo tratto dal Corriere del Giorno di sabato 30 maggio 2009, pagina 30
Salviamo le 'norie', reperti dell'ingegneria contadina
di MARIO SPINISA
Si moltiplicano, fermentano e producono le attività del “Comitato per la qualità della vita”. Nel suo progetto “Pietre di città” Carmine Carlucci, l’indefesso coordinatore, aggiunge, con gradimento generale, il ripristino delle norie, cioè delle ngegne, dimenticate e abbandonate, anche oltraggiate dall’uso improprio per fini obliqui. Vogliamo il turismo? Ma chi lo dice negli ultimi tempi?
Siamo senza scrupoli quando imboniamo chi ci ascolta con programmi
ipocriti e senza senso, privi di conoscenze e di dignità. Questi complessi agricoli, strumenti di lavoro per l’emungimento dell’acqua dalle falde sotterranee, ci sono ancora, ma come residui architettonici e cimeli del tempo che fu. Ormai è competenza dell’archeologia recuperarli e metterli in mostra, per non dimenticare.
Allora, che fare? Una voce contadina grida dalla profondità della terra: “Mòrunu mo ti ruzza nfaccia a ssoli cuenzu e ialetti, sciulu e rutieddu” perché “lu funnu ti la ingegna è fattu siccu, li veni honu cicatu intr alla creta”.
Questo marchingegno ha risolto i problemi dell’agricoltura per tanto tempo, in passato, offrendo l’acqua alle colture assetate.
Nei campi risuonava il cigolio delle “ialette”, i secchi metallici (ancor prima di creta) semicilindrici, collegati ad una catena, “lu cuenzu”. Al cigolìo si aggiungeva lo stridere dell’asse orizzontale, “lu spitu”, che muoveva con regolarità la “rota ti l’acqua” collegata alla catena dei secchi, e l’altra al cono dentato, “lu rutieddu”, capovolto, con “la mascènnula”, terminale dell’asse verticale per la rotazione. Completava la musica il raglio scoppientante e lamentoso del tirante, l’asino (o il mulo), costretto a girare bendato”sott allantu”, sulla pista ombreggiata dal gigante della campagna, l’albero di “ciosi”, i gelsi nostrani, bianchi e neri, ossia “pizzicafuèrbici” dal sapore afrodisiaco. Quell’acqua, attinta con tanto amore e smaccata fiducia, veniva spruzzata su “lu ballaturu” grazie alle fascine di “salamienti” incastrate nella ruota “ti l’acqua” e poi lasciata scorrere “intr allu palamientu”, la cisterna dell’acqua, quale deposito anche multiuso. Ci ricordiamo infatti dei versi di quel poeta nostrano che scriveva: “Saponi, non si ni usa a stu paisi? / Saponi?... cce saponi?... La ingegna! tissi…”
Il che equivaleva alla soluzione più naturale ed a portata di mano per restare freschi e puliti d’estate. Dalla cisterna l’acqua passava alla “piledda” di contenimento e di calibraggio per il necessario deflusso nel solco dei canaletti in conci di tufo allineati
con la giusta pendenza sugli archetti romani fino al punto più elevato del campo e dei solchi delle colture (“pummitori”, “marangiani”, “nzalata”, “pagghiotti”, “citrulli”, “piparuli”, etc. etc.). Accanto all’impianto meccanico si costruiva immancabilmente “lu ricuparu”, cioè un locale con volta a botte adibito a stalla e a magazzino. Un albero di “ciosi” generoso di frutti e di ombra, dominava il tutto con la sua chioma folta, gigante, visibile a distanza, quasi a segnare la fertilità e l’abbondanza. Non si può ignorare l’importanza storica e linguistica oltre che paesaggistica della “ngegna”. L’appello del Cqv , ci trova disponibili proprio per questi motivi. Se vi sarà impegno disinteressato, l’opera di chi offrirà il suo tempo libero per una iniziativa tanto lodevole sarà coronata da meritato successo. L’appello è rivolto innanzitutto ai proprietari di questi complessi, perché non li distruggano definitivamente.
Dovrà ovviamente seguire un programma di restauri oculato e aperto all’offerta delle risorse necessarie. In ogni caso si vuole ripristinare qualcosa che ci riporti a quei tempi e diventi attrattiva interessante dal punto di vista storico e turistico. Chi attraversa le nostre strade e guarda i campi non può esimersi dalle riflessioni sul paesaggio mutato, che pur lascia intravedere il passato dei sudori e delle difese. Le “ngegne” sono ancora sparse nelle campagne. Denotano il podere adibito a colture multiple per il fabbisogno familiare di un contadino coltivatore diretto. Ricordano sicuramente la presenza della civiltà araba nell’Italia meridionale, cioè parlano ancora di quei rapporti e di quegli scambi di esperienze che promossero con l’integrazione la pace e il benessere, non certo le ostilità e il fanatismo etnico. La maggior parte di quelle che restano risalgono per lo più al 700, al tempo in cui le Confraternite locali disponevano di capitali liquidi che offrivano in prestito ai confratelli per i miglioramenti delle colture nei campi sotto la odiata decima feudale. Ma ora sono là, come residui, coperti di ruggine e di erbacce…
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domenica 5 luglio 2009
Le arti visive a Taranto al tempo dell'Italsider

Articolo tratto dal Corriere del Giorno di venerdì 26 giugno 2009 pagina 31
Uno studio pubblicato da Gianluca Marinelli sulla riviste dell'Università del Salento
Le arti visive a Taranto al tempo dell'Italsider
In “Kronos supplemento”, n. 4, rivista del Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia dell’Università del Salento, Congedo, Galatina, 2008, pp. 179-222, è stato pubblicato il saggio di Gianluca Marinelli “L’Italsider a Taranto. Gli artisti e la grande industria, 1960-1974”. Ne proponiamo una sintesi.
Il 9 luglio 1960, con un investimento di 377 miliardi di lire, viene posta la prima pietra di quella che presto sarebbe stata definita, non senza una certa enfasi, “la Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo”, nell’area a Nord del Porto Mercantile di Taranto, fra la via Appia e la strada provinciale per Statte. Con l’Italsider, il IV centro siderurgico a ciclo integrale ad essere costruito nel nostro Paese, uno dei più grandi al mondo, ha inizio per Taranto e per il Mezzogiorno un nuova fase storica, caratterizzata dall’entusiasmo per il ciclo di modernizzazione, il boom occupazionale e dei consumi, ma anche dalla rapida distruzione di realtà particolaristiche locali (culturali e paesaggistiche), il sorgere di nuove forme di inquinamento e di alienazione. Tali contraddizioni dello Sviluppo si deducono, in particolare, dall’analisi delle vicende artistiche a Taranto tra gli anni Sessanta e Settanta. È quello che ha cercato di dimostrare Gianluca Marinelli, pubblicando sulla rivista “Kronos supplemento 4” dell’Università del Salento, il saggio dal titolo L’Italsider a Taranto.
Gli artisti e la grande industria, 1960-1974, frutto di rigorose e appassionate ricerche. Lo studio parte da una riflessione sulla politica culturale portata avanti dall’Italsider negli anni cruciali della crescita economica del nostro Paese. Essendo un’azienda a partecipazione statale, nella quale l’aspetto economico non poteva essere disgiunto dalla responsabilità sociale, l’Italsider si distinse soprattutto per la capacità di trasformare le esigenze di comunicazione aziendale in vere e proprie operazioni culturali, puntando sui registri alti della letteratura, del cinema, del teatro e dell’arte. Valgano alcuni esempi: l’esperienza della “Rivista Italsider”, tra i più originali house organ internazionali, dove comparivano sulle prime di copertina le opere dei maggiori artisti del tempo; il patrocinio dell’Italsider ad importanti manifestazioni culturali, come la quinta edizione del Festival dei DueMondi di Spoleto (1962), in occasione della quale dieci artisti di fama mondiale (Calder, Carmi, Franchina, Consagra, Chadwick, Colla, Pepper, Lorenzetti, Pomodoro, Smith) furono ospitati negli stabilimenti Italsider sparsi in tutta Italia, per creare opere maestose in acciaio; il coinvolgimento di Eugenio Carmi, tra i maggiori artisti astratti italiani del Novecento, in qualità di consulente grafico dell’azienda. Chiamato a creare un volto per la grande impresa siderurgica, Carmi svolse questo compito in maniera assolutamente originale, realizzando interventi grafici che non esclusero nessun aspetto della vita e dell’attività aziendale, raggiungendo un grado di capillarità davvero sorprendente. Tra le operazioni più interessanti, spicca la lavorazione alla segnaletica antinfortunistica, per la quale l’artista genovese creò immagini affidate a geometrie essenziali, e la scultura in ferro progettata per l’Italsider di Taranto, nel 1965, ossia l’anno in cui entrò in funzione il ciclo integrale dell’acciaio nello stabilimento siderurgico jonico. Ampio spazio è poi dedicato, nello studio di Marinelli, al Circolo Italsider di Taranto.
Il circolo nasce come spazio polivalente aperto alla creatività, alla fantasia e al dialogo, per valorizzare il tempo libero del lavoratore.
In particolare, il Circolo Italsider di Taranto, attivato nel febbraio 1963, attraverso la sua programmazione artistica, ha inseguito la duplice finalità di avvicinare ai fatti dell’arte la forza lavoro costituitasi con la recente industrializzazione, proponendo rassegne di ampio respiro, e di valorizzare le più avanzate esperienze artistiche espresse dal territorio. Le mostre antologiche di William Hogart ed Eduard Steichen, le edizioni di opere grafiche di noti artisti per i lavoratori del Siderurgico a prezzi ridotti; la pubblicazione, a cura del Circolo, dei libri di poesie tecnologiche di Michele Perfetti, con le quali l’intellettuale denunciava l’acritico consumismo che cominciava a diffondersi anche a Taranto, e il coinvolgimento nelle principali attività culturali di artisti e intellettuali del calibro di Eugenio Battisti, Franco Sossi, Vittorio Del Piano, Luigi Flauret, Ciro De Vincentis, Pietro Guida, Emanuele De Giorgio, Eugenio Miccini, lo stesso Perfetti, a voler fare solo alcuni nomi, danno la misura dello spessore qualitativo di tali iniziative.
Tra queste, spicca, per la sua originalità, la rassegna dal titolo Uno spazio per l’arte, allestita dal dicembre 1974 al gennaio 1975 e curata da Sossi negli spazi della nuova sede del Circolo: la Masseria Vaccarella, nei pressi del quartiere Paolo VI.
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venerdì 3 luglio 2009
Le radici Arberesche di Carosino
Articolo tratto dal Corriere del Giorno di venerdì 26 giugno 2009 (pagina 31).
Le radici Arberesche di Carosino
di MICOL BRUNI
Carosino resta al centro di un processo di rilettura storica in termini di indagini etno – antropologiche. Proprio per questo discutere a Carosino di minoranze linguistiche ha un senso. L’antica Arberia Ionica presenta delle chiavi di lettura storiche che intrecciano sia la vita “politica” sia la realtà cultuale. La questione religiosa è stata sempre un riferimento che ha riguardato i rapporti tra Occidente ed Oriente allò’interno della realtà del Regno di Napoli ma anche prima. I casali Italo–albanesi hanno fortemente risentito di un conflitto religioso che si basava sul rito. Soprattutto i popoli provenienti dal rito bizantino e ortodosso hanno trovato nella Puglia una non facile situazione. L’esempio ci è dato da tutto quel territorio che veniva chiamato, appunto, “Arberia tarantina”. Un esempio emblematico resta Carosino in provincia di Taranto. L’attuale Carosino sorge, a detta del Chirulli, sui ruderi dell’antico Citigliano o Citrignano, fondato pare nel 927 da tarantini che fuggirono dalla loro città investita dalla furia saracena, mentre altri fuggiasci fondarono San Giorgio Jonico.
Nel 1462 Citigliano fu distrutto dagli Albanesi di Skanderbeg, durante la guerra contro il principe Orsini, e riedificato da loro stessi dopo la sua sconfitta.
Solo quando gli episodi di questa guerra erano stati in parte dimenticati, gruppi di Albanesi poterono stabilirsi a Citigliano, ripopolandolo, e così in poco tempo si ebbe Carosino, Albanese per popolazione e feudatario.
Circa l’etimologia del nome Carosino, dato certamente dagli Albanesi oppure dai monaci basiliani, possiamo dire che esso non deriva da "Corone", città albano-greca della Morea come sostiene l’Arditi, dato che già nel 1507 il paese porta tale nome, ancora in cui ancora i Coronei non erano venuti in Italia.
Né il nome deriva da "Caro sito" perché "sito" non significa seno. Pare invece che "Carosino" non sia altro che la traduzione di "eu-kseinos" – buono per gli stranieri (ospitale), quindi (mare) buono per gli stranieri, nome dato al Mar Nero dopo il passaggio degli Argonauti. Gli Albanesi, orientali di rito bizantino, veneravano la Madonna di Costantinopoli, di cui portarono con sé il ricordo, la devozione e forse l’icona stessa. Se infatti a Carosino la Madonna prende il nome di Santa Maria di Carosino, non è altri che la Santa Maria del Ponto Eusino (del Bosforo), ossia di Costantinopoli. E se anche tale nome fu dato al paese prima degli Albanesi, esso fu certamente dato dai monaci basiliani, orientali di rito bizantino.
Nel 1527 ebbe il feudo il figlio di Ermenegildo Simonetti, Giovanni Antonio, al quale succedette Mario. Oberato di debiti, Giovanni Antonio vendette i suoi feudi alla signora Giulia Muscettola che comprò il casale di Carosino nel 1613 per 10.120 ducati. In seguito il casale passò al figlio Fabio Albertini, principe di Faggiano. Non meno importanti sono le vicende religiose del paese. Il suo santuario di Santa Maria fu molto celebre. Il rito greco ebbe un forte incremento perché al santuario accorrevano sacerdoti dai paesi vicini, fino a quando non ci fu la visita dell’Arciv. Lelio Brancaccio. Questi giunse a Carosino nel maggio 1578. Fu ricevuto dall’abate Giovanni Battista Simonetti, dal prete greco Demetrio Capuzzimati del casale di San Martino e dal popolo.
L’arcivescovo volle esaminare la condotta del cappellano e le rendite della chiesa, ma dalla baronessa, vedova del barone Simonetti, seppe che l’abate lasciava molto a desiderare per i suoi costumi e che le offerte erano male amministrate.
La chiesa era costruita a forma di croce con tre porte. Nel Tabernacolo si conservava l’Eucarestia il pane azzimo in un calice e il pane fermentato in una pisside di legno, rivestita di carta bianca. In un’ampolla di vetro era il crisma consacrato da un vescovo greco. Il vero parroco era sempre quello greco, che amministrava i sacramenti agli Albanesi e agli altri di rito latino. Quelli che non volevano farsi battezzare dal prete greco andavano a Grottaglie. Poiché però si cercava in ogni modo di ostacolare il rito greco, e si favoriva quello latino, ben presto quest’ultimo prevalse, anche perché s’impose agli Albanesi di recarsi a San Giorgio qualora volessero ricevere i sacramenti nel rito greco.
Il rito perdurò fino al sec.XVII, quando si sa da documenti che tutti gli abitanti di Carosino avevano abbracciato il rito latino. Infatti, nella relazione della visita di Mons.Pignatelli del 1683 non si fa più alcun cenno del rito greco. Dalla perdita del rito alla perdita della lingua. L’unica comunità dove la lingua continuerà ad essere un riferimento con la storia albanese è San Marzano. Ma l’intera geografia ionica tarantina ha una forte tradizione radicata nella cultura dei Balcani.
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giovedì 25 giugno 2009
Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola

Masseria Solito
La dote di mia madre fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito.
La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica.Vasta e varia di culture, man mano che i suoi proprietari precipitavano verso la rovina, si era andata liberando dei suoi campi, dei suoi oliveti, dei suoi giardini a noria, e intanto era rimasto il suo cuore, lì dove s’apriva il grande frantoio. Quell’ultimo lotto era stato acquistato da un tal canonico Vergine, che a sua volta s’era alzata una casetta per i suoi ozi estivi.
La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco.
Nella ferrata che chiudeva l’arco del portone campeggiava la lettera V: mio padre non ebbe bisogno di mutar quelle lettere. Ma molte cose mutò col tempo.
Ho sulla mia tavola la carta planimetrica di Solito: d’improvviso abrraccio, nel tempo, l’opera di mio padre, e il suo sforzo di costruttore. E, anche il suo amore per Solito.
Nella casa di Solito noi vivemmo lunghi anni, crescemmo, ci educammo alle alterne vicende della buona e della mala sorte. Conoscemmo il riso e il pianto della fanciullezza ignara, ci aprimmo ai primi sussulti della adolescenza, alle prime meditazioni, ai primi giudizi sugli uomini e sulle cose, ai primi errori.
Da G. C. Viola, PATER, ed. Scorpione, Taranto 2003.
Immagine: da www.tarantosera.it
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martedì 2 giugno 2009
I miei concittadini evasori

Diciamo che a giudicare dai suv che stazionano prepotenti intorno a casa mia, non era affatto difficile intuire che la mia città fosse abitata da evasori fiscali professionisti. So dove abitano. Li vedo ogni giorno, sotto casa, a far spese nei negozi di lusso, o seduti ai tavolini in piazza, di fronte al Carmine. Mi fanno schifo, schifo schifo, ogni giorno di più...
Taranto regina delle ville. Ne ha il triplo di Bologna
Il Giornale, 31 maggio 2009
E pensare che Bernardo Provenzano, il boss dei boss, viveva nascosto in un tugurio, un casale in campagna dove conduceva una vita frugale. Lo costringeva la latitanza, altrimenti a Palermo avrebbe potuto godersi la particolare abbondanza di case di lusso. Al catasto risultano come abitazioni di pregio l’11,7 per cento del totale delle case. Come dire che più di una casa su dieci è una villa o un appartamento signorile. Ancora meglio va a Taranto, dove le abitazioni di pregio sono quasi il 13 per cento. Entrambe le città hanno un reddito pro capite intorno ai 13mila euro. A Bologna, con 10mila euro di reddito medio in più, le case di lusso sono il 3.5 per cento.
L’Italia divisa a metà: dall’evasione
di Enza Cusmai
Il Giornale, 31 maggio 2009
Milano - Per dare l’idea di quanti evasori siano stati pizzicati con le mani (fuori) dal 740 negli ultimi sei anni, il centro studi degli Artigiani di Mestre ha usato una metafora: a riunirli tutti, potrebbero riempire una città come Taranto. I ricercatori della Cgia hanno scelto a caso il capoluogo pugliese. Ma se avessero avuto sottomano la mappa geografica dell’evasione fiscale, si accorgerebbero di aver pescato una delle città che meriterebbe un approfondito esame da parte dell’Agenzia delle entrate.
Il capoluogo pugliese, come quasi tutto il Mezzogiorno, vive abbondantemente al di sopra dei propri mezzi. Come fa il crotonese medio, che guadagna 13.500 euro l’anno, a comprare più auto di lusso di chi vive a Torino o a Biella? E come fa il ragusano a consumare il doppio della benzina dell’abitante di Cuneo, e più energia e carburante perfino del milanese?
A porre la domanda è il clamoroso risultato di una ricerca elaborata dal Centro studi Sintesi di Venezia, una società di ricerche economiche e di mercato che ha fatto due conti semplici semplici: ha incrociato, provincia per provincia, i redditi medi che risultano dai dati ufficiali con quelli relativi ai consumi. Il risultato è inquietante: i redditi medi del Sud sono quasi la metà di quelli del Nord Italia. Eppure molte province meridionali consumano più benzina ed energia elettrica, hanno visto il numero di auto di lusso in circolazione superare quello di città del Nordest da sempre tacciate di essere capitali dell’evasione fiscale, i conti in banca crescere molto più in fretta di quelli di solide città industriali del Nord.
L’imponibile sottratto alle casse dello Stato, dicono le stime della Cgia, ammonta a circa 200 miliardi di euro l’anno e da sempre a essere crocifissi sono i piccoli imprenditori del Nordest, gli idraulici della Brianza, i dentisti delle grandi città. Che pure avranno le loro magagne da spiegare al fisco. Ma questa ricerca fa luce anche sulla reale entità del «nero» al Sud.
I redditi percepiti a Taranto, tanto per restare nella città dell’esempio iniziale, sono distanti anni luce dal tenore di vita assunto dai suoi abitanti che, in media, dichiarano un reddito di circa 13.500 euro l’anno ma spendono di benzina ben 248 euro a testa e vivono in una città in cui più di una casa su dieci è di lusso. Ma non è solo Taranto a mettersi in cattiva luce nei confronti del fisco. È in buona compagnia assieme a Crotone, Caserta, Siracusa, Catania.
Insomma al Sud, si spende più di quanto si guadagna con evidenti incongruenze tra i redditi percepiti e il tenore di vita assunto. Basta controllare alcuni indicatori significativi per rendersene conto: consumi alimentari, energia elettrica, benzina, immatricolazioni di autovetture di grossa cilindrata, apertura di depositi bancari a dispetto della crisi, abitazioni di pregio esistenti. Tutti segnali che invitano a diffidare delle ricorrenti grida di allarme lanciate dalle statistiche sul Sud, terra di disoccupazione permanente. In realtà, questa denuncia rivela che non basta presentare un reddito misero per essere poveri. Bisogna verificare se, in realtà, è il solo stipendio denunciato al Fisco che entra davvero in famiglia. E sulla base di questa classifica provinciale, l’Italia sembra spaccata in due. Congruenza tra redditi e stili di vita si riscontrano nelle province del Nord-Italia e nella dorsale adriatica. Il premio delle più corrette? Va a Prato, Bologna, Forlì-Cesena.
Taranto, evasori di... lusso
Tarantosera, lunedì 1 giugno 2009
Brutti, sporchi, cattivi ed ora anche evasori fiscali. A Taranto ci sono il triplo delle case di lusso che ci sono a Bologna, eppure il reddito medio pro capite dichiarato tra i Due Mari è di gran lunga inferiore a quello che si dividono all’ombra della Torre degli Asinelli. Quanto basta per riattizzare il pregiudizio sui meridionali, scansafatiche, spendaccioni e adusi a campare sulle spalle dello Stato. Magari a spese degli italiani che lavorano e pagano le tasse. Questa volta ci è andata di mezzo proprio Taranto, grazie ad un articolo sull’ evasione fiscale in Italia pubblicato da Il Giornale. Il quotidiano della famiglia Berlusconi ha dedicato una intera pagina a questo strano fenomeno italiano, con tanto di richiamo in prima. L’analisi prende le mosse da due studi: uno condotto dalla Cgia, l’associazione degli artigiani di Mestre; l’altro da Sintesi, una società di ricerche economiche di Venezia. Tutta roba del Nord Est, insomma. Secondo gli artigiani di Mestre, gli evasori in Italia sarebbero tanti da riempire proprio una città come Taranto. Fin qui la citazione è soltanto, per così dire, demografica. A dipingere il capoluogo ionico come città di evasori fiscali è la ricerca di Sintesi, fondata sull’ incrocio dei dati sui redditi medi e sui consumi. Taranto risulta avere un reddito medio di 13.500 euro ma la spesa per i consumi sarebbe superiore a quella di molte altre città, soprattutto del Nord, con redditi decisamente superiori. Quanto basta per far scrivere al Giornale che la Città dei Due Mari meriterebbe «un approfondito esame da parte dell’Agenzia delle Entrate». Più in là si rincara la dose, giusto per far comprendere che da queste parti si vive «abbondantemente al di sopra dei propri mezzi». «I redditi percepiti a Taranto — scrive Il Giornale — sono distanti anni luce dal tenore di vita assunto dai suoi abitanti che, in media, dichiarano un reddito di circa 13.500 euro l’anno ma spendono di benzina ben 248 euro a testa e vivono in una città in cui più di una casa su dieci è di lusso». La conclusione? «L’imponibile sottratto alle casse dello Stato ammonta a circa 200 miliardi di euro l’anno (in tutta Italia, ndr) e da sempre a essere crocifissi sono i piccoli imprenditori del Nordest, gli idraulici della Brianza, i dentisti delle grandi città». Non avevamo dubbi... Enzo Ferrari
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lunedì 1 giugno 2009
Vieni a ballare in Puglia/2
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venerdì 29 maggio 2009
L'incredibile storia di Palazzo Mastrocinque al Borgo
Traggo queste informazioni dal Corriere del Giorno di giovedì 21 maggio 2009, pag. 32.
64 anni fa la famiglia Mastrocinque donò un palazzo a Comune e Provincia
Il Comune riscopre un eroe e un antico impegno dimenticato
Di seguito proponiamo, in sintesi, la ricostruzione delle vicenda, utilizzando il testo realizzato dall'assessore Lucio Pierri:
Il 3 agosto 1945, con atto notarile redatto dal cav. dott. Domenico Mazzilli, alla presenza del sindaco di Taranto, l’archeologo Ciro Drago e dell’avvocato Alfredo Fighera presidente della Deputazione Provinciale, il prof. Beniamino Mastrocinque dottore in Scienze naturali e in Medicina e Chirurgia, unitamente alla moglie gentildonna Camilla Baldari, volendo onorare in modo degno e perenne la memoria del loro unico figliolo, dott. Fortunato, partito il 20 giugno 1939 volontario per l’Africa Orientale Italiana e morto gloriosamente per la Patria il 3 febbraio 1941 nell’ospedale inglese di Tessenei in Eritrea in seguito a ferite riportate due giorni prima alla battaglia di Barentù, donavano al Comune e alla Amministrazione Provinciale di Taranto un immobile di loro proprietà sito in via Pitagora 42, composto da piano terranno, tre piani superiori e fabbricato interno, affinchè fossero costituite due fondazioni scolastiche da erigersi in Ente Morale, da intitolarsi; Borsa di Studio Fortunato Mastrocinque, dottore in Medicina veterinaria e laurea ad honorem in Scienze naturali, caduto eroicamente per la Patria il 3 febbraio 1941 a Tessenei in Eritrea. Fondazioni che avrebbero dovuto, alla morte dei donatori, e una volta stabilizzato il corso della lira, vendere l’immobile e col ricavato della rendita istituire le predette borse di studio. I coniugi Mastrocinque si riservavano il diritto di usufrutto dell’intero fabbricato, che era stato costruito su suolo acquistato nel 1884 da Fortunato Mastrocinque, probabilmente il nonno del volontario caduto in guerra, e sul quale comunque gravava l’usufrutto di un piccolo appartamento posto
al secondo piano da parte di un altro componente della famiglia, il dott.
Giuseppe Mastrocinque. Si stabiliva inoltre che ciascun Ente avrebbe dovuto
investire la propria quota rinveniente dalla vendita dell’immobile in titoli nominativi dello Stato, intestati alla fondazione stessa, la cui rendita doveva finanziare due borse di studio annuali di lire 18.000 per perfezionamento di laureati in materie letterarie o giuridiche da parte del Comune, e in materie scientifiche da parte della Provincia. Alla prima potevano concorrere i giovani nati a Taranto, alla seconda anche quelli nati
negli altri comuni della Provincia. Correva l’obbligo per i vincitori delle borse di studio della presenza presso l’Istituto superiore o Università prescelta, e la donazione della pubblicazione finale alla Biblioteca Acclavio e alla Biblioteca provinciale.
Se la rendita derivante dalla vendita avesse superato il valore delle 18.000 lire, si dovevano istituire borse di studio aggiuntive, sempre intitolate al dott. Fortunato Mastrocinque, presso gli Istituti di istruzione secondaria di Taranto, del valore di 1.000 lire ciascuna, per alunni meritevoli dell’ultimo anno di corso, ad iniziare dalla Regia Scuola Femminile di avviamento professionale “Colombo” e dalla regia Scuola
maschile di avviamento professionale “Galilei”, le quali avevano avuto rispettivamente a direttori il padre e lo zio dello scomparso.
L’atto notarile si chiudeva con l’accettazione della donazione da parte del sindaco e del presidente della deputazione provinciale, che si dicevano orgogliosi di “onorare la memoria del dott. Fortunato Mastrocinque, che immolò la Sua fiorente e balda giovinezza alla Patria”. Si stabiliva che la consegna dei premi sarebbe dovuta farsi in forma solenne ogni anno il giorno 3 marzo, data dell’olocausto alla Patria dell’Eroico scomparso. La fondazione Comunale veniva costituita ed eretta in Ente Morale con d.p.r. il 9.4.1953, che ne approvava lo Statuto, e registrava anche la donazione effettuata il 4 ottobre 1950, sempre dai coniugi Mastrocinque, di lire 25.000 in Cartelle di Stato con rendita del 5% per la erogazione delle prime borse di studio. Il 24 di gennaio del 1959 la Gazzetta Ufficiale pubblicava il Decreto del Presidente della Repubblica che erigeva la Fondazione Dr. Fortunato Mastrocinque in ente morale con sede in Taranto. Da un estratto del registro delle deliberazioni del consiglio di amministrazione della Fondazione, presieduto dal sindaco Salvatore Spallitta, il 9 febbraio 1962, apprendiamo che: la signora Camilla Baldari, vedova del dott. Beniamino Mastrocinque, era anche essa deceduta due anni prima, il primo settembre 1960, e che l’immobile era occupato da diversi inquilini, anche morosi. Si deliberava in conseguenza di affidare la gestione ordinaria del fabbricato appartenente alla Fondazione Comunale alla omonima Fondazione Provinciale con obbligo di rendiconto, segno che anche la Provincia aveva nel frattempo provveduto a costituire la propria Fondazione. Si demandava alla stessa Fondazione Provinciale il potere per la normalizzazione dei contratti, con facoltà di locare ulteriormente, riscuotere i fitti, agire in giudizio ecc.. di accertare le condizioni del fabbricato per le operazioni di manutenzione ordinaria e straordinaria. Per il conferimento delle borse di studio si rimandava il tutto ad altro atto deliberativo.
Dobbiamo ad una comunicazione interna del 3 gennaio 1995, settore Governo del Patrimonio, avente ad oggetto: “Manutenzione urgente ex Palazzo Mastrocinque”, inviata a diversi uffici comunali, una sintetica cronistoria degli avvenimenti antecedenti:
- I coniugi Mastrocinque avevano fatto dono alla fondazione nel 1954 di altre 75.000 lire sempre in titoli di rendita pubblica.
- Nel 1958 era stato indetto il 1° concorso pubblico per il conferimento di una borsa di studio di lire 30.000. Concorso andato deserto!
- Si registrava il deliberato del 2 febbraio 1962, con il quale si affidava la gestione dell’immobile di via Pitagora 42 alla Fondazione costituita presso la Provincia.
- Nel 1965 veniva indetto un secondo concorso per il conferimento di una borsa di 1.200.000 lire, che non veniva attribuita per mancanza di requisiti dell’unico concorrente. Venivano elencati tutti i titoli di deposito e di rendita intitolati alla Fondazione presso il Banco di Napoli, tra cui un libretto di deposito di 1.384.033 lire alla data del 8.10.1986. Poi una citazione di alcuni carteggi di dubbia legittimità con cui in data 3.6.1988 il Comune propone in cambio dell’utilizzo del Convento dei Cappuccini, la cessione della propria quota della proprietà Mastrocinque alla Provincia, e la Provincia che si dichiara con nota del 19.7.1988 disponibile ad acquistare l’intero immobile.
L’allegata documentazione veniva trasmessa alla segreteria generale del Comune. Di Palazzo Mastrocinque si sarebbe tornato a parlare in una lettera del sindaco di Taranto, indirizzata il 19 aprile 2002 al presidente della Provincia, con la quale si chiedeva l’uso del bene relativamente alla quota di proprietà della Provincia, ipotizzando un recupero dell’immobile attingendo a finanziamenti Urban 2 e Por. A due anni di distanza lo stesso sindaco in data 8 gennaio 2004, tornava a chiedere al presidente della Provincia la disponibilità dell’immobile per destinarlo ad attività culturali, quali la biblioteca del mare ed uffici, contando su finanziamenti Urban II. Il presidente provinciale rispondeva celermente, il giorno dopo, assicurando la disponibilità della Provincia. Veniva conseguentemente messo in moto l’iter procedurale per la realizzazione dell’opera, attraverso la redazione del progetto di recupero, la approvazione dello stesso, l’ indizione della gara, la scelta della impresa appaltatrice e l’aggiudicazione dell’opera, che veniva effettuata in data 11 aprile 2005. Successivamente la procedura si arenava non potendosi stipulare contratto con l’impresa vincitrice mancando da parte del Comune i requisiti di proprietà, non essendo stata tradotta la volontà di cessione della quota di spettanza della Provincia con atti amministrativamente validi.
Nella stessa pagina del Corriere del Giorno un commento giornalistico che mi sento di condividere:
Al n. 42 di via Pitagora lo stabile che aspetta di sapere il suo destino
di Silvano Trevisani
Di anni ne sono passati 64, senza che la meravigliosa intenzione dei coniugi Marturano si sia potuta ancora realizzare.
Non vorremmo caratterizzarci per autodenigazione ma sembra, questa, una tipica storia tarantina. Si tratta della donazione (della quale ricapitoliamo l'intera storia nell'articolo qui accanto) fatta da una famiglia Mastrocinque dell'omonimo palazzo sito al numero 42 di via Pitagora in memoria del figlio morto in guerra, per mantenere agli studi giovani professionisti tarantini con l'usufrutto della vendita. A gestire l'intera materia sarebbero dovuti essere Comune e Provincia che, in parti
uguali, avrebbero gestito il patrimoni attraverso una fondazione.
Naturalmente, dopo alterne, contorte vicende, nulla è stato fatto fino ad oggi, nonostante le reiterate richieste dei discendenti della famiglia Marturano. C'è stato anche un momento in cui sindaci e presidenti della Provincia hanno pensato a un utilizzo diverso dello stabile, nonostante gli impegni formalizzati in un atto pubblico (una vicenda che ricorda da vicino quella di Villa Peripato, anch'essa benevolmente donata al Comune purché restasse polmone verde, ma che ha subito tentativi di diverso utilizzo, contestati in passato dai discendenti dei donatori).
Ebbene, il Comune di Taranto ha deciso ora, quasi 65 anni dopo, quando varie generazioni di giovani professionisti tarantini si sono succedute, mai potendo sperare di ricevere un sostegno valido ai loro studi, ha deciso di riprendere in mano la vicenda e di dare un seguito all'atto di donazione, iniziando, però, col rendere omaggio al giovane eroe tarantino, il veterinario Fortunato Mastrocinque, caduto in guerra in Africa Orientale, la cui memoria, nonostante il mobile gesto dei suoi genitori, è andata purtroppo dimenticata. Per questo ieri sera il sindaco Ezio Stefano, l'assessore Lucio Pierri, i dirigenti scolastici Terzulli e Sebastio, Carmine Carlucci del Cqv e un gruppo di familiari di Mastrocinque. Ebbene, il sindaco ha assunto l'impegno in primo luogo, di onorare la memoria di Fortunato Mastrocinque, quindi di verificare la possibilità di bandire da subito borse di studio a lui dedicate, in fine di ipotizzare il recupero del palazzo da destinare ad attività di tenore socio culturale. Nei prossimi giorni approfondiremo ulteriormente la questione, assieme alla storia di una famiglia importante per Taranto.
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prof. Gianluca Lovreglio
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mercoledì 27 maggio 2009
Le vicende notevoli di don Fefè
Domenica 20 aprile 2009, presso la Libreria Gilgamesh di Taranto, ho avuto modo di partecipare alla splendida presentazione del libro "Le vicende notevoli di don Fefè, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo" di Giuse Alemanno.
Serata impeccabile, stupenda, non la solita presentazione, ma un evento (che parola abusata, scusatemi!) con tanto di bravissimi attori a recitare parti del testo, e degustazione di ottimi vini di Manduria. Tutte le foto che vedrete qui di seguito sono mie. A presto, Giuse!
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prof. Gianluca Lovreglio
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martedì 26 maggio 2009
Ennesima celebrazione (inutile?) del sovrano medievale
Traggo questa notizia dal Corriere del Giorno di venerdì 24 aprile 2009, pag. 30. Non avrebbe seguito alcuno, tra gli studiosi, se non fosse che la proposta pare abbia ricevuto l'assenso di C. D. Fonseca, e del Senato Accademico dell'Università di Bari. Cosa dire? Rimango veramente perplesso. Qui accanto, una mia foto a Castel del Monte. Se la prelevi dal blog, abbi la compiacenza di citare l'autore, grazie.
Per celebrare il capostipite della pugliesità
Nasce la Fiera Federiciana
“Quando Federico II ebbe visto al di là del mare la Terra promessa della Bibbia, disse, a quel che pare, con la sua inclinazione al motto blasfemo, che Jehova certo non aveva conosciuto la Sicilia, la Puglia e la Terra Laboris, che sennò non avrebbe avuto parole così alte di elogio per la terra promessa agli ebrei”. Un po’ come Napoleone elogiava la Francia dicendo “Io ho una sola passione, una sola amante: la Francia. Con lei dormo, ella non mi ha mai lasciato nei guai, per me ella versa i suoi beni e il suo sangue” così Federico parlava della sua Apulia, come se si riferisse ad una persona, ad una donna magnifica. Il suo regno nell’Italia meridionale restò sempre il suo unico, grande e vero amore. E oggi l’imperatore svevo è diventato per la Puglia un “marchio di denominazione d’origine controllata”, il capostipite della “pugliesità”.
Merito della sua capacità di unire Oriente ed Occidente e di svolgere un’importante mediazione culturale. Due compiti che rientrano pienamente nella mission storica della Fiera del Levante la quale, su proposta del consigliere Silvio Panaro, ha deciso di organizzare il prossimo anno la Fiera Mediterranea Federiciana, un evento internazionale che certamente darà prestigio alla città di Bari, alla Puglia e all’intero Paese. La paternità del progetto è della Camera di Commercio Italo Orientale e può già annoverare l’approvazione del professor Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei, vice presidente del Centro di Studi Normanno Svevi. Pareri favorevoli sono arrivati anche dal Senato Accademico dell’Università di Bari e dalla Camera di Commercio di Bari.
Una sinergia, dunque, tra Enti ed istituzioni che darà vita ad una ‘vetrina’ di rilievo con la promozione del territorio pugliese e dei tantissimi Comuni Federiciani e la partecipazione di operatori commerciali, turistici e culturali sotto l’egida di Federico II ed alla luce della modernità dei suoi messaggi.
Un lungo percorso da Canosa di Puglia a Barletta, passando per Castel del Monte, Gravina e Trani, per scoprire i segni lasciati da questo grande personaggio e per immergersi nelle suggestive atmosfere medievali ma anche nelle tante leggende che lo coinvolgono. [...]
NB: l'articolo continua enumerando una serie di sciocchezze, pardon, leggende, sulla vita dell'imperatore medievale Federico II. Ve le risparmio.
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prof. Gianluca Lovreglio
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lunedì 25 maggio 2009
Niccolò Ammaniti a Taranto
Lunedì 6 aprile scorso, al CineTeatro Bellarmino di Taranto, ho avuto modo di assistere, tra i pochi fortunati, all'incontro con lo scrittore Niccolò Ammaniti, organizzato dalla benemerita associazione Punto a Capo, nell'ambito di una serie di incontri denominati "Penne a sonagli". Vi riporto l'articolo di commento proprio a cura della stessa associazione, e alcune foto scattate da me.
Ammaniti spiega al pubblico la difficoltà di riconoscere il male (articolo tratto da http://www.puntoacapo.biz)
“PENNE A SONAGLI”
Il primo dei tre incontri programmati dall'Associazione Punto A Capo
E Ammaniti spiega al pubblico la difficoltà di riconoscere il male
di PAOLA RUSSO
Cominciamo dalla fine.
Con Niccolò Ammaniti che ringrazia entusiasta Rossana Mitolo e Raffaele Giordano, i moderatori della rassegna letteraria “Penne a Sonagli” – Narratori D’Oggi, tra Cinema, Musica e Fumetto, tra il pubblico che sale e scende dal palco, strette di mano e autografi sulle prime pagine dei romanzi dello scrittore romano, in una atmosfera cordiale e divertita.
Il titolo dell’incontro era eloquente: “Cinema e Parole”, una indagine sapientemente condotta sulle affinità tra linguaggi diversi nel mondo dell’arte, fra la potenza descrittiva della parola e la potenza visiva dell’immagine.
Suggestivi, a questo proposito, i due totem scultura dell’artista Ezia Mitolo, ai due angoli del palcoscenico, a ricordare l’energia evocativa delle parole che dalle maestose penne bianche salgono verso l’alto della pagina nera e trasparente. L’arrivo di Niccolò Ammaniti è semplice, quasi improvviso. Sorprende il pubblico con la sua aria svagata e familiare.
Appena spettinato e con gli occhiali al collo e il passo dinoccolato. L’intento della serata è di mettere sotto la lente d’ingrandimento la produzione letteraria dell’autore, in alcune occasioni prestata al mondo del cinema, attraverso tre tematiche fondamentali che sono poi costanti nel lavoro di Ammaniti.
La tensione iniziale si stempera sin dalla risposta, sincera e sorridente, alla prima domanda della moderatrice, riguardo la motivazione che lo ha convinto a trasformare un romanzo in un film, se pure di successo. Niccolò Ammaniti la prende alla lontana, spiegando le dinamiche che si agitano durante la metamorfosi da opera letteraria a cinematografica, il lavoro di gruppo, i pregi e i difetti dell’essere scrittore e sceneggiatore, per concludere, tra puntini di sospensione, che alla base c’è sempre una motivazione economica.
Da questo momento in poi è difficile dire chi sia più bravo, se il romanziere o i suoi due interlocutori che dal palco conducono il pubblico, e come è giusto che sia forse anche un po’ l’autore, a scandagliare e riflettere sul mondo interiore dei personaggi delle sue opere.
Partendo dal romanzo e omonimo film “Io non ho paura”, l’autore ha analizzato la difficoltà di riconoscere il male, spesso annidato nelle forme di tutto ciò che appare come “il bene”, e discute sulla possibilità che i due concetti si fondino, tanto da non riuscire a riconoscerli.
Nei suoi libri sono assenti condanne morali e spiega che per sé ha scelto il ruolo di creatore misericordioso dei suoi personaggi, scevro da giudizio, in realtà, affidato totalmente al lettore. I personaggi di Ammaniti sono quasi tutti senza speranza, ma bene sono messe in rilievo le spinte che agiscono fino a condurre il protagonista a compiere il male.
Ammaniti scrive per raccontare, in una atmosfera tutta solitaria e di piena autonomia, l’idea di un personaggio che lentamente prende vita e soddisfa l’esigenza di scandagliare una sensazione.
Nel caso di “Io non ho paura”, infatti, l’idea prima era il cercare di capire cosa possa provare un bimbo che improvvisamente passa dalla confortevole vita familiare, ad un fosso per i campi pugliesi. Quali fantasmi o angeli custodi possano materializzarsi nella mente di un bimbo a giustificazione di tutto ciò.
Abilmente inserite a sottolineare i passaggi essenziali dell’approfondimento, le sequenze cinematografiche del film tratto dal romanzo.
Dopo il campo di grano giallo sino all’inverosimile, delle prime sequenze, ai giochi crudeli che solo i bimbi dal loro angolo di visuale, privo di riferimenti certi, possono inventare. È introdotto il secondo spunto di riflessione: il passaggio fra infanzia ed età adulta. Critico a questo proposito Ammaniti rispetto al modo in cui oggi i ragazzi fanno uso di tutte le opportunità formative e ludiche di cui godono, rimpinzandosi alla fine di una miriade di informazioni, generalmente inutili.
Benevolo, invece, nell’elogiare la noia, intesa come lo spazio in cui permettere lo sviluppo di tutte le potenzialità di un futuro uomo. Molti dei protagonisti delle sue storie sono ragazzi che non si fanno domande, che hanno compreso il valore della rassegnazione, che piangono in silenzio e conoscono l’importanza di andare avanti ad ogni costo.
L’ultima breve riflessione, è dedicata alle logiche del branco che l’autore distingue: quello degli adulti e quello dei bambini. Nel branco si agisce per dinamiche simili a quelle del mondo animale. E in un romanzo in particolare “Ti prendo e ti porto via” Ammaniti descrive con grande abilità cosa accade quando, fra ragazzi e non solo, tutto si riconduce all’uso della forza e del predominio.
La lettura di alcuni brani dei suoi romanzi, dalla voce di Pierangelo Sibilla, il semplice gioco di luci, le sequenze cinematografiche avviate da un portatile e la familiarità da cui tutto è regolato, muovono il pubblico ad intervenire con garbo e intelligenza nel colloquio tutto botta e risposta che si esaurisce lentamente sul palco.
Si passa da un confronto sui gusti cinematografici, alle invettive contro le scuole di scrittura creativa, sino alla “botta di fortuna” che ci sta sempre bene quando si scrive un romanzo e si desidera continuare a scriverne. Come è accaduto proprio a lui.
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martedì 19 maggio 2009
Agli "studiosi" del candidato Salinari

Grosse sorprese emergono dai dibattiti televisivi che in questi giorni affollano i palinsesti delle televisioni private joniche.
Un candidato, evidentemente a corto di argomenti amministrativi, provenendo dalla stessa area dei politici che hanno portato Taranto al dissesto economico, ha "sparato" in diretta che nella nostra città, ed in particolare nel Borgo, vi sono tanti e diversi "tesori nascosti", vale a dire monumenti dimenticati e spesso sconosciuti alla stessa popolazione cittadina.
Ora, si dà il caso che quasi nessuno, tra i politici come, purtroppo, tra gli stessi operatori culturali, sia più disposto come una volta a frequentare biblioteche e leggere libri su libri, preferendo il più pratico (ma molto più subdolo e pericoloso) mezzo di internet, affastellando una cultura "wikipediana" in cui si sa un po' di tutto per non conoscere nulla.
Si dà anche il caso che su internet, a parlare da anni di tesori culturali nascosti con una qualche cognizione di causa, questo umile blog si erge quasi solitario nel panorama della rete.
Evidentemente il candidato, che bene fa a porre l'attenzione sui nostri beni culturali, deve essere stato un lettore del mio blog, perchè ha affermato in tv, testuale: "ci sono nella nostra città tenati monumenti nascosti e dimenticati. Ho già incaricato una serie di studiosi di scoprire (sic!) tutti i monumenti nascosti del Borgo e portarli a conoscenza dei cittadini."
Bene, bravo, bis! Solo un avvertimento, però, a questi colleghi studiosi:
SE PRELEVATE QUALCOSA DAL MIO BLOG, TESTI O FOTO, SIETE PREGATI VIVAMENTE DI CITARE LA FONTE, CIOE' IL BLOG ED IL SOTTOSCRITTO. GRAZIE!
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prof. Gianluca Lovreglio
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venerdì 1 maggio 2009
Primo maggio a Taranto: 1977

Pubblico sul mio blog un interessante articolo apparso sul mensile "Scintille" nel giugno 1997, dedicato al movimento del '77 a Taranto, a cura dello storico tarantino Roberto Nistri.
Vent'anni fa, in Italia e a Taranto
già edito in Scintille, giugno 1997, p 5
di Roberto Nistri
Il 1 maggio del 1977, in tutte le manifestazioni per la festa del lavoro, si registravano forti tensioni. Se a Milano, Napoli, Torino i cortei degli studenti confluivano in quelli sindacali, a Roma veniva caricato il corteo degli "autonomi". Il giorno seguente, all'Università di Roma, diventava evidente la spaccatura del movimento fra gli autonomi e le altre componenti; il movimento non riusciva a mantenere la sua base di massa e a elaborare una proposta politica capace di sottrarlo all'isolamento e alla repressione. Il clima di paura era generalizzato: il 3 Maggio, a Torino, il processo alle Brigate Rosse veniva subito rinviato perchè i giudici popolari rifiutavano l'incarico.
Il 12 Maggio a Roma, in Piazza Navona, da radicali e gruppi vari veniva convocato un sit-in per festeggiare l'anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio e per raccogliere le firme necessarie alla convocazione di referendum abrogativi di leggi antidemocratiche.
Il ministro degli interni Cossiga manteneva il divieto di manifestare, ma il sit-in veniva confermato dagli organizzatori. Alle 15.00 la polizia cominciava a tirare lacrimogeni nel centro di Roma. Per tutto il pomeriggio seguirono, contro migliaia di manifestanti del tutto pacifici, raid di mezzi blindati, granate lacrimogene, colpi di pistola, raffiche di mitra.
Agenti delle squadre speciali (in jeans, capelli lunghi e pistola: le foto vennero pubblicate sui giornali) aggredivano duramente singoli manifestanti.
Alle 18.30 le radio libere informavano che per le 19.30 era stata convocata un'assemblea alla Casa dello studente, ma l'aggressione della polizia continuava furibonda a Campo de' Fiori, finchè un gruppo di giornalisti riusciva a contrattare una tregua. I manifestanti potevano così avviarsi verso Trastevere lungo ponte Garibaldi, ma qui scattava una nuova carica della polizia e veniva colpita a morte la diciannovenne Giorgiana Masi.
Per i fatti di Roma e contro Cossiga, il 14 la nuova sinistra scendeva in piazza a Milano.
Dal corteo degli autonomi si staccava un gruppo che apriva il fuoco contro la polizia: due agenti venivano feriti e un terzo, Antonio Custrà, era colpito a morte. Il fattaccio annullava totalmente i positivi effetti politici della pacifica manifestazione che contemporaneamente si teneva a Roma presso il luogo dove era caduta Giorgiana Masi. Così il movimento finiva col ritrovarsi sempre più isolato.
Il 19 maggio a Milano l'organizzazione combattente Prima Linea faceva saltare i binari della metropolitana per ritardare l'afflusso dei pendolari in città. Il 1 giugno veniva gambizzato Vittorio Bruno, vicedirettore del "Secolo XIX". Il 2 veniva gambizzato Indro Montanelli e il giorno seguente la stessa sorte toccava a Emilio Rossi, il direttore del "Tg1".
* * * *
Il territorio jonico era risparmiato da un siffatto imbarbarimento dello scontro politico e continuava ad essere caratterizzato da un forte ma civile conflitto nel mondo del lavoro.
In prossimità della scadenza della cassa integrazione, scattava una forte mobilitazione operaia con il grande corteo del 13 maggio e altre iniziative più o meno spontanee.
Così riferiva "IL MANIFESTO" del 15 maggio: "Gli operai sono scesi in massa e lo hanno fatto con una carica di lotta che partiva dalla rabbia contro il pericolo di disoccupazione che investe quasi 6.000 lavoratori delle ditte dell'ltalsider. Ma che andava ben oltre a scandire per esempio "Cossiga boia" era proprio una classe operaia come quella dei cantieri navali a "storica" egemonia del Pci.
Dopo il fallimentare incontro fra i sindacati e il governo Andreotti, la lotta diventava più dura e vi era maggiore udienza per i gruppi della sinistra.
Si leggeva in un volantino della IV Internazionale del 30 maggio: "La nostra prima controparte deve diventare l'Italsider, oltre che il governo , imponendo: 1) controllo degli organici da parte degli operai; 2) blocco degli straordinari; 3) reintegro del turnover; 4) rifiuto della nuova organizzazione del lavoro che significa mobilità; 5) rifiuto dell'accordo sull'annullamento delle sette festività; 6) rispetto dell'accordo sul 5,3; 7) riduzione drastica e generalizzata dell'orario di lavoro (a parità di paga) in tutta l'area industriale. Basta con gli scioperi-processione.
Passiamo a forme di lotta più dura e incisive, come per es. il blocco delle merci, arrivando a bloccare l'intero stabilimento. Prendiamo esempio dalla ditta Margrande, che ieri ha bloccato la portineria C, la Nuova Direzione e l'Acc/2".
Il 6 giugno gli operai delle imprese, a migliaia, bloccavano l'area industriale: "il blocco delle merci è totale. I picchetti con le bandiere rosse controllano le portinerie dei camion, la Direzione nuova, la portineria delle ditte e impediscono il transito delle merci da e per il porto" ("Lotta continua", 7 giugno 1977).
Il 21 giugno si arrivavo ad un accordo tra governo Italsider e sindacati, che riusciva a mettere alcune toppe sui vuoti occupazionali provvedimenti-tampone che non imprimevano alcuna accelerazione al sistema pro duttivo. Si registravano le opposizioni di alcuni consigli di fabbrica: il Cdf Comet denunciava, in un volantino de 26 giugno, la precarietà delle condizioni di lavoro di quegli operai, distribuiti ai gruppetti su tutto il territorio della provincia, e anche al tre ditte (Mandelli, Guffanti, Cornei) attuavano il blocco delle portinerie e della nuova direzione.
Insomma, alcuni settori operai tendevano a radicalizzarsi in disaccordo con le strategie sindacali, prestando l'orecchio ad un'estrema sinistra, la cui struttura organizzativa era però in crisi organizzativa ormai irreversibile.
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prof. Gianluca Lovreglio
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sabato 25 aprile 2009
Il '77 in Italia e a Taranto
Pubblico sul mio blog, a 12 anni di distanza, l'articolo "Vent'anni fa, in Italia e a Taranto: il 'grande caldo'
Il '77 in Italia e a Taranto
già edito in Scintille, giugno 1997, p. 5
di Roberto Nistri
Il 1 maggio del 1977, in tutte le manifestazioni per la festa del lavoro, si registravano forti tensioni. Se a Milano, Napoli, Torino i cortei degli studenti confluivano in quelli sindacali, a Roma veniva caricato il corteo degli "autonomi". Il giorno seguente, all'Università di Roma, diventava evidente la spaccatura del movimento fra gli autonomi e le altre componenti; il movimento non riusciva a mantenere la sua base di massa e a elaborare una proposta politica capace di sottrarlo all'isolamento e alla repressione. Il clima di paura era generalizzato: il 3 Maggio, a Torino, il processo alle
Brigate Rosse veniva subito rinviato perchè i giudici popolari rifiutavano l'incarico.
Il 12 Maggio a Roma, in Piazza Navona, da radicali e gruppi vari veniva convocato un sit-in per festeggiare l'anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio e per raccogliere le firme necessarie alla convocazione di referendum abrogativi di leggi antidemocratiche.
Il ministro degli interni Cossiga manteneva il divieto di manifestare, ma il sit-in veniva confermato dagli organizzatori. Alle 15.00 la polizia cominciava a tirare lacrimogeni nel centro di Roma. Per tutto il pomeriggio seguirono, contro migliaia di manifestanti del tutto pacifici, raid di mezzi blindati, granate lacrimogene, colpi di pistola, raffiche di mitra.
Agenti delle squadre speciali (in jeans, capelli lunghi e pistola: le foto vennero pubblicate sui giornali) aggredivano duramente singoli manifestanti. Alle 18.30 le radio libere informavano che per le 19.30 era stata convocata un'assemblea alla Casa dello studente, ma l'aggressione della polizia continuava furibonda a Campo de' Fiori, finchè un gruppo di giornalisti riusciva a contrattare una tregua. I manifestanti potevano così avviarsi verso Trastevere lungo ponte Garibaldi, ma qui scattava una nuova carica della polizia e veniva colpita a morte la diciannovenne Giorgiana Masi.
Per i fatti di Roma e contro Cossiga, il 14 la nuova sinistra scendeva in piazza a Milano.
Dal corteo degli autonomi si staccava un gruppo che apriva il fuoco contro la polizia: due agenti venivano feriti e un terzo, Antonio Custrà, era colpito a morte. Il fattaccio annullava totalmente i positivi effetti politici della pacifica manifestazione che contemporaneamente si teneva a Roma presso il luogo dove era caduta Giorgiana Masi. Così il movimento finiva col ritrovarsi sempre più isolato.
Il 19 maggio a Milano l'organizzazione combattente Prima Linea faceva saltare i binari della metropolitana per ritardare l'afflusso dei pendolari in città. Il 1 giugno veniva gambizzato Vittorio Bruno, vicedirettore del "Secolo XIX". Il 2 veniva gambizzato Indro Montanelli e il giorno seguente la stessa sorte toccava a Emilio Rossi, il direttore del "Tg1".
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Il territorio jonico era risparmiato da un siffatto imbarbarimento dello scontro politico e continuava ad essere caratterizzato da un forte ma civile conflitto nel mondo del lavoro.
In prossimità della scadenza della cassa integrazione, scattava una forte mobilitazione operaia con il grande corteo del 13 maggio e altre iniziative più o meno spontanee.
Così riferiva "IL MANIFESTO" del 15 maggio: "Gli operai sono scesi in massa e lo hanno fatto con una carica di lotta che partiva dalla rabbia contro il pericolo di disoccupazione che investe quasi 6.000 lavoratori delle ditte dell'ltalsider. Ma che andava ben oltre a scandire per esempio "Cossiga boia" era proprio una classe operaia come quella dei cantieri navali a "storica" egemonia del Pci.
Dopo il fallimentare incontro fra i sindacati e il governo Andreotti, la lotta diventava più dura e vi era maggiore udienza per i gruppi della sinistra.
Si leggeva in un volantino della IV Internazionale del 30 maggio: "La nostra prima controparte deve diventare l'Italsider, oltre che il governo, imponendo: 1) controllo degli organici da parte degli operai; 2) blocco degli straordinari; 3) reintegro del turnover; 4) rifiuto della nuova organizzazione del lavoro che significa mobilità; 5) rifiuto dell'accordo sull'annullamento delle sette festività; 6) rispetto dell'accordo sul 5,3; 7) riduzione drastica e generalizzata dell'orario di lavoro (a parità di paga) in tutta l'area industriale. Basta con gli scioperi-processione. Passiamo a forme di lotta più dura e incisive, come per es. il blocco delle merci, arrivando a bloccare l'intero stabilimento. Prendiamo esempio dalla ditta Margrande, che ieri ha bloccato la portineria C, la Nuova Direzione e l'Acc/2".
Il 6 giugno gli operai delle imprese, a migliaia, bloccavano l'area industriale: "il blocco delle merci è totale. I picchetti con le bandiere rosse controllano le portinerie dei camion, la Direzione nuova, la portineria delle ditte e impediscono il transito delle merci da e per il porto" ("Lotta continua", 7 giugno 1977).
Il 21 giugno si arrivavo ad un accordo tra governo Italsider e sindacati, che riusciva a mettere alcune toppe sui vuoti occupazionali provvedimenti-tampone che non imprimevano alcuna ac celerazione al sistema produttivo. Si registravano le opposizioni di alcuni consigli di fabbrica: il Cdf Comet denunciava, in un volantino de 26 giugno, la precarietà delle condizioni di lavoro di quegli operai, distribuiti a gruppetti su tutto il territorio della provincia, e anche altre ditte (Mandelli, Guffanti, e Comel) attuavano il blocco delle portinerie e della nuova direzione.
Insomma, alcuni settori operai tendevano a radicalizzarsi in disaccordo con le strategie sindacali, prestando l'orecchio ad una estrema sinistra, la cui struttura organizzativa era però in crisi organizzativa ormai irreversibile.
Roberto Nistri
Già edito in "Scintille" n. 5, maggio 1997, p. 5
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25 aprile: per non dimenticare

Pubblico oggi sul mio blog un articolo dello storico tarantino prof. Roberto Nistri, sul senso della memoria del 25 aprile a Taranto.
25 Aprile: per non dimenticare
già edito in "Scintille" n. 4, aprile 1997, p. 5
di Roberto Nistri
Sono trascorsi 52 anni [oggi sono 64, NDR] da quel 25 aprile che vedeva i capi partigiani sfilare alla testa dei cortei nelle città appena liberate dal nazifascismo. Su dieci italiani di oggi, nel 1945 sette o otto non erano ancora nati. Non hanno vissuto la tragedia dell'armistizio e dell'occupazione tedesca. Quel poco che i giovani sanno del "regno del Sud" e della "repubblica di Salò" lo hanno appreso attraverso i libri di scuola e attraverso non sempre raccomandabili spettacoli televisivi. Non è allora normale che la memoria collettiva di quelle vicende, che pure costituiscono il punto di riferimento ideale del nostro Stato democratico e repubblicano, si vada facendo sempre più labile e sfocata? E che, di conseguenza, ogni anno che passa si approfondisca il solco tra coloro che c'erano e che da quegli avvenimenti sono rimasti segnati per tutta la vita e gli altri, la stragrande maggioranza, per i quali il 25 aprile è soltanto una rispettabile solennità nazionale e nient'altro? Sì, è normale, il tempo è severo anche con gli eroi.
Eppure c'è qualcosa che ci preoccupa, quando avvertiamo tante scomparse, tante dimenticanze, tante esclusioni. Avvertiamo il senso di pericolo, che proviene da una macchina del-lo spettacolo che ha il potere di decidere ciò che è vivo e ciò che è morto. Nel quadro di una società iperconsumistica, quella che viene chiamata la "mediocrazia", cioè il potere che si organizza attorno e attraverso i mezzi di comunicazione di massa, è in grado di accelerare la distanza e la dimenticanza, rafforzando d'altra parte certe presenze, la cui verità è determinata dagli indici di audience costruiti con le tecniche proprie della società-spettacolo. E' tutta un'organizzazione sociale costruita all'insegna del "consuma e getta", fondata sullo spot pubblicitario, guidata dalla cultura del telecomando che produce un presente senza passato e senza futuro, privo di un progetto perché è privo di memoria, perché non si ha più un senso dello spessore della realtà. Come potrebbe trovare posto la "serietà" del 25 aprile? Ricorrenza arcaica anche secondo una certa storiografia "afascista" che auspica il superamento dell'antifascismo e l'avvento di una società deideologizzata, e favorisce solo l'asservimento dell'uomo al culto feticistico del mercato e del più squallido consumismo. Crediamo che lo storico debba studiare gli eventi con la massima scrupolosità senza però porre sullo stesso piano la vittima e il torturatore, la violenza dello schiavista e la violenza che lo schiavo esercita per liberarsi. Non siamo d'accordo con la storiografia come amnistia generale, la comprensione scientifica non. significa assoluzione per tutti, tanto le dimenticanze quanto le omologazioni qualunquistiche tendono ad occultare il concreto impegno storico per liberare l'uomo dalla croce dell'oppressione, dell'intolleranza, dello sfruttamento.
Taranto, una città che particolarmente ha sofferto di amnesie, inquinata dai miti del più acritico e vorace consumismo. Rivendichiamo ai ricercatori tarantini il merito esclusivo di aver recuperato (e messo in circolazione nella storiografia nazionale) la preziosa eredità di una tradizione antifascista jonica che è stata troppo a lungo e consapevolmente occultata. Si è voluto convincere i tarantini che la loro bandiera è sempre stata e sempre sarà quella del "Ceè me ne futt'a nmeje".
Eppure in questa città promossa dal fascismo a capoluogo di provincia, e che godeva economicamente -attraverso l'Arsenale- di tutta una strategia di rilancio della produzione bellica, in questa Taranto "tre volte fascista", "aperta al regime", l'antifascismo non ha mai smobilitato un momento, profondamente radicato nel cuore della classe operaia. Sono stati uccisi dai fascisti i lavoratori Raffaele Favia e Giuseppe Migliarese. Sono morti in carcere Alessandro Volta, Wsevolod Voccoli, i fratelli Francesco e Federico Mellone. Molti hanno passato lunghi anni di confino e di carcere, dieci anni di prigionìa per il vecchio Odoardo Voccoli, senza mai dare segni di cedimento. Un esempio di fermezza che ha lavorato nel profondo della nostra coscienza storica, che può ancora oggi continuare a dare i suoi frutti.
E anche nella Resistenza questo antifascismo meridionale ha avuto il suo ruolo, ed è tutta da scrivere la storia di questi soldati che al Nord si arruolarono nelle formazioni partigiane. Un cippo sul Lungomare ricorda le gesta di Pietro Pandiani, il tarantino "Capitan Pietro", comandante partigiano della brigata "Giustizia e Libertà", che nel '44 liberò il paese di Gaggio Montano dai nazisti.
Riportiamo una testimonianza di Enzo Biagi, che ci sembra ben cogliere la virtù di questo silenzioso eroismo, di questo disincantato ma infrangibile rigorismo morale, che può valere come sano correttivo dei guasti della società dello spettacolo e del rumore, che deve valere come esempio della parte più nobile dell'anima tarantina, di contro a quell'altra anima, che pure esiste, cialtrona e cinica, lamentosa e rapace: "Tra quelli che hanno segnato la mia vita, tra i più indelebili, c'è Capitano Pietro; per noi giovani uomini di Giustizia e Libertà è stato non solo uno straordinario comandante, era anche un esempio di rigore, di pulizia, di modestia. Voleva proteggerci, e non solo dai pericoli della guerra, ma anche dagli equivoci della politica, dalle furberie delle piccole strategie, dai compromessi disinvolti. Ha vissuto con una rara coerenza: quando tutti, o quasi, potevano avere, lui non ha chiesto nulla. Non è stato un reduce. Non ha fatto carriera. Non ha cercato, né gli hanno dato, un buon posto. Lo ha conservato, però, nel cuore dei suoi vecchi ragazzi, e il tempo, e i fatti che ci assalgono, rendono più acuto il rimpianto".
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venerdì 17 aprile 2009
Giulia che non esce la sera

Giulia che non esce la sera
Come nasce una storia da raccontare?
Qualcuno ha detto che "si scrive per raccontare se stessi". E' vero.
Guido prova a descrivere personaggi nati dalla sua fervida fantasia. L'uomo della pioggia, vagamente sveviano, il prete tentato dal peccato, alla ricerca di se stesso più che della fede, l'ombrellaia romantica, Amélie cispadana.
Ma sono solo personaggi, in cerca di un autore che non c'è, maschere che accompagnano i sogni e gli incubi di Guido in attesa di una autenticità che non verrà mai.
E' solo l'incontro con Giulia, l'inizio di una storia da vivere per raccontarla - direbbe Marquez - che fornisce alibi, sensazioni, emozioni a nuovi personaggi che poi sono essi stessi, realtà e finzione al contempo.
Contornata da anime vaganti - la moglie distratta, la figlia adolescente - e da improvvisati grilli di coscienza - l'amico della figlia, l'editrice - che tentano il tutto per tutto per strappare Guido alla realtà, per ancorarlo alla materialità di una esistenza vaga, più pensata e immaginata che realmente vissuta,
la storia procede piana, come tutte le storie, con le sue tappe di avvicinamento, le sue fughe in avanti e gli improvvisi ritorni.
E di fuga vera e propria si tratta, da una realtà che Giulia incontra ostile, nemica, schiacciata da un meccanismo in ferro simile alle serrature del suo carcere, un meccanismo più forte di lei, sempre più forte, sino a prevalere sul libro di Guido, che Giulia non riuscirà a terminare, a metafora di un male di vivere che non riesce a sublimare il dolore, neppure attraverso feticci come l'uccellino cinese che Guido le dona.
Completano la storia altri personaggi, in cui la dicotomia non è più vero/falso, ma causa/effetto. La famiglia di Giulia è il motore inerte ed incosapevole della macchina che schiaccia la donna, e Guido ne è, al contrario, il cosciente autista, che guida il veicolo sino all'orlo del baratro.
Su tutto, domina la scrittura. L'autenticità della parola, dello scritto, rispetto all'esistenza. Pagine che diventano assolute protagoniste di una storia in cui carne ed anima soggiacciono alla vis magna dell'inchiostro e del monitor sporcato dai caratteri di una storia che poteva essere, e come tante altre, nell'universo, è terminata in anticipo.
Gianluca Lovreglio
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mercoledì 15 aprile 2009
Senza titolo (aprile 2009)
Esterrefatte occasioni
per invecchiare
Assoluto tedio
del mondo
della vita
Atto supremo
coito unione soffoco
Luce...
lieve leggera si solleva
Aria...
libertà dell'essere
E si ricomincia
a invecchiare
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martedì 14 aprile 2009
Allegri, arriva l'Italsider!
Pubblico sul mio blog un articolo tratto dal Corriere del Giorno di Domenica 12 aprile 2009, pagina 31, sul pensiero di Sturzo riguardo le strategie di sviluppo del Mezzogiorno
Se n'è parlato a Milano
Luigi Sturzo e le scelte economiche per Taranto
Presentato un libro sul suo pensiero economico
di Cosimo Basile
Lo studio di consulenza finanziaria Vitale e associati, ha presentato, recentemente, a Milano, nell’auditorium del quotidiano “Il Sole-24 Ore”, un proprio libro intitolato “Il pensiero economico di Luigi Sturzo”. Significativo il sottotitolo “Antologia di studi sturziani per un esame di coscienza culturale”. La prefazione, colta e penetrante, forse un po’ troppo dotta per gente semplice come noi, è di Massimo Cacciari, filosofo di spessore e sindaco di Venezia. Peccato che siano state stampate solo 1800 copie “non venali”, perciò non in vendita. È da sperare che l’editore, sollecitato dal prevedibile sicuro successo, decida di ristamparlo per destinarlo alle librerie. Giacché si tratta di una riuscita e meritoria iniziativa per far conoscere la complessità e al tempo stesso la linearità di Luigi Sturzo. Affiancandolo, così, alle Lezioni di Politica Sociale di Luigi Einaudi, pubblicato, sempre dallo studio Vitale, nel 2002.
Due coscienze critiche, Sturzo ed Einaudi, apparentemente diverse, ma in realtà caratterizzate da sorprendenti tratti comuni.
“A prima vista – scrive Guido Vitale nella nota di presentazione – ci troviamo, da un lato, uno schivo e discreto professore piemontese che fa del rigore una virtù personale e della coerenza una regola intellettuale; dall’altra un esuberante sacerdote siciliano. Entrambi contro-corrente, nel senso che si distaccavano dai modelli culturali di provenienza”.
Il tratto distintivo di Sturzo fu l’avversione convinta dello statalismo, con le conseguenze che esso provoca. Scriveva sul Giornale d’Italia del 20 marzo 1952: “Dopo ventidue anni di assenza (durante il fascismo si era ritirato in esilio, vivendo in America e a Londra, ndr) non posso sopportare l’aria greve e soffocante dello statalismo. Quel che più disturba chi è vissuto per così lungo tempo in paesi liberi dove non è mai esistita la concezione di stato come ente anonimo e sempre opprimente, è la constatazione che gli italiani si sono talmente adagiati all’idea di uno stato-tutto, che nessuno ha più ritegno di invocare provvedimenti statali per la più insignificante iniziativa. Statalismo è disordine, disarmonia, sopraffazione, violazione della personalità umana; statalismo non è lo Stato, ma è contro lo Stato”.
In un articolo successivo apparso su LA VIA, rincarava la dose. “Lo statalismo non risolve mai i problemi economici e per di più impoverisce le risorse nazionali, complica l’attività individuale […]”. Su ORIZZONTI del 21 giugno 1959, riferendosi a Dante, che, da moralista cattolico e da poeta, sulla sua strada trovò tre bestie nemiche, confessava “io che sono cattolico e moralista, pur non essendo poeta, da giornalista ne ho trovate molte altre. Di bestie enormi ne ho individuate proprio tre: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico”. Precisò che lo statalismo che egli condannava si riferiva all’eccesso e alla degenerazione dell’attività statale, da non confondersi con i compiti essenziali e utili, i doveri e diritti dello Stato. Oggi il mondo e la vita sono assai più complessi di quando Sturzo (era nato nel 1871, morì nel 1959) scriveva, soprattutto sui giornali, semplici ma fondamentali regole di convivenza civile ed economica.
L’odierna tremenda crisi mondiale ha sfigurato la fisionomia anche di paesi, santuari del libero mercato e della iniziativa privata, che Sturzo prediligeva. Dice Deaglio: “dopo la caduta del muro di Berlino, ora sta cadendo il muro de Dow Jones”. La sua concezione non poteva non scontrarsi con quella del sindaco di Firenze, La Pira, nonostante la comune matrice cattolica e la medesima terra di origine. Nel settembre ‘55, su AZIONE POPOLARE di Reggio Calabria rispose così ad una lettera di La Pira: “Pure qualche legge economica esiste, che nessun La Pira potrà negare: anzitutto quella della quantità dei beni in rapporto ai soggetti da soddisfare. La Pira si appella spesso al Vangelo: ricorderà che le due volte che il Figlio dell’uomo volle dare da mangiare alle folle, prima moltiplicò i pani e i pesci e poi li fece distribuire. Noi, che non siamo taumaturghi, dobbiamo mangiare il pane nel sudore della fronte […] quindi coltivare, seminare, raccogliere e distribuire”. Questa ingiunzione divina, oggi viene qualche volta disattesa o dimenticata.
Disinvolto, battagliero sin da giovane, per nulla condizionato dall’abito talare, possedeva anche il senso dell’ironia. Sempre nella polemica con La Pira, riferendosi ad un versetto del Magnificat, dice “E così, dal canto della Vergine (tutto spirituale e profetico del regno di Dio) ad oggi, i potentes ci sono stati sempre e ci sono ancora e gli umiles pure, anche in Russia: i primi, potentes sul serio, a Mosca e gli altri dappertutto, specie in Siberia. Pochi, uomini e istituzioni, scamparono alle sue critiche, quasi sempre feroci. Ne fecero le spese anche i liberali, che per le proprie idee in campo economico, dovevano essere i suoi interlocutori privilegiati. Invece no.
Leggiamo sul Giornale d’Italia nel 1957: “[…]La libertà politica concessa a tutti, nella pratica fu negata ai cattolici, i quali per oltre mezzo secolo furono trattati da cittadini di secondo rango. Il Mezzogiorno ebbe un trattamento politico ed economico da colonia conquistata. La scuola fu monopolizzata dallo Stato. Dico questo ai liberali di oggi di non farsi vanto del loro liberalismo. La sopraffazione dei partiti e la confusione dei poteri convivono stranamente anche con le più larghe teorie di libertà e di democrazia. Dialogò, a distanza, con Malagodi, figura storica del liberalismo italiano. Talvolta su posizioni convergenti; in altri casi, di dissenso. Attento alle necessità concrete della gente, fu inevitabile che si occupasse anche del Mezzogiorno. Lo fece col suo stile abituale: passionale, ma distaccato dal vittimismo, dalla emotività. Invocò, invece, la testimonianza storica, i fatti, i numeri, le tabelle statistiche. Sul Giornale d’Italia del 15 luglio 1958, in polemica con Saragat, puntualizzava: “L’on. Saragat solleva una questione che i meridionalisti classificano come erronea, antistorica. Egli (cioè Saragat, ndr) dice: «Da secoli nel Mezzogiorno non esiste alcune seria iniziativa industriale…»”.
La verità storica - per Sturzo – era un’altra: “di tutte le contrade italiane, proprio il Mezzogiorno continentale e la Sicilia, prima dell’unificazione nazionale, erano le più prospere ed avevano industrie locali adatte ai tempi”. Citava le sete meridionali, il Marsala, che fin da allora faceva concorrenza ai vini pregiati della Spagna. Ed ancora, le iniziative di Florio non solo per il Marsala e le ceramiche, ma per l’eccezionale sviluppo della flotta mercantile, che in seguito si associò con la Rubattino di Genova, lo sfruttamento dello zolfo, i cantieri navali, le tonnare e le altre iniziative pescherecce, le conserve alimentari… L’unificazione italiana, ricordò, mentre diede la libertà politica, ci tolse per lungo tempo le libertà economiche. Perché il tesoro del regno di Napoli e Sicilia servì a colmare i deficit del nascente stato italiano, ma anche perché gli uomini di stato e tecnici, con una continua ostilità, strana, gelosa, pervicace, dal 1861 crearono due Italie: la prospera e la depressa.
Ricordava anche che l’iniziativa privata, oltre alla coltivazione dei vini e del tabacco in Puglia, aveva trasformato persino le pietre (vedere Amalfi e la costiera salernitana). Intravide con lungimiranza le potenzialità di sviluppo e di occupazione del turismo nel Sud Italia. Rifletteva: pensare che i ricchi siciliani vanno nell’Alto Adige e in Svizzera, quando potrebbero avere a casa loro un Alto Adige e una Svizzera, con l’aggiunta del loro sole, della loro aria tonificante, solo che le zone etnee venissero rese tipicamente turistiche. Si chiedeva se anche la trasformazione vitivinicola non può considerarsi anch’essa una attività industriale.
Nel Mezzogiorno – diceva – si produce una abbondante varietà di vini, con centinaia di nomi. La Sicilia e le Puglie forniscono vini da taglio per vini di altre Regioni, così che “il bel vino pugliese” resta anonimo, senza nome e cognome. Oggi, fortunatamente, qualcosa sta cambiando. Ebbe molte perplessità per lo sviluppo dell’industria siderurgica nel Mezzogiorno. Sul Giornale d’Italia del 23 gennaio 1959 tuonava “Allegri, è in corso il rilievo da parte dell’IRI del cantiere di Taranto e un impianto IRI siderurgico nel Mezzogiorno. Spesa prevista per l’impianto siderurgico 125 miliardi di lire (di quell’epoca ndr). Prevedo, aggiungeva, che si occuperanno da tre a quattromila operai, con costo, per unità lavoratrice da 60 a 80 milioni, e pure ammesso che ogni unità costi 40 milioni, quale differenza…”.
Più perentorio il suo giudizio sul cantiere navale perché “lo Stato non deve cercare di fare ingoiare all’IRI il cantiere di Taranto, se tale cantiere non regge”. Ebbe ragione? Viene da chiedersi: le sue diagnosi furono tutte indovinate, condivisibili, in tutto o in parte, da chiunque? Rispondere di sì significherebbe rendere a Sturzo un tributo che da vivo non avrebbe gradito. Schivo come era, disturbato e infastidito dal l’appellativo “Maestro”. Giacché – ricordava - “Gesù Cristo disse di non chiamare nessuno Maestro, perché egli solo è Maestro”.
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lunedì 13 aprile 2009
Quando gli uomini dabbene non uscivano senza cappello

Pubblico sul mio blog questo interessante articolo del Corriere del Giorno, sebbene si inserisca a pieno tirolo nel filone della rievocazione di una "Taranto di una volta", che però nessuno ha mai visto...
La stirpe dei Pisapia, cappellai in Taranto dal 1889. Da via Duomo al Borgo
Quando gli uomini dabbene non uscivano senza cappello
di Antonio Biella
Corriere del giorno 30/11/2008
Quando il capostipite, Luigi, aprì il suo primo negozio “Cappelleria Luigi Pisapia” in via Duomo, appena dietro San Cataldo, era il 1889. Da allora, tutta Taranto è passata da quel negozio per acquistare cappelli. Prima in via Duomo, poi, nel 1933, il trasferimento in via Matteotti, appena dopo il ponte, al Borgo, perchè ormai era al Borgo che c'era “la vita”. Il vecchio don Luigi ne fu così contento che gli venne un colpo e ne morì, lasciando il negozio con il bellissimo prospetto (lo stesso di oggi) al figlio Giovanni. Dal '69, infine, a gestirlo è il nipote acquisito, Rodolfo Ayr Pisapia, entrato in bottega quando aveva ancora i calzoni corti.
Acquistare un nuovo cappello di feltro all'inizio dell'inverno, o una paglietta prima di San Cataldo, era un rito per la Taranto bene di una volta. Erano i tempi (sino ai primi anni Sessanta) in cui si diceva: un uomo senza cappello è come una bottiglia senza tappo. E allora non c'era la incultura dell'usa e getta come oggi.
«Proprio qui accanto - ci racconta Rodolfo - zio Cataldino aprì la bottega di riparazioni. Il cappello veniva smontato, lo si lavava, si sostituivano
la fascia esterna e il “marocchino” interno. E, quand'era necessario, il cappello lo si rivoltava, proprio come si faceva con gli abiti e coi cappotti».
All'epoca, un Borsalino costava dalle 15 alle 25mila lire, ed erano soldi; adesso costa tra i 150 ai 200 euro. Anche per questo la clientela si è spostata più su altri articoli perchè, moda o non moda, d'inverno fa freddo e l'estate il sole picchia duro. Va forte il cappello di stoffa a quadretti, ma anche coppole modello siciliano, i cap inglesi, il berretto da nostromo e, più di tutti ormai, il berretto da baseball.
«Che ormai lo usano anche gli uomini d'età, perchè costa poco, dai 15 ai 35 euro, e fa giovanile».
E il classico Borsalino falda larga anni Trenta?
«Si vende ancora, ma bisogna saperlo portare: ci vuole un certo stile e anche... un minimo d'altezza, se no attozzisce...».
E' così che l'antico prospetto con le alte vetrine di Pisapia mostra, accanto a una lobbia d'altri tempi e tanti bei Borsalino, Cervo, Barbisio e Bantam, anche tutta una serie di coppole e berretti. Oltre, naturalmente, a certi accessori che affiancarono i cappelli sin dal lontano 1889: guanti e cravatte. Anche se adesso i cappelli non si rivoltano più, se volete una forma particolare ci pensa il signor Rodolfo con una macchinetta che emette un soffio di vapore bollente che ammorbidisce il feltro (pelo di coniglio e lepre pressati). Il resto lo fanno le sue dita sapienti, come quelle degli antichi artigiani di una volta. Insomma, la tradizione qui non è acqua, e un cappello (attenzione!) non serve solo a tener calda una testa.
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