giovedì 14 luglio 2011

Il 14 luglio 1946 a Taranto. Le reazioni all'attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni

In occasione della ricorrenza dell'attentato a Palmiro Togliatti, pubblico sul mio blog un articolo apparso sul Corriere del Giorno di mercoledì 14 luglio 2010 a p. 26.

Il 14 luglio 1946. Scontri in piazza, morti e feriti nelle manifestazioni di Taranto
Le reazioni all'attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni

di Antonella De Palma

Alla fine della seconda guerra mondiale il movimento operaio tarantino ritorna ad essere molto forte e combattivo. Le elezioni politiche del 1946 danno la vittoria al PCI, seguito dalla DC e dal PSIUP. Nel 1948 le cose non cambiano. Le elezioni del 18 aprile, che a livello nazionale segnano l'affermazione della DC, nel comune di Taranto danno invece la vittoria al Fronte popolare. Questi sono i rapporti di forza quando, il 14 luglio di quello stesso anno, Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, uscendo da Montecitorio viene ferito da quattro colpi di pistola. L'attentatore si chiama Antonio Pallante. In tutta Italia esplodono moti spontanei di collera popolare a cui il governo contrappone una linea di estrema durezza ricorrendo all'impiego di reparti dell'esercito. Il risultato è – secondo i dati forniti dal ministro degli interni Scelba il 20 luglio al Senato – di 16 morti e duecentoquattro feriti tra i dimostranti e nella forza pubblica. A Taranto negli scontri fra polizia e manifestanti, circa quindicimila secondo i dati della Questura, muore il ventisettenne Angelo Raffaele Latartara, operaio arsenalotto, socialista, colpito alla testa da un proiettile; i feriti sono nove, sette dimostranti, quasi tutti lavoratori dei Cantieri navali e dell'Arsenale, e tre poliziotti. Uno di questi, Giovanni D'Oria, muore due giorni dopo all'ospedale. La manifestazione per l'attentato a Togliatti è uno dei momenti più intensi della storia del movimento operaio tarantino del dopoguerra, tuttora vivo nella memoria degli operai più anziani. Il modo migliore di raccontarla è proprio attraverso le narrazioni di chi era presente: «Io stavo a bordo a lavorare, quando un napoletano che lavorava in officina, all'una ha sentito il comunicato e viene a bordo a gridare: "Hanno sparato a Togliatti! Hanno sparato a Togliatti!". Allora gli operai uscirono da bordo, uscirono dalle officine e si trovarono a piazza Congegnatori dove c'era la Commissione Interna. Piano piano, piano piano, si sono tutti raggruppati là. C'era un silenzio di lutto, un dolore! Allora: "Sciopero, sciopero! Dobbiamo uscire!". Siamo usciti dall'Arsenale e siamo andati a piazza Ebalia, dalla parte di Lungomare (dove c'era la Camera del lavoro, ndr). Siamo stati lì, tutto il sindacato, la Commissione Interna. All'epoca Voccoli era senatore e noi aspettavamo Voccoli che doveva fare il comizio. Allora la polizia fece una grande provocazione con la macchina. La gente era esasperata, la polizia girava, girava… Sai, con la rabbia uno può commettere anche un errore. Salirono sulla macchina… Il tenente che stava sulla macchina sparò su un compagno socialista, Latartara, gli spararono in fronte» (Nicola Taurino, allora operaio dell'Arsenale e militante del PCI). «Ci fu una grande sassaiola a Lungomare. Gli operai dell'Arsenale, gli operai dei Cantieri navali, persino i miticoltori, la gente comune, si radunarono sotto la Camera del lavoro e c'era una grande tensione. Poi, le camionette della celere cominciarono a creare subbuglio, perché volevano disperdere questa grande folla, questo grande assembramento di compagni, di persone. Naturalmente cominciarono a difendersi. Allora furono divelti gli alberi, furono divelte le mattonelle di marmo, ci furono dei grandi scontri. La polizia sparò e ci furono questi morti, questi feriti» (Cataldo Portacci, maestro d'ascia, militante del PCI). «Io portai all'ospedale un compagno della Commissione interna, Catapano, perché ebbe una pallottola fra le gambe. L'Italia fu bloccata, paralizzata. Togliatti, però, disse: "Non perdete la testa, mantenete la calma"» (Nicola Taurino). «Un brutto ricordo. Avevano attentato proprio al segretario politico del nostro partito. Poi, lo stesso Togliatti perdonò l'attentatore e fece uscire anche i fascisti dal carcere. Per dimostrare la vera democrazia » (Leonardo Miceli, operaio dell'Arsenale e militante del PCI). La CGIL proclama lo sciopero generale per il giorno 15. Nel pomeriggio dello stesso giorno si svolgono i funerali di Angelo Latartara. Il feretro è seguito da circa diecimila operai: «Descriverlo con le parole… non posso trovare le parole, adesso, per raccontare la folla, la tensione, il cordoglio, la solidarietà… Ecco, non ci sono parole per dire. Una grande manifestazione di massa, di popolo. Migliaia di persone…» (Cataldo Portacci). Il percorso del funerale viene limitato dalla polizia alla sola città vecchia, dove Latartara viveva, per evitare il passaggio nelle vicinanze delle sedi di partito e dei principali uffici pubblici siti nella città nuova. Nel discorso funebre gli oratori invitano gli operai a persistere nella lotta in attesa delle direttive del sindacato. Diverso il funerale di Giovanni D'Oria, avvenuto due giorni dopo: dalla caserma della Mobile di via Pupino il feretro, avvolto nella bandiera tricolore e accompagnato da autorità civili e militari, attraversa le vie del centro e raggiunge la chiesa di San Giovanni di Dio. Da lì, al termine della cerimonia funebre percorre via D'Aquino e, attraversato il ponte girevole, arriva a piazza Castello, dove gli vengono resi gli onori militari. A lui è intitolata la caserma di corso Italia. Lo sciopero continua anche il giorno 16. Ai Cantieri navali l'astensione è quasi totale, all'Arsenale invece circa mille operai entrano al lavoro. Gli scioperanti cercano di impedirne l'ingresso ma la polizia interviene con nuove cariche. Il giorno dopo, lo sciopero viene revocato e le attività lavorative riprendono normalmente. La situazione si normalizza. Non si normalizza però all'interno della CGIL, il grande sindacato unitario di Di Vittorio, Buozzi e Grandi. Dopo lo sciopero per l'attentato a Togliatti la componente cattolica abbandona la CGIL e fonda un'organizzazione separata, la LCGIL, che poi diventa CISL. Poco dopo un'altra scissione a opera dei sindacalisti socialdemocratici, seguaci di Giuseppe Saragat, dà vita alla UIL. Si definisce così la struttura del sindacalismo confederale italiano odierno. Il bilancio della giornata del 14 luglio a Taranto è di trentatre denunce e otto arresti: Cosimo Ruggieri, Michele Briganti, Giovanni Villani, Giuseppe Stasi, Vincenzo Ferretti, Vincenzo Albano, Antonio Caricato, Saverio Ressa, tutti operai e militanti. Il processo si concluse nel 1950 con lievi condanne per sei imputati e l'assoluzione per insufficienza di prove per tutti gli altri. Poco tempo dopo per gli operai iscritti alla CGIL si apre l'epoca buia dei licenziamenti politici, attraverso i quali si cercherà di fare piazza pulita della componente comunista e socialista del movimento operaio tarantino.

martedì 5 luglio 2011

I gravi tumulti di Taranto per l'aumento dei prezzi

Articolo tratto dal Corriere del Giorno di domenica 5 luglio 2009, p. 27

Quel sei luglio di novant'anni fa
I gravi tumulti di Taranto per l'aumento dei prezzi

di Mario Gianfrate

La crisi aperta dalla conclusione del conflitto mondiale, si riflette sulla economia del Paese che, a causa degli ingenti sforzi finanziari sostenuti per far fronte alle esigenze belliche, sarà investito inesorabilmente da un processo inflazionistico, con effetti devastanti sull’occupazione e sulla crescita del costo della vita. L’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di largo consumo e la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta, la mancanza di lavoro e, quindi, lo stato di inquietudine e di incertezza sul futuro dei reduci appena tornati dal fronte, danno luogo, nell’estate
del 1919, a una serie di agitazioni contro il carovita promosse dal partito socialista.
Gravi tumulti si verificano a Taranto il 6 luglio, in seguito alla proclamazione dello sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro. Preceduto da una lunga sequenza di cortei e dimostrazioni che si sono
protratte per sei mesi, lo sciopero si è reso necessario per l’incapacità dell’Amministrazione Comunale della quale è sindaco Francesco Troilo – che si dimetterà – di dare adeguate risposte alla protesta, ma, anche per il rifiuto opposto dal sottoprefetto di ridurre del 50% il prezzo dei beni di
primaria necessità. La situazione alimentare nella città jonica è drammatica: per effetto della speculazione mancano carne, riso e petrolio; scarso è, addirittura, il pesce mentre il pane, distribuito in quantità limitata, è di scadente qualità.
Ciò perché Luigi Candido De Matteo, titolare dell’omonimo mulino, immette
sul mercato – ma non sarà il solo – farina adulterata. La popolazione, esasperata dai prezzi proibitivi dei prodotti indispensabili e, oltretutto, introvabili, assalta i negozi e i magazzini devastandoli e saccheggiandoli. I primi incidenti si sviluppano al mercato coperto dove alcuni operai acquistano delle uova pagandole con il ribasso del 50% sul prezzo corrente. Il tentativo si ripete nei confronti di un macellaio che però, estratta una pistola, oppone resistenza. Viene, però, disarmato. Quindi la folla, tra cui moltissime donne e ragazzi, danno l’assalto ai negozi. In alcuni casi
i commercianti applicano immediatamente il ribasso richiesto sulla vendita dei generi alimentari; in altri si recano essi stessi alla Camera del Lavoro consegnando le chiavi dei propri magazzini ai dirigenti sindacali.
I quali, come evidenzia la Colarizi – “Dopoguerra e fascismo in Puglia”, Laterza, Roma- Bari 1977 – si trovano impreparati a gestire la spontaneità del fenomeno e, di fronte alle degenerazioni ne prendono le distanze. In effetti il Consiglio dei sindacati tarantini, convocato d’urgenza, si
preoccupa della piega che gli avvenimenti stanno assumendo e tenta di ricondurre la protesta in un alveo legalitario. Ma a questo punto la polizia, rimasta inoperosa fino a quel momento, interviene bruscamente
– e inopportunamente – operando decine di arresti tra operai e dirigenti
sindacali. I moti riprendono l’indomani 7 luglio, lunedì. Il sopraggiungere
di imponenti contingenti di poliziotti e carabinieri, dà luogo a violenti
scontri tra la popolazione e le forze dell’ordine che fanno uso delle armi.
Durissimi quelli nella città vecchia: gli abitanti dei vicoli, di Via Garibaldi e di Via Mezzo si difendono come possono, lanciando sassi
e grossi vasi di argilla dalle finestre contro poliziotti e carabinieri che hanno piazzato per le strade nidi di mitragliatrici.
Alla fine della giornata, a terra restano i corpi senza vita di quattro
dimostranti, mentre tantissimi sono i feriti. Per una più dettagliata ricostruzione degli avvenimenti si rimanda a: Florindo Lemma,”Un secolo di
lotte – L’Arsenale di Taranto tra cronaca e storia”, Edizioni Dal Sud, Bari 1981. Vedi, anche: Michele Magno, “Galantuomini e Proletari in Puglia”, Bastogi, Roma 1984. Neppure il tragico eccidio fermerà la protesta: lo
sciopero perdurerà ancora per altri dodici giorni e terminerà soltanto quando verranno rilasciati e rimessi in libertà i capi dei subbugli
Odoardo Voccoli e Innocente Cicala.
Il proletariato, in tale occasione, dà dimostrazione della propria forza ma suscita inevitabilmente la reazione delle classi dominanti. Per il momento, il sottoprefetto, in una riservata al Ministero dell’Interno datata
9.8.1919, avanza richiesta di trasferimento di “alcuni arsenalotti e ferrovieri..., che per le loro idee rivoluzionarie e bolsceviche rappresentano un elemento pericoloso per l’ordine pubblico, esercitando essi un’attiva costante e deleteria propaganda tra i compagni di lavoro e cittadini, i quali vengono incitati alla rivolta contro i poteri dello Stato”.

martedì 10 maggio 2011

Le statue di San Cataldo dal 1345 ad oggi

Pubblico sul mio blog questo articolo sulla storia delle statue di S. Cataldo, il patrono di Taranto, dal medioevo ad oggi. Questo articolo si è intrufolato nel mio hard disk purtroppo senza i riferimenti. Se qualcuno riconosce un suo scritto, quindi, sono a disposizione per inserire il nome dell'autore. Lo stesso autore è il responsabile di eventuali incongruenze storiografiche presenti nell'articolo.

Le statue di San Cataldo dal 1345 ad oggi

Alcune tra le più importanti feste patronali delle nostre zone hanno avuto nel tempo grande risonanza non soltanto per le luminarie e i fuochi d’artificio e le bande, ma anche per la preziosità del simulacro del santo.Del resto in Puglia i maggiori santi protettori vantano tutti una statua argentea o, quantomeno un mezzobusto. La storia ci informa che i tarantini venerarono il loro santo patrono la prima volta attraverso un mezzobusto realizzato nel 1346 per volontà dell’arcivescovo Ruggiero Capitignano. Nel 1151 l’arcivescovo Giraldo I aveva fatto trasferire il sepolcro di san Cataldo dal sarcofago marmoreo in uno argenteo e artisticamente lavorato. Nel 1346 l’arcivescovo Capitignano, accogliendo le richieste dei fedeli, decise di realizzare, secondo l’usanza del tempo, una statua argentea del santo utilizzando il metallo del sarcofago, ma l’argento risultò insufficiente e si pensò di realizzare il mezzobusto.
Nel 1465 il mezzobusto fu allungato in una vera e propria statua perché Taranto era stata liberata dalla peste. Mancavano i fondi e il sindaco, il nobile tarantino Troilo Protontino, fece fare una sottoscrizione tra i cittadini. Dunque c’era la peste e fu vietato l’ingresso in città ai forestieri.
La decisione non piacque a san Cataldo perché secondo una leggenda, all’indomani dell’entrata in vigore del divieto, la statua del santo non fu trovata nella sua nicchia del Cappellone. Soltanto il giorno dopo una donna, mentre attingeva l’acqua da un pozzo presente in un palazzo patrizio, vide luccicare qualcosa in fondo al pozzo, era la statua del santo che volle così manifestare il suo disappunto.
Nel 1891 la statua fu mandata a Napoli per i necessari restauri ma non fece più ritorno a Taranto perché si decise di realizzarne una nuova. La statua fu realizzata dal napoletano Vincenzo Catello nell’istituto Casanova di Napoli. La statua era alta due metri e pesava 43 chili, otto in più rispetto a quella prece dente. Questa statua piaceva più dell’altra ai tarantini.
La notte del 2 dicembre 1983 la statua del Catello fu trafugata dalla cattedrale lasciando sgomenti l’arcivescovo mons. Guglielmo Motolese, il clero e il popolo tarantino. Mons. Motolese ne fece realizzare
una nuova nella fonderia Di Giacomo di Napoli, su progetto dell’artista grottagliese prof. Orazio Del Monaco con i 36 chili di oro donati dagli orafi tarantini.
Fu benedetta e portata in processione l’8 settembre 1984 nella Rotonda del Lungomare. Fu benedetta da mons. Motolese che donò alla statua il suo pastorale, mentre il suo successore, il cardinale Salvatore De Giorgi, donò il suo anello episcopale. L’attuale statua, che ha sostituito quella di Del Monaco, ritenuta molto pesante e difficile da trasportare, fece il suo ingresso trionfale in città, trasportata sulla motonave “Tremiti”
da Chiapparo al castello Aragonese, tra un tripudio di gente, la mattina del 4 maggio 2003.
Il nuovo simulacro è alto un metro e settanta centimetri, poggia sull’antica base alta 20 centimetri e pesa circa 60 chili. E’ stato fuso per intero e rivestito d’argento. E’ stato realizzato dall’artista Virgilio Mortet ad Oriolo Romano. Alle dita della mano benedicente della nuova statua fu messo un anello episcopale facente parte del “tesoro” di San Cataldo. Sul petto e sul piede sinistro della statua ci sono custodie argentate contenenti
reliquie del santo. La statua fu realizzata grazie a 96 chili d’argento donati dai tarantini e venne a costare 48mila euro.
Capitignano, accogliendo le richieste dei fedeli, decise di realizzare, secondo l’usanza del tempo, una statua argentea del santo utilizzando il metallo del sarcofago, ma l’argento risultò insufficiente e si pensò di realizzare il mezzobusto.
Nel 1465 il mezzobusto fu allungato in una vera e propria statua perché Taranto era stata liberata dalla peste. Mancavano i fondi e il sindaco, il nobile tarantino Troilo Protontino, fece fare una sottoscrizione tra i cittadini. Dunque c’era la peste e fu vietato l’ingresso in città ai forestieri. La decisione non piacque a san Cataldo perché secondo una leggenda, all’indomani dell’entrata in vigore del divieto, la statua del santo non fu trovata nella sua nicchia del Cappellone. Soltanto il giorno dopo una donna, mentre attingeva l’acqua da un pozzo presente in un palazzo patrizio, vide luccicare qualcosa in fondo al pozzo, era la statua del santo che volle così manifestare il suo disappunto.
Nel 1891 la statua fu mandata a Napoli per i necessari restauri ma non fece più ritorno a Taranto perché si decise di realizzarne una nuova. La statua fu realizzata dal napoletano Vincenzo Catello nell’istituto Casanova di Napoli.
La statua era alta due metri e pesava 43 chili, otto in più rispetto a quella precedente. Questa statua piaceva più dell’altra ai tarantini. La notte del 2 dicembre 1983 la statua del Catello fu trafugata dalla cattedrale lasciando sgomenti l’arcivescovo mons. Guglielmo Motolese, il clero e il popolo tarantino. Mons. Motolese ne fece realizzare una nuova nella fonderia Di Giacomo di Napoli, su progetto dell’artista grottagliese prof. Orazio Del Monaco con i 36 chili di oro donati dagli orafi tarantini.

giovedì 21 aprile 2011

Io odio i tarantini (incivili)

Taranto, 21 aprile 2011. Zona centrale, a due passi dal Carmine. Casa mia, praticamente. Giovedì santo. Escono i perdoni dalla chiesa. Folla, gente, accalcata. Bisogno urgente. Dove farla? In un bar, la risposta più ovvia. Invece il porco cornutazzo tarantino vede un portone aperto, il mio. Entra, e come se niente fosse, piscia nell'androne, appena dopo la prima rampa.

ODIO I TARANTINI INCIVILI. LI ODIO PROFONDAMENTE!

L'unica cosa che riesce a consolarmi è una maledizione in pieno stile Alex Drastico (il personaggio di Albanese, ricordate?). Eccola:

CORNUTO!
Sappi che quello era il portone di casa mia...
Tu puoi pulirlo, disinfettarlo, puoi riverniciarlo, puoi raschiare l'intonaco, puoi farci quello che vuoi, ma resta sempre il portone di casa mia e a ricordartelo saranno le mie maledizioni forever...
Le maledizioni ti si attaccheranno alle tue mutande, sul glande e sotto lo scroto, alla gonade destra ed a quella sinistra, così che si affloscino in una notte tutta buia mentre stai per chiavarti la più bella gnocca della tua vita... nel frenulo che ti si staccherà all'improvviso quando ti accorgerai che non potrai più tirar fuori l'attrezzo dall'ano della tua compagna, inondandosi di sangue. Una volta terminato l'amplesso doloroso ti sorgerà il dubbio che qualcuno ti abbia maledetto... Io!

Le maledizioni ti si attaccheranno al sellino della tua bici che salterà via mentre stai salendo al volo e un ferro nel culo ti insegnerà a non mettere più il naso tra i cazzi miei e in più prego madre natura di infradiciarti di grappoli di emorroidi... di farti sputare sangue una mattina appena alzato, di spappolarti gradualmente il fegato, di farti sordo, muto, ma non per sempre, minchia! Che la voce ti venga sporadicamente e per popchi secondi nei quali tu spari delle cazzate immani...
Era il portone di casa mia, cornutazzo!
T'accechi un occhio e ti renda daltonico l'altro... ti doti di un olfatto dove ovunque tu percepisca solo odore di merda... che ti doti di una gobba e se già ce l'hai, che in questo caso te la accentui, così che l'unica cosa che tu riesca a vedere sarà i tuoi coglioni!
Ed in fine... che uno stormo di piccioni incazzati ti scambi per l'assessore all'ecologia riempiendoti integralmente di scagazzate così che tu debba scappare nella prima toilette pubblica, ma con la giacca ricoperta di merda...
Buon fortuna... Cornuto!

sabato 2 aprile 2011

Cenare al buio…

Cenare al buio…

Le “Cene Senza Senso” sono un progetto nato per sensibilizzare l'opinione pubblica sul disagio della cecità in modo innovativo, fuori da ogni retorica, senza la necessità di raccogliere fondi fine a se stessa. Il punto fondamentale è trasformare in esperienza positiva il “non vedere”, portando il cliente a vivere il buio come dimensione sensoriale che stimoli e sappia acuire i restanti quattro sensi. La scelta di utilizzare il cibo come mezzo per la realizzazione effettiva di questa esperienza è fondamentale: l'olfatto, il tatto, il gusto sono particolarmente stimolati dalle pietanze, mentre l'udito percepisce la presenza dei commensali e la sensazione di vuoti e pieni cui solitamente non siamo abituati a dar peso per via delle continue informazioni visive.
Un’esperienza davvero interessante, quella svoltasi alla fattoria “Il noce” di Manduria il 2 aprile. Accolti da un aperitivo, anch’esso preparato e servito dai ragazzi dell’associazione “Incontri ravvicinati” di Firenze, si inizia ad entrare nel “focus” della serata.
Accompagnati in sala direttamente al buio, ci immerge da subito in una atmosfera che a noi che possediamo il bene della vista sembra irreale. La prima sensazione è di stordimento. La testa barcolla, il senso dell’equilibrio vacilla, ed immediatamente ci si accorge di quanto sia importante la presenza degli altri, che ci aiutano creare una mappa mentale senza la quale ci sentiremmo veramente perduti. Lo spazio cambia. Il vuoto sembra enorme, le distanze si allungano. Il calore e la vicinanza delle nostre “guide” si trasforma in bussola ed in àncora. In un mondo buio, i non vedenti sono gli unici a vedere e a poterci guidare, e già questa sola riflessione dà l’idea dell’importanza di vivere – almeno una volta nella vita – questo tipo di esperienza.
Cercare la propria sedia, il tavolo, costruire la mappa della propria mensa alla ricerca delle posate, del tovagliolo, dei bicchieri, col rischio continuo che qualcosa cada, che il bicchiere si versi, che la nostra posata sia usata per sbaglio dal commensale accanto. Tutto questo rende da subito partecipi di una situazione del tutto nuova, diversa, inattesa. La forma di ogni cosa diventa importante, essenziale: distinguere la forchetta dal coltello, la bottiglia dell’acqua da quella del vino, sono le prime tappe obbligate alle quali sottoporsi.
Intanto si commenta, si parla, si cerca la presenza dell’amico, del commensale. I toni diventano immediatamente altissimi, non ci si rende neppure conto, ma si sta urlando tutti, e continui sono i richiami da parte dei ragazzi dell’associazione, che per servire hanno bisogno di un volume più basso. Ci avreste mai pensato, prima? In un mondo buio il cameriere non lo puoi chiamare alzando la mano, ma solo pronunciando il suo nome, e aspettando che egli arrivi e ti tocchi la spalla…
Arriva il cibo, e già dall’antipasto ci si accorge di come occorra distinguere le pietanze attraverso il tatto. Le posate servono a poco, se non sai come raccogliere, cosa tagliare… e in un batter d’occhio le nostre maglie iniziano a raccogliere ciò che inevitabilmente cade. Poi incomincia il balletto dell’acqua e del vino. Le bottiglie devono essere passate di mano in mano, piano, con calma, e tutta la tavola collabora alla bevuta di ogni singolo commensale. Qualcuno si offre di versare, e ci sono solo due modi per farlo senza far tracimare il bicchiere: affidarsi all’udito, ma è quasi impossibile date le grida, ed al tatto, di certo il mezzo più sicuro.
Intanto il pane che hai preso poco fa chissà dove è andato a finire, e sei costretto a prenderne un altro pezzo. Lo ritroverai solo alla fine, quando le luci saranno di nuovo accese, e rispunterà ad un centimetro dalle tue mani. Era proprio lì, è rimasto per tutta la serata, ma era come se non ci fosse, al buio, perso per sempre…
Ogni portata è una catena, ogni sparecchio una collaborazione tra tutti. E’ incredibile quanto si scopra subito che l’uomo è un animale sociale, e che nelle situazioni più estreme solo la collaborazione, l’intesa può fare in modo di salvare ciascuno, di rendere a tutti la vita più facile.
E il cibo? Tutto buonissimo: i sapori si moltiplicano, al buio: di ogni pietanza si distinguono chiaramente i profumi, la consistenza, la presenza di ciascun ingrediente. Sembrano piatti altamente elaborati, quelli che mangiamo, eppure il cuoco ci informa che si tratta di piatti tipici della tradizione italiana. E ciascuno formula ipotesi, si lancia in spiegazioni più o meno dettagliate circa la preparazione, solo alla fine si scoprirà la verità…
Intanto ciò che deve succedere succede, a chi manca di esperienza: qualche piatto cade, qualche bicchiere si rovescia, i tovaglioli cadono, persi nelle tenebre…
Fino al disvelamento finale. Piano, molto piano, torna la luce, dapprima quella naturale, del fuoco, a ricordarci che gli uomini partono da lì, che la società umana ha iniziato dal fuoco la propria crescita culturale, sociale, filosofica. Poi si accendono le luci moderne. Quanto tempo è passato? Anche il tempo - soprattutto il tempo - nelle tenebre, diventa una variabile soggettiva. Per uno un’ora, per un altro due ore, per un altro ancora tre ore…
Qui c’è il vero messaggio, la vera forza comunicativa di questa esperienza: noi torniamo a vedere, ma per i nostri cuochi, per i nostri camerieri, nulla – proprio nulla – è cambiato, e continuano a servirci barcollando, tastando, toccandoci la spalla, esattamente come hanno fatto nelle due ore precedenti. Cosa dire? Soltanto provandola, questa stupefacente esperienza, si può iniziare a capire per un momento – un momento soltanto – cosa sia la realtà di chi la luce non può sceglierla.
Grazie, mille, ragazzi, grazie davvero per averci insegnato tutto!

giovedì 10 febbraio 2011

L'accoglienza tarantina ai profughi di Trieste

Uno stralcio di un giornale dell'epoca



Recupero oggi sul mio blog una interessante pagina di storia locale a firma di Ornella Sapio, apparsa sulle colonne del Corriere del Giorno di mercoledì 10 febbraio 2010, a p. 27.

L'accoglienza tarantina ai profughi di Trieste
Attraverso i documenti conservati all'Archivio di Stato

di Ornella Valeria Sapio

Il 5 maggio 1945 il Sindaco di Taranto, Ciro Drago, insieme all’intera giunta municipale, riuniti in assise, espressero commozione e indignazione per la situazione creatasi in Trieste italiana, liberata dai nazifascisti dall’esercito iugoslavo dei partigiani di Tito ma da questi occupata militarmente con pretese di annessione. Convinti che tali inconsulte aspirazioni non fossero giustificabili anzi contrarie con l’idea di libertà e pace con giustizia, chiesero al Prefetto di far giungere al Governo Centrale i voti calorosi dell’intera comunità tarantina perché l’italianità di Trieste fosse riconosciuta. Non sarà così: … per quasi dieci lunghi anni Trieste vivrà staccata dalla madrepatria Italia. Il Governo militare insediato il 1° maggio dai Titini, senza il consenso alleato, avrà vita breve (40 giorni) ma sarà devastante, connotato da una repressione brutale e sistematica: numerosi gli arresti, le deportazioni, le esecuzioni di massa; ogni potenziale avversario del comunismo venne etichettato fascista e quindi giustiziato, i cadaveri gettati senza pietà in fosse comuni dei valloni carsici “le foibe”; vennero smantellate le precedenti strutture istituzionali e politiche non solo fasciste ma anche italiane, le strade perennemente pattugliate seminando terrore, organizzate pompose manifestazioni filo-slave a sostegno del progetto di annessione. Il 9 giugno, a seguito di forti pressioni anche sovietiche e di delicate trattative diplomatiche, si giunse ad un accordo tra Tito e gli angloamericani: la zona A, comprendente tutta la Venezia Giulia (Trieste e la fascia costiera occidentale), passava sotto il controllo britannico; la zona B, costituita dal resto della regione ad est della “linea Morgan” (Capodistria), si poneva sotto il controllo Iugoslavo. Per sfuggire a tanta sciagura e non restare al soldo dell’usurpatore slavo, una nutrita schiera di donne e bambini, vecchi e uomini, abbandonata la propria terra e la propria casa ed ogni bene, folle di spavento si unì a quella enorme massa di profughi delle zone di guerra che erravano per le vie dell’Italia liberata, tutti soverchiati dalla tragica consapevolezza della loro sventura, in cerca di aiuto e solidarietà. Nel porto di Taranto, a partire dal 1945 e fino a tutto il 1947, continui furono gli sbarchi di profughi provenienti dall’Algeria, Iugoslavia, Dalmazia ed Egeo e di più di 9.000 prigionieri, spesso nostri connazionali che avevano combattuto per la patria e che catturati dagli inglesi, con motivazioni diverse vennero, giunti a Taranto, internati nel campo di prigionia “S. Andrea” sito sulle rive del Mar Piccolo. Abbiamo traccia, ad esempio, di circa 3.557 prigionieri italiani, provenienti dall’Algeria a bordo del piroscafo inglese Strathnird, giunti nel nostro porto il 7 febbraio 1946; circa 5.000 prigionieri a bordo del transatlantico inglese Mauritania sbarcheranno il 23 aprile; 800 reduci provenienti dalla Iugoslavia arriveranno il 30 novembre da Ancona mentre sempre provenienti dalla Iugoslavia giungeranno da Bari circa 380 prigionieri italiani; numerosi altri arrivi di piroscafi e navi saranno registrati nel nostro porto. Calda l’accoglienza del popolo tarantino nei confronti di prigionieri, profughi e rimpatriati, malgrado le difficili condizioni in cui versava la città nell’immediato dopoguerra. Stabilite, con puntuali note prefettizie, le iniziative da mettere in atto per lenire le loro sofferenze: assistenza sanitaria per gli ammalati da trasportare negli ospedali della provincia con ambulanze presenti nel porto; assistenza logistica con presenza di autobus e autocarri per il trasporto dal porto alla ferrovia o all’Ospedale Acanfora, centro di prima accoglienza e ospitalità; assistenza alimentare con distribuzione all’atto dello sbarco di buoni di £ 120 per il pranzo e la cena (un primo, un secondo, frutta, vino) e di £ 30 per la colazione (latte, caffè, pane). Il Prefetto in persona con il Sindaco e un comitato di accoglienza si sarebbe recato a salutare l’arrivo di profughi e rimpatriati offrendo a donne e bambini caramelle (fornite dalla Sepal) e cioccolatini (messi a disposizione dagli esercizi pubblici di Taranto) e agli uomini sigarette (a carico dell’Assistenza Post Bellica). Una gara di generosità e solidarietà. Questo al momento dell’arrivo … la vita per i profughi che decidevano di stabilirsi nella nostra città, ferita ed economicamente prostrata, si presentava sicuramente molto dura: diverse le richieste avanzate a Sindaco, Prefetto e Ufficio Provinciale di Assistenza per ottenere sussidi, alloggi, assistenza alimentare e in vestiario. Commovente ed esemplare la situazione prospettata dalla signora Paccovi, vedova di guerra di un ufficiale della M.M., che fuggita con uno stratagemma da Pola in seguito a maltrattamenti e minacce iugoslave, arrivò a Taranto il 21 novembre 1946. Giunta in città con i soli panni che indossava al momento della fuga, chiese un sussidio che le permettesse la sopravvivenza. Alloggiata nel centro di raccolta profughi di via Carducci ottenne il libretto di assistenza con la corresponsione di un sussidio mensile di 600 lire. Eguale trattamento sarà riservato ai numerosi altri profughi iugoslavi dall’Ufficio Provinciale di Assistenza Post Bellica. Secondo i dati statistici trasmessi nell’agosto 1950 al Ministero dell’Interno dal Prefetto di Taranto, risultavano affluiti nella nostra Provincia, con provenienza dal territorio Iugoslavo, 1214 immigrati molti dei quali, a seguito del deludente trattato di Pace di Parigi del febbraio 1947, avevano optato per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Il trattato non restituiva Trieste all’Italia ma stabiliva la creazione del Territorio Libero di Trieste, una sorta di staterello autonomo dipendente dall’ONU; Udine e Gorizia venivano invece restituiti all’Italia. Dei 1214 profughi iugoslavi affluiti in alcuni dei Comuni della nostra Provincia (Martina, Mottola, Sava, Manduria, Ginosa, Monteparano, Pulsano, Palagiano, Castellaneta, Massafra, Grottaglie) ben 1060 erano presenti a Taranto con evidenti gravi difficoltà abitative. Il 15 novembre 1951 la sezione tarantina del Movimento Istriano Revisionista rivolse un accorato appello al Prefetto di Taranto, Aurelio Gaipa, perché con suo autorevolissimo intervento rendesse possibile l’assegnazione degli alloggi I.N.A. - Casa ai profughi giuliani favorendo così il graduale sfollamento dai locali dei tre Centri di raccolta cittadini, dove molte famiglie continuavano ad alloggiare in spazi ristrettissimi. Il 6 febbraio 1953 il Ministro dei Lavori Pubblici inviò al Prefetto di Taranto il tanto atteso telegramma con il quale si dava notizia della costruzione a Taranto di 40 alloggi per i profughi giuliani per un importo di 50 milioni di lire. Altri 36 alloggi saranno in seguito costruiti in città in zona Tamburi grazie al contributo dell’Opera Nazionale per l’Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati di Roma. La casa e il lavoro segneranno la completa integrazione della comunità dalmata con quella tarantina. Restava ancora nel cuore dei profughi e dell’intera Italia il dolore per la situazione di Trieste. Il 5 ottobre 1954, siglato l’accordo, Trieste fu finalmente riconsegnata all’Italia: i bersaglieri italiani entrarono in città il 26 ottobre accolti da una folla eccitata e in delirio. In delirio ed esultanza anche la comunità giuliano dalmata e tutta la popolazione della nostra Provincia. Per salutare l’evento fu organizzata a Taranto un’imponente manifestazione: alle 17,30 del 10 ottobre dal piazzale antistante l’ingresso dell’Arsenale M.M. si snodò per le vie cittadine un nutrito corteo, preceduto dalla banda cittadina con la presenza dei rappresentanti dei partiti politici, associazioni combattentistiche, sportive, dei profughi, scolaresche e un gran numero di cittadini, tra grida di esultanza, sventolii di bandiere e lancio di volantini bianchi inneggianti al ritorno di Trieste alla madrepatria. Seguì, in Piazza della Vittoria, un comizio tenuto dall’on. Di Pietro, Ministro di Grazia e Giustizia; una fiaccolata finale onorò una città e un popolo che avevano tanto sofferto. 

domenica 5 dicembre 2010

Dipinti del Seicento nella chiesa di S. Pasquale Baylon di Taranto

“Maddalena in gloria” attribuibile a G. Lanfranco

Continuiamo a scoprire tesori nascosti. Pubblico anche nel mio blog questo articolo pubblicato sul "Corriere del Giorno" di sabato 4 dicembre 2010 a pagina 25.

Nella sacrestia della chiesa dipinti di Fracanzano, Olivieri e Giordano
San Pasquale di Baylon, custode di tesori

di Nicola Fasano (dottore in Beni culturali e tutor dei Beni culturali della Diocesi di Oria)

La sacrestia della chiesa San Pasquale di Baylon di Taranto conserva numerosi dipinti di autori importanti quali Cesare e Francesco Fracanzano, Leonardo Antonio Olivieri e una tela attribuita a Luca Giordano. Con questo intervento, si intende fare luce su un dipinto di alta qualità, sfuggito alla critica, raffigurante la “Maddalena in gloria” ascrivibile a uno dei più importanti artisti del Seicento, Giovanni Lanfranco. Il pittore, esponente di primo piano della pittura seicentesca e della decorazione barocca, fu allievo di Agostino e Annibale Caracci e si ricorda come autore di importanti cicli pittorici nelle chiese di Roma e Napoli, oltre ai molti quadri conservati nei musei più importanti del mondo tra i quali il Louvre. Tornando alla tela tarantina, la Maddalena è raffigurata mentre sale in cielo circondata da un gruppo di cherubini che la sorreggono, uno di essi sembra mostrare compiaciuto allo spettatore il vaso contenente l’unguento che servì alla Maddalena per profumare i piedi del Cristo. Il gruppo si staglia su un fondo dorato tipico del pittore, che dà un effetto di trasognanza ultraterrena, risaltando la plasticità delle figure. Il dipinto si può mettere in relazione con una tela similare di analogo soggetto, esposta nella mostra sul pittore parmense tenuta a Napoli nel 2002, che si trovava a Genova in collezione privata, e ora sul mercato antiquariale.
la facciata della Chiesa

Il dipinto in San Pasquale potrebbe provenire dalla ricca quadreria di casa Carducci che annoverava probabilmente l’“apostolado” dei Fracanzano, conservato ora nella stessa sacrestia. Solo degli approfonditi riscontri archivistici darebbero, però, la definitiva certezza sulla provenienza del quadro. L’influenza e l’attività di Giovanni Lanfranco a Taranto si riscontrano anche in altre opere, come nel celebre affresco di Paolo De Matteis nel cappellone di San Cataldo, che nella disposizione dei personaggi e nell’abbagliante fondo dorato richiama il “Paradiso” che Lanfranco aveva affrescato a Napoli nella Cappella del Tesoro. Taranto si fregia così di un artista di primissimo piano della poetica barocca nella speranza di un risveglio culturale e di una consapevolezza dei nostri tesori, spesso celati e poco fruibili.

sabato 27 novembre 2010

Taranto: l’auto-imprenditorialità giovanile come alternativa alla crisi

Il logo dello studio Contrario, tratto dal sito web

Pubblico sul mio blog una interessante intervista di Silvio Labbate, pubblicata sul settimanale Extra magazine anno - n° 41 del 5 novembre 2010, a pagina 6

Taranto: l’auto-imprenditorialità giovanile come alternativa alla crisi
Intervista a Loredana Contrario, imprenditrice ionica di “qualità”

di Silvio Labbate



Nei momenti difficili nascono forse le idee migliori, quelle in grado di dare una svolta definitiva alla vita di una persona. All’elevato livello di disoccupazione odierno, del resto, le vie d’uscita sono poche e forse quello che serve è davvero una soluzione alternativa, differente. Ecco l’esperienza e i consigli di Loredana Contrario per i giovani che decidono di investire su se stessi.

Può descriverci il tipo di lavoro che la sua azienda svolge e il settore in cui opera?
«Sono una consulente aziendale e mi occupo di preparare le aziende di ogni ambito ad ottenere la certificazione di qualità (ISO 9001), ambientale (ISO 14001) e sulla sicurezza (OHSAS 18001). Inoltre, essendo tributarista, mi occupo anche della normale tenuta della contabilità di società, aziende individuali e liberi professionisti».

Si può dire che il suo sia un esempio di auto- imprenditorialità giovanile? Ci racconti in breve la storia della sua azienda.
«Dopo la laurea, ho frequentato un master sulla certificazione di qualità e pochi mesi dopo ho deciso di iniziare l’attività in proprio. Insieme a mio fratello, che stava terminando i suoi studi universitari, abbiamo avviato uno studio ed abbiamo costituito un’impresa familiare. Diciamo che invece di tentare concorsi, o aspettare un posto statale, ho preferito investire e rischiare su me stessa».

Anche se lei opera in un settore particolare, può dirci se e in che modo si è sentita la crisi economica a Taranto?
«Essendo giornalmente in contatto con aziende di ogni dimensione e che operano un po’ in tutti i settori, ho potuto purtroppo rendermi conto in maniera diretta della crisi economica che ha colpito il nostro territorio e non solo. Del resto è sotto gli occhi di tutti: la chiusura quasi quotidiana di tanti esercizi commerciali, aziende costrette a licenziare o mettere in cassa integrazione i propri dipendenti, i consumi pressoché bloccati. Naturalmente, operando in un ambito che offre servizi alle aziende, della crisi in maniera indiretta ne ho risentito anche io: dovendo fare dei tagli è ovvio che la prima cosa su cui si risparmia sono proprio i servizi; non tanto la tenuta della contabilità, essendo cosa obbligatoria, ma mi riferisco alla richiesta di certificazioni. Una azienda in salute che pensa ad espandersi e ad investire per il futuro, ha tra i suoi obiettivi la certificazione, ma in un clima in cui ognuno cerca solo di sopravvivere sul mercato e dove il di più da investire non c’è, l’obiettivo di certificarsi decade».

Secondo l’esperienza che lei ha vissuto in questi mesi passati, la crisi si è sentita maggiormente a Taranto, piuttosto che altrove, per via della già difficile situazione precedente?
«Credo che la crisi non abbia confini geografici, si è sentita qui a Taranto come ovunque in Italia. Anzi, forse per il fatto che qui al sud siamo da sempre abituati a fare i salti mortali per far quadrare i conti a fine mese, siamo partiti anche un po’ più avvantaggiati. Credo infatti che la differenza maggiore l’abbiano notata proprio le regioni più ricche, quali l’Emilia, la Lombardia, il Veneto».

Alcuni media nazionali sostengono che la crisi non ci sia mai stata. Secondo altri adesso ci troviamo in una fase di ripresa. Lei cosa ne pensa in funzione della situazione ionica?
«Credo che negare che la crisi non solo ci sia stata, ma che sia ancora purtroppo presente, sia soltanto un atto intenzionale per nascondere la realtà e far reagire la popolazione. Ma qui da reagire c’è ben poco se la gente non riesce nemmeno più ad acquistare il necessario, chi ci governa dovrebbe capire che il tempo dei falsi sorrisi di circostanza, che alla fine non rassicurano più nessuno, è terminato. La gente di belle parole ascoltate in tv o lette sui giornali è stanca, ora aspetta i fatti».

In virtù di quello che è oggi la situazione, rifarebbe questa scelta imprenditoriale? E, soprattutto, la consiglierebbe ai giovani disoccupati tarantini?
«Chi inizia una attività in proprio deve essere consapevole che gli ostacoli da affrontare sono tanti e continui, da quelli economici, a quelli organizzativi, dalla ricerca continua del cliente, alla mancanza di sicurezza dello stipendio a fine mese. Vero però è che tante sono anche le soddisfazioni. Tornando indietro rifarei la medesima scelta e onestamente mi sento anche di consigliarla ai giovani. Se potessi dar loro un consiglio, direi però di non lanciarsi in maniera avventata o improvvisata nel mondo del lavoro, ma di studiare e di investire molto sulla formazione, sulla preparazione e di frequentare corsi, master, ecc. Credo infatti che la serietà e la professionalità sul lavoro siano sempre apprezzate, che alla lunga paghino, e che siano le uniche “armi” a nostra disposizione per superare anche periodi difficili e di crisi come quello che attualmente la nostra economia sta vivendo».

domenica 24 ottobre 2010

La vecchia Taranto al cinematografo

Piazza Ebalia negli anni '50

Pubblico sul mio blog questo scritto di Nicola Gala. Si tratta in realtà di un amarcord personale, ma utile a chi non ha vissuto quegli anni alla ricostruzione di una piccola storia del cinema a Tarnto. L'articolo è apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di giovedì 3 dicembre 2009, p. 31

La vecchia Taranto al cinematografo
di Nicola Gala

Qualcuno dirà che questa è un’operazione-nostalgia: è invece, nel sentimento che la ispira, soltanto un ricordare perché non intervenga la morte più vera, quella della dimenticanza. Parliamo degli anni dai ’50 in su fino più o meno alla crisi del cinema. Le sale cinematografiche a Taranto erano in numero oggi difficilmente concepibile: approssimando per difetto, intorno alla ventina. Entrano dalla porta senza bussare, in ordine inconsulto, alcune di quelle che non sono più, chissà perché, forse per chiedere uno scampolino di memoria. Si affollano le loro differenti presenze, qualità, caratteristiche, facendo a pugni per sopravanzare, ma anche per ottenere un ruolo di rappresentanza. Dove oggi c’è il Bingo, in fondo a via De Cesare, c’era il moderno Paris, e prima ancora il Paisiello. In quest’ultimo le luci erano calde e ovattate: le lampadine racchiuse in campanelle di cristallo guardavano gli spettatori e formavano bouquets disposti a profumare di discreto chiarore palchi e platea. Il Paisiello viveva un’atmosfera liberty, aristocratica, e ben si prestava ad accogliere eleganti veglioni con tanto di cantanti allora sulla cresta dell’onda: il Carnevale si vestiva da operetta
e rinverdiva ricevimenti d’altri tempi e climi. I bambini si affollarono quando giunse, magicamente dall’alto, Cenerentola: il cartellone sognava di per sé e lo schermo non tradì l’immaginario non solo infantile. L’Alfieri, tra via Oberdan e Lungomare e Banca d’Italia, si specificava a primo sguardo per il lungo corridoio d’entrata e, al terminare di quest’ultimo, lo scalone curvante per accedere alla galleria; al piano terreno, poi, scostando il tendone della robusta porta della sala e immergendosi nel semibuio al quale gli occhi non si erano ancora assuefatti, si era in un percorso che conteneva larghi palchi geometricamente concepiti e che tramite medie scalinate consentiva la discesa ai posti dell’ampia platea. L’Alfieri, specie negli ultimi anni della sua esistenza, organizzò la convivenza, talora, di cinema e varietà, in un clima colorito e animato che, nel rispetto delle differenze, sarebbe piaciuto a Fellini.
Una sera, nel ruolo insolito di ballerina, venne Silva Koscina, e i pesci uscirono dal vicino mare per vederla. L’uscita era sul marciapiede che guarda palme e ringhiera e, giù, in largo e fondo, il Mar Grande: d’inverno accoglieva gli accaldati cinefili un venticello tagliente che costringeva a serrar le sciarpe e ad affrettare il passo. L’Odeon, in via Di Palma tra piazza M. Immacolata e via Pupino, godeva dell’ottima posizione centrale e di giorno, di sera, rammentava ai tanti passanti la sua programmazione.
La balconata della galleria, sostenuta da pilastrini, abbracciava dall’alto la sala. La produzione filmica presentata era varia. Diedero, fra i tanti, Lawrence d’Arabia, e il deserto con la musica fascinosa, e gli occhi di Peter O’Toole, e le imprese umane, al di là di quelle belliche, aleggiarono prepotenti sui capi rivolti alla vicenda. Arrivò Pasolini, con i Racconti di Canterbury. C’era già stata la fantasia di… Fantasia, di Walt Disney: l’opera non raccolse il pubblico di altri cartoni: i dinosauri della Sagra della primavera e il diavolo di Una notte sul Monte Calvo non attraevano i bimbi, anzi, qualcuno si spaventò e i genitori uscirono dal cinema un po’ interdetti. Al Natale, le illuminazioni della via si fondevano alle immagini dei manifesti dell’ultimo film. L’Arsenale e l’Artiglieria erano cinema che davano una produzione B e che perciò risultavano più economici; erano legati a filo doppio con i lavoratori e i luoghi dei due ambiti da cui avevano preso nome. Vi si trovava l’operaio stanco, il sottufficiale lontano da casa, il ragazzino litigioso, il pensionato in ansia di svago. Le pellicole erano un tantino logore, rigate per l’uso, ma il contenuto non monotono, spesso avventuroso e umoristico, teneva sulle poltroncine di legno quasi tutti, poiché i bambini… beh, quelli spesso preferivano altri divertimenti, tutti di creazione personale, nei corridoi in chiaroscuro, beneficiando dello scalpitare delle cavallerie e delle cannonate di battaglia, che copricoprivano i loro ludici rumorini. Tra corso Umberto e via Cavallotti faceva bell’angolo il Rex, che disponeva di due sale, A e B, differenti per ambienti, frequentazioni e programmazioni: la A era ampia in platea e galleria, di tono più elevato negli arredi, rispettosa di una recente e sicura produzione filmica, della quale faceva di volta in volta fede un luminoso cartellone esterno che si imponeva in alto, proprio a perpendicolo rispetto all’ingresso, e che era visibile e leggibile da buona distanza; alla B si accedeva pressoché alla svolta per piazza Bettolo, e per assistere alle proiezioni era indispensabile la discesa per una discreta scalinata: spesso i film erano di seconda visione e l’afflusso più popolare, data anche la minor cubatura, rendeva particolarmente calorosa la visione. La A beneficiava di poltroncine rosse, con caratteristica larga curvatura al protendersi del ripiano di seduta, e di fornito bar nella hall; la B, dal canto suo, offriva l’“effetto sorpresa” quando, prima che iniziasse lo spettacolo o durante l’intervallo, gli spettatori seduti vedevano aprirsi i non lievi tendaggi d’entrata e presentarsi alla generale attenzione i nuovi arrivati, i quali a loro volta si trovavano addosso la curiosità spesso involontaria di decine e decine di occhi votati ad una diversa e comunque breve immagine in movimento; quanto ai rinfreschi c’era, in quella piccola calata agli Inferi, il pronto intervento di un esperto quanto folkloristico ragazzino che si precipitava ove necessario e che, sul filo dell’accendersi delle luci dopo il primo tempo o all’end di tutta la pellicola, investiva le orecchie con “Caramelle gazzose birraaa…”
E poi c’erano le arene… A rappresentarle tutte citiamo quella che aveva ingresso da via Pitagora ed era incastonata nella Villa Peripato, di cui godeva fresco e umidità. Ospitava valide realizzazioni cinematografiche: le parole degli attori si mescolavano al fruscìo delle alte fronde intorno e la luminosità dello schermo non impediva, a chi lo volesse, la pur fuggevole contemplazione delle stelle, vera volta della sala. L’insegna, a sovrastare il cancello d’ingresso, arcuava “La Pineta”, e quando si accendeva era estate. Ciao a tutte le sale, senza esclusioni. In fondo, sono ancora qui.

venerdì 22 ottobre 2010

De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia

Pubblico sul mio blog un articolo di storia tratto dal Corriere del Giorno di giovedì 4 ottobre 2007, p. 5

De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia
Giovanni Antonio e le imprese di Otranto contro i Turchi

di Mario Spinosa

Il nome è noto. Riappare ogni anno, in occasione della festa dei Santi Patroni, la Madonna dei Martiri e S. Trifone. E’ un personaggio che ha nella Chiesa Madre una sua raffigurazione parietale, piuttosto recente, dal momento che risale alla volontà dell’amato parroco D. Franco Limongelli (anni settanta). Tuttavia lo si confonde con altri e non gli si attribuisce il ruolo che ha avuto realmente quando si è guadagnato un posto nella storia locale. Recentissime ricerche hanno consentito di tracciarne il volto e di ricostruirne l’impresa, al di là delle mistificazione fatte dalla filiera di storici locali, a partire da "La storia di Taranto" (1878-1879) di D.Ludovico De Vincentis e della prosopopea dei "panegiristi", non ultimo D.Vincenzo Monticelli (Papa Cenzu). Tanto è stato possibile grazie alla lettura del "Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto", lavoro (1880) di F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. Maggiulli, studiosi illustri leccesi, riconsegnato alle stampe nel 1999 da Piero Lacaita Editore a cura di G. Donno, A. Antonucci e L. Pellé. Le fonti manoscritte su Giovanni Antonio De Falconibus (= delli Falconi) rintracciate nell’Archivio di Stato di Lecce e lette con attenzione sono sostanzialmente due: la "Historia della guerra di Otranto del 1480" di Giovanni Michele Laggetto (Otranto 1504-?), trascritta da un antico manoscritto del 1557, pubblicata e commentata dal Can. Luigi Muscari nel 1924; e il manoscritto "Delle Famiglie nobili leccesi scritte nel 1625 da D. Francescantonio de Giorgi nobile di detta Città coll’aggiunte nel 1755 di D.Ermenegildo Personé Patrizio della stessa" (MS 3 a-b). Il Laggetto, originario della stessa Otranto, scrive nel 1557, qualche anno dopo i fatti, ascoltati da quanti li hanno direttamente vissuti scampando al massacro. Il De Giorgi, invece, raccoglie nel 1625 da fonti varie tutte le notizie possibili che gli sono utili per comporre la storia delle Famiglie nobili leccesi. Allora, che cosa è accaduto nel 1480? Tralasciando le cause politiche in premessa riportate dai testi di storia, Maometto II (1451- 1481), è scritto in Laggetto, "per questa impresa d’Otranto ordinò cento e quaranta vele, cioè quaranta galere, sessanta galeotte e quaranta maoni per portar gente e cavalli, monitioni dell’esercito, mandò diciotto mila Turchi, quali per terra fè venire alla Vellona, dove venne la sopradetta armata per imbarcarli, e per Capitano generale sopra di tutti vi mandò Acomaht Bassà, homo di statura piccola, di color bruno, nasuto, con poca barba, mezzo spano, brutto di volto, d’animo crudelissimo e molto avaro, povero e vile, fatto Bassà da Maumeht per sbeffeggiamento, perché avanti era stato staffiero". Questo avvenne nella prima settimana di giugno del 1480. Re Ferdinando d’Aragona (1423-1494), informato sul trasferimento dell’armata turca da Costantinopoli a Valona (Albania), "munì di presidio tutte le città delle marine e specialmente in (Otranto) che vi pose presidio di cento lanze con due Capitani che l’uno era Francesco Zurlo Napoletano e l’altro Giovanni Antonio de Falconi di patria fiorentino et ordinò al Vice re della provincia, che era l’Arcivescovo di Brindisi di Nazione Spagnolo di Casato d’Achea che vi ponesse ancora cento fanti della provincia". Il nostro Giovanni Antonio de Falconi (nella versione latina "De Falconibus") risulta "di patria fiorentino", Zurlo è "Napoletano" e l’Arcivescovo è di "Nazione Spagnolo". Che cosa vuol dirci lo scrittore? Il De Giorgi, dal canto suo, chiarisce che le origini dei Falconi si perdono nella notte dei tempi: "I Falconi -scrive- sono sì antichi che non si può sicuramente affermare se siano originari del paese, o se pure traggano i loro principi di sangue forestieri. Benché alcuni vogliono che da Francia vengano. Del nome loro riempirono terra di Bari, ma terra di Otranto ivi antichi possessori di molte ricchezze, e quindi ricordati in fin da’ tempi de’ Ré Svevi a nobiltà di Baronaggio / ed a valor militare". E questo ci appaga. Perché la famiglia De Falconibus, baroni di Pulsano, sono originari di Bisceglie, approdati nelle contrade del tarantino già a partire dal XIV secolo con Falco, noto protagonista della vita pubblica tarantina, deceduto nel 1387, come riportano antiche cronache (Crassullo). Questo primo barone di Pulsano provvide al consolidamento del suo feudo e alla fortificazione del vecchio Casale. Marino (Senior), il figlio di Falco, secondo barone di Pulsano, al quale si fa risalire la costruzione del Castello (1430), ebbe un ruolo rilevante nelle nozze (1407) tra Maria D’Enghien e re Ladislao (Crassullo). Suoi figli sono: Cosma, il primogenito che ereditò la Terra di Pulsano e continuò ad affermare questo ramo tarantino del casato; Giovanni Antonio, il cadetto che abbracciò la vita militare e, divenuto Capitano, ebbe da Ferdinando di Aragona l’incarico insieme a Zurlo di andare a difendere Otranto; Raffaele, altro cadetto che si dette all’avventura diplomatica ponendosi al servizio degli Aragonesi (ambasciatore in Francia, come ricorda De Giorgi). Quest’ultimo fu compensato per i suoi servigi con donazioni e acquisti, facilitati dall’influenza generosa degli Aragonesi. Entrò in possesso del casale di Roca (1496), spopolata dal recente saccheggio dei Turchi, e della Foresta di Lecce, che si estendeva appunto da Roca a Lecce. Con questo possesso feudale Raffaele abbandonò Pulsano, andata in successione al fratello Cosma, e si trasferì nel leccese, ove trovò conveniente sistemazione unendosi alla nobiltà locale. Suo figlio Ferrante si unì ad Arminia Lantoglia, come viene ricordato dagli altri storici (Foscarini). Giovanni Antonio, figlio di Marino (Senior) e fratello di Cosma non c’è più, perché è caduto in Otranto nel 1480. Ma il suo nome ricorre ancora nel ramo tarantino. A Cosma succede infatti Marino (junior), che chiamò suo figlio con il nome dello zio. Con quest’ultimo Giovanni Antonio, nel 1560 il feudo di Pulsano fu sottratto ai De Falconibus e assegnato ad altri baroni acquirenti. Torniamo intanto al nostro valoroso Capitano. Racconta Laggetto che la sosta per lungo tempo a Valona dell’armata turca tranquillizzò i nostri che allentarono la guardia. Ma i Turchi, a sorpresa, di notte sbarcarono a Roca e cominciarono la feroce azione militare per l’occupazione della Terra d’Otranto. Le prime difese non dettero risultati rilevanti, perciò i Capitani "serrarono le porte della Città… distribuirono le genti per le torri… e luoghi quali s’avevano a guardare". Ordinarono che si raccogliessero "quanto si potè d’animali da macellare" e vollero anche che "si ammazzassero tutti i cani che erano nella Città". Partirono intanto le offerte per la resa indolore, ma non c’erano condizioni accettabili. I Capitani, pertanto, invitarono i cittadini a farsi coraggio e a prepararsi alla difesa e "per levare ogni sospetto, pigliorno le chiavi della città, cioè delle porte di essa e quelle presente tutto il popolo che le vedesse di sopra d’una torre le buttarono in mare". Cominciò subito dopo l’assalto dei Turchi con colpi roboanti di bombarde. "Or questa batteria -scrive Laggetto- facevano con certe bombarde grosse di gran meraviglia che parevano essere botti e… tiravano palle di pietra viva e di smisurata grandezza… che quando sparavano, era tanto il terremoto che pareva che il cielo e la terra si volesse abbassare, e le case et ogni edificio per il gran terrore pareva che allora cascassero… Di più usavano certi strumenti chiamati mortari, quali pur tiravano palle di pietre grossissime in alto verso l’aria, spinte dalla violenza della polvere e doppo cadevano in mezzo della città sopra delle case, talché non si poteva camminare per le strade, ne meno stare in casa, laonde si pigliò espediente d’abbandonare le case e ridurre tutte le donne e figliuoli nella Chiesa Maggiore". Dopo quindici giorni di bombardamenti di questo tipo, all’alba di venerdì 12 agosto, i Turchi fecero breccia nelle mura "con grand’impeto d’urli e di gridi con suoni di timpani e di tamburi". Accorse Zurlo, affiancato dal figlio, con la sua compagnia. Naturalmente "le picche, lance et altri armi in aste e balestre" non potettero resistere alle schioppettate e agli archibugi dei Turchi. "Avvisato di questo -continua Laggetto- il Capitano Giovanni Antonio delli Falconi, quale stava in una piazzetta in mezzo della città per la riscossa colla sua compagnia e con molti altri cittadini per soccorrere dove fusse il bisogno, corse et arrivò al luogo coll’huomini d’arme a cavallo e trovò che li Turchi già cominciavano ad entrare, perché erano venuti fin sopra l’argine di dentro e avanzavano terreno contro quelli che resistevano. Rimettendo contro quelli con grand’animo e ribattendoli ne ammazzò molti e resistette anco un gran pezzo; ma era tanta la calca della gente Turchesca che veniva spinta da dietro dal Bassà e da loro Capitani con bastoni e scimitarre nude per farli entrare per forza e con gran gridi et urli, che non si posseva più resistere… talché finalmente furono tutti morti con Giovanni Antonio delli Falconi e molti altri cittadini che si trovarono dentro". Il racconto continua con tanti particolari raccapriccianti: la fuga dei lancieri, la profezia, le fattucchiere, i corrieri a Lecce e a Napoli, l’uccisione dell’Arcivescovo, il Colle della Minerva etc.. Ma qui ci fermiamo, avendo preso nota del nostro eroe, del quale poi gli storici riporteranno qualcosa di modificato. De Giorgi scrive di lui: "… si rese celebre per la caratteristica difesa fatta in Otranto contro il Turco nel 1480 comandando 400 soldati. Egli insieme a Francesco Zurlo e ad altri guerrieri Otrantini per ben quindici giorni oppose valida resistenza contro le schiere Ottomane, e fù lui che scacciato l’ambasciatore Turco, che veniva per i patti della resa, fece gettare in un pozzo le chiavi delle porte della città. Morì gloriosamente colle armi in pugno, difendendo nella chiesa dell’Arcivescovado, le donne, i vecchi ed i fanciulli". Naturalmente si tratta di varianti sulle quali si dovrà ancora scavare negli archivi per venire a conoscenza dei fatti veri accaduti. 

mercoledì 20 ottobre 2010

Il casale della Franca Martina ha settecento anni.

Pubblico un articolo tratto dal Corriere del Giorno di Giovedì 12 agosto 2010, p. 25. Eventuali imprecisioni storiche sono da attribuire all'autrice dell'articolo.

Il casale della Franca Martina ha settecento anni.

di Mary Marangi

I più antichi storici di Martina tramandano che nel 928, avendo i Saraceni distrutta Taranto, gli abitanti della città bimare per sfuggire all’eccidio scamparono nell’entroterra collinare, forse fondendosi ma, comunque, incrementando il numero dei pastori transumanti qui stagionalmente insediati. In quel tempo, forse, già esisteva una grancia di monaci di rito bizantino, dipendente dal Monastero di San Nicola di Casole (Otranto), detta di Santa Maria d’Itria, intitolazione che ha denominato in Età Moderna la vallecola carsica oggi detta Valle d’Itria. L’attuale territorio comunale di Martina Franca, dopo il Mille, apparteneva, pressoché in parti uguali, a Monopoli e a Taranto, che a presidio dei rispettivi confini possedevano alcune torri, probabilmente già erette in Età Bizantina. Il limite confinario tagliava in due quello che oggi è il centro storico di Martina Franca, passando per l’odierna Via Vittorio Emanuele II, detta Ringo, antico odonimo derivato da ruga, ossia strada principale: la parte settentrionale ricadeva nell’agro di Monopoli, l’altra in quello di Taranto, considerate, perciò, città madri di Martina. Un atto notarile, rogato nel 1260 per delimitare tali confini, documenta l’esistenza, tra l’altro, di un disabitato Castrum Martinae, costruito in territorio di Taranto in posizione dominante sulla monopolitana Valle d’Itria; quest’insediamento, comunque, non ha mai costituito un centro demico organizzato. In 26 gennaio 1266 con la battaglia di Benevento tutta l’Italia meridionale e la Sicilia passarono in dominio degli Angioini, che vi scacciarono gli Svevi, uccidendo sul campo e detronizzando il re Manfredi (1258-1266), figlio ed erede dell’imperatore Federico II (1220-1250). Carlo I d’Angiò fu il primo sovrano del Regno di Sicilia di questa nuova dinastia francese (1266-1285), al quale successe sul trono il figlio Carlo II, detto Lo Zoppo (1285-1309). Questi il 13 agosto 1294 creò cavaliere il suo quartogenito e figlio prediletto, il diciottenne Filippo (1276-1331), concedendogli in feudo il vastissimo Principato di Taranto, autentico stato nello stato. Il potente principe, che aveva ricevuto dal padre l’incarico di riordinare e d’ampliare i possessi angioini in Grecia e in Albania, avrà ritenuto necessario poter disporre sulle boscate colline murgesi di un grosso centro abitato a metà della strada pseudo-istmica fra i porti di Monopoli sull’Adriatico e di Taranto sullo Ionio, importanti vie d’accesso ai suoi domìni. Eminenti motivi di una complessa strategia difensiva indussero, perciò, nei primi anni del Trecento Filippo d’Angiò a ripopolare l’area dell’abbandonato Castrum Martinae, facendovi affluire liberi coloni dai suoi vasti possessi pugliesi, albanesi e greci, concedendo esenzioni fiscali e assegnando loro in proprietà suoli edificatori. Un documento del 1306 attesta già l’esistenza storica del Casale della Franca Martina, ossia di un insediamento privo di strutture di difesa ma costituito da una comunità amministrata da un capitano (giudice) e da un sindaco; un arciprete aveva la cura delle anime. Fondatore materiale del centro demico fu Francesco Loffredo di Monteleone, vicario e giustiziere del principe di Taranto. Il 12 agosto 1310 il principe Filippo promulgò da Napoli un privilegio, con il quale garantì la demanialità perpetua del casale da lui fondato, affinché nessun feudatario avesse mai potuto limitare le libertà concesse ai martinesi: è questo il primo documento con il quale viene istituzionalmente riconosciuta l’esistenza di Martina come borgo datato e fondato. Filippo d’Angiò, per garantire lo sviluppo della sua fondazione, concesse ai martinesi altri importanti privilegi: il 15 agosto 1310 di poter gratuitamente pascolare e abbeverare il bestiame allevato nei territori di Ostuni, di Mottola e di Massafra; il 15 gennaio 1317 un territorio circolare intorno all’abitato del raggio di 2 miglia (3,7 chilometri), detto distretto, nel quale poter liberamente costruire abitazioni rurali, coltivare orti, impiantare vigne, scavare cisterne, assegnando il tutto in proprietà privata, non soggetta ad alcuna tassa di natura feudale (decime). Il processo fondativo di Martina, dal 1335 divenuta terra (città fortificata), si concluse il 15 aprile 1359, allorché il principe di Taranto Roberto d’Angiò (1343-1364), figlio di Filippo, assegnò ai martinesi un vastissimo territorio (circa 450 chilometri quadrati), ritagliato dai demani di Taranto, di Monopoli, di Ostuni, di Mottola e di Ceglie Messapica ma in seguito lievemente ridimensionato.

lunedì 18 ottobre 2010

Il palazzo Bellando Randone a Taranto

Pubblico sul mio blog un bellissimo articolo di storia di Josè Minervini, apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di domenica 27 dicembre 2009 a p. 25.

Le foto inedite
I Bellando Randone e il loro palazzo ormai scomparso. Doveva essere trasformato in albergo, ma...

di Josè Minervini

C'era una volta (e c'è stato fino a mezzo secolo fa) Palazzo Bellando Randone, un gioiello architettonico settecentesco che s'affacciava su Mar Grande, nella Città antica o Borgo antico che dir si voglia, testimonianza di quel Settecento tarentino caratterizzato da grande fervore edlizio. Nel 1957 un ingegnere edile tarentino acquistò il Palazzo per venti milioni di lire nell'intenzione di ricavarne un albergo, il Comune, però, non solo non gli concesse il permesso ma, dopo aver acquistato il prezioso Palazzo, lo fece abbattere per costruire anni dopo la palestra di una scuola. La foto che pubblichiamo, più unica che rara, è dei primi anni Cinquanta ed è di proprietà della famiglia Bellando Randone; ce l'ha concessa eccezionalmente, per amicizia, la nostra collega Maria Silvestrini Bellando Randone che custodisce questo prezioso documento di un bene culturale appartenuto alla sua famiglia e alla nostra città. Una foto per salvare un tassello di memoria storica: seppur visto di sguincio, ecco com'era Palazzo Bellando Randone cui accennava qualche giorno fa Aldo Perrone, in un suo articolo pubblicato su questa pagina. Da un libro che la mia amica Maria Silvestrini mi ha prestato, scritto da Piero Bellando Randone nel 1998 e intitolato "Pietro Randone e la famiglia Bellando", apprendiamo, tra l'altro, la storia di questo palazzo, ormai purtroppo distrutto, dove si è concretata tanta storia familiare e cittadina. La storia comincia da Pietro Randone, facoltoso commerciante d'olio e granaglie, nato a Borghetto Santo Spirito vicino a Savona nel 1809 e giunto a Taranto nel 1832, cioè all'età di ventitré anni, insieme a tante altre note famiglie genovesi quali gli Ameglio, i Guardone, i Rocca e i Maglione. Perché tanti liguri si trasferirono all'epoca nella nostra città? Perché questi ricchi imprenditori scelsero proprio Taranto per intraprendere la loro attività commerciale? La risposta ce la dà questo testo: "Possiamo allora credere che questo giovane di Borghetto aveva deciso di recarsi da solo nei luoghi di produzione per acquistare a prezzi più bassi quanto poteva poi rivendere altrove con buoni utili: quindi solo un progetto commerciale". L'anno successivo Pietro Randone, che era un bel giovane alto e autorevole, sposò la signorina Maddalena Alciatore, sedicenne, anch'ella ligure della provincia di Savona. Il Palazzo apparteneva agli Alciatore e qui Pietro visse serenamente e agiatamente con la moglie e i suoceri, ma con l'unico cruccio di non avere figli. In seguito, la vedova di don Vincenzo Alciatore, donna Maddalena Ayraldi, e cioè la suocera di Pietro Randone, donò il Palazzo al nipote Giuseppe Bellando (figlio dell'altra figlia di nome Battistina che aveva sposato un altro ligure, Felice Bellando), in occasione delle fauste nozze del nipote con la signorina Anna Ricciardi. Ovviamente i due cognomi si fusero per volontà di Pietro Randone e i discendenti di Giuseppe e Anna Bellando portarono entrambi i cognomi; così pure il grande Palazzo Alciatore, dove vissero tutti insieme, nonna, zii Randone e i due sposini Bellando, prese in seguito il nome di Bellando Randone. E' in questo avito palazzo che è vissuta, fino agli anni Cinquanta, la famiglia Bellando Randone.


Il dagherrotipo che pubblichiamo ritrae Giuseppe Bellando nel 1855, all'età di trent'anni circa: era un bell'uomo, elegante, con un volto serio e severo. Com'era Taranto in quei lontani anni dell'Ottocento? Leggiamo ciò che scrive il bisnipote di Giuseppe Bellando, Piero Bellando Randone: "Taranto era allora tutta racchiusa nell'isola... Aveva un porto ritenuto uno dei più importanti del regno, con un discreto movimento di navi, di merci e di marinai sia italiani che stranieri. La popolazione era inferiore ai 20.000 abitanti, tanti se messi a confronto con le poche migliaia di Loano e le poche centinaia di Borghetto. Aveva l'aspetto della città fortificata con un alto muro che la circondava e verso l'attuale piazza Fontana c'era la Cittadella con la torre di Raimondello Orsini e la cosiddetta Dogana Regia, ed un largo portone che guardava il ponte che menava poi sulla strada per Napoli. Le mura realizzate da Raimondo Orsini vennero poi ritenute inutili (dopo l'unità d'Italia) e pertanto demolite nel 1885; sino a quell'epoca si ergevano tutt'intorno all'isola lungo la costa presentando, però, dei varchi verso il mare, utili ai pescatori per portarsi verso i loro natanti, mentre mancavano all'altezza del fosso, ove c'era il castello e all'inizio dell'attuale Corso Vittorio Emanuele, ove quattro palazzi situati a picco sul mare le sostituivano. I palazzi erano nell'ordine quello Cordiglia, quello Randone, quello Mannarini e quello Amati..." Purtroppo Palazzo Randone non c'è più. L'importante ora è ricordare per evitare altri scempi e per tutelare ciò che rimane di antichi splendori artistici e architettonici della nostra città.

sabato 16 ottobre 2010

Gioacchino da Fiore: lectio magistralis di Cosimo Damiano Fonseca

Ho l'enorme piacere di pubblicare anche sul mio blog la Lectio magistralis su Gioacchino da Fiore del prof. Cosimo Damiano Fonseca in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Storia e Conservazione dei Beni artistici e archeologici conferitagli dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Da: Corriere del Giorno, 03/06/2008, p. 7

Amore e Memoria per salvare il nostro patrimonio culturale
Cosimo Damiano Fonseca 

Non è solo un atto formale di cortesia, ma un sentimento doveroso e convinto, rivolgere il mio vivo ringraziamento al Rettore dell’Università della Calabria prof. Giovanni Latorre nel cui nome, ai sensi delle Leggi vigenti, mi è stato conferito questo prestigioso riconoscimento; al Presidente della Facoltà di Lettere e Filosofia prof. Raffaele Perrelli, il quale, accogliendo la proposta dei Colleghi, ha sintetizzato magistralmente le motivazioni sottese al titolo; al prof. Pietro Dalena, Presidente del Corso di laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico, Archeologico e Musicale, che con benevola e delicata partecipazione ha tracciato le tappe del mio lungo cursus academicus; a quanti, Autorità, Colleghi e Amici, hanno voluto sensibilmente onorare questo momento di indubbio rilievo scientifico, ma anche, mi si consenta, di profondo coinvolgimento emotivo e umano. Ed è proprio sull’onda di questa ultima notazione che la solennità di questo momento non può essere disgiunta nella mia esperienza di vita dal riferimento, memore e grato, di due grandi artefici di questa nostra Università della Calabria: i professori Beniamino Andreatta e Corrado Bucci. Con il primo mi hanno legato condivisi rapporti di amicizia e di discepolato all’Università Cattolica di Milano e successivamente, nei suoi anni anconetani e bolognesi, proficui scambi di idee mentre inseguiva tenacemente e brillantemente il progetto, allora inimmaginabile per il sistema universitario statale, di un Ateneo residenziale, per di più collocato nelle aree del Mezzogiorno italiano. Con Corrado Bucci il pensiero corre alla comune esperienza nell’ambito della Conferenza dei Rettori delle Università italiane cui non fu estranea la fervida utopia di inserire la nascita e la crescita di nuovi e saldi poli universitari tra i nodi strutturali della nuova questione meridionale. Il tema della lectio alla cui insegna ho voluto affidare le mie riflessioni richiede qualche essenziale precisazione: innanzitutto di carattere metodologico considerato che la laurea ad honorem che mi è stata oro ora conferita riguarda Storia e Conservazione dei Beni Artistici e Archeologici, cioè si riferisce a quella tipologia di Beni Culturali che affonda le proprie radici, oltre che nella storia, nella “memoria” e che, come tali, rientrano nell’ethos e nella civiltà di un popolo, inspiegabili peraltro, l’uno e l’altra, senza l’appropriazione convinta di quel singolare patrimonio, a cominciare dai processi cognitivi e formativi sino all’obbligo morale della sua conservazione. E poi, ed è la seconda precisazione di carattere contenutistico, l’oscillazione dei due poli dei “beni culturali” e della “memoria” assumerà come specola di osservazione e come laboratorio di verifica la problematica esperienza esistenziale di Gioacchino da Fiore, il grande teologo del XII secolo che Dante, oltre che ad assegnargli il carisma della profezia, forse suggestionato dall’antifona della liturgia cistercense, ne precisò l’appartenenza geografica sino a consegnarlo alle generazioni future come il “calavrese abate Giovacchino”. 1. Per una esperienza religiosa, come è stata quella di Gioacchino da Fiore i “luoghi” assumono un significativo e pregnante rilievo. La condizione eremitica cui il “Calavrese” legava l’essenza della sua professione monastica esigeva due specifiche condizioni: la vita solitaria come scelta personale anche se condivisa con alcuni sodali e il deserto come elemento costitutivo dello statuto eremitico dove l’inaccessibilità del sito, la povertà del luogo, il silenzio assumevano il carattere di valori spirituali esaltanti la fuga dal mondo, l’abbandono di ogni vanità, l’emblema della pace interiore. Con il “deserto” sul finire dell’XI secolo si erano misurate due delle più importanti forme di vita monastica, rigeneratrici ambedue delle eredità dell’antico monachesimo cenobitico evidentemente in crisi, quella certosina e quella cistercense. Bruno di Colonia inseguirà l’ideale del deserto e lo troverà, nella pienezza della sua maturità, proprio in Calabria a contatto con una delle esperienze che più si attagliava con il suo ideale, quella della vita monacale greca che qualche decennio prima, grazie all’impegno profuso dallo ieromonaco San Nilo, aveva registrato, come vedremo, una vigorosa fioritura. Con fine analisi nell’intento di personalizzare il più possibile l’itinerario spirituale di Bruno, Raoul Manselli aveva rilevato come dall’attività e dall’opera tutta di San Brunone emerge, in maniera evidentissima, il fatto che la ricerca del “deserto” e dell’eremo sorge non da un desiderio di rinnovamento e da un’esigenza di riforma della Chiesa o anche dal monachesimo, quanto piuttosto da una inevitabile volontà di fuggire il mondo… La spinta prima all’eremo nasce, così, dal fastidio e dalla vanità delle cose quotidiane, diciamo pure da un senso di stanchezza per una lotta contro il mondo che, alla fine si è rivelata spossante, quanto inutile” (Manselli 1971, p. 82). Comunque l’esperienza eremitica brunoniana si concretizza in piena consonanza con i presupposti teorici, dottrinali e spirituali che sono alla base, nella scelta di contesti ambienta idonei. E tali, sono qui “Calabriae deserta” cui fa riferimento il Chronicon dell’eremo di Torre edito dal De Leo; si tratta – è sempre il Chronicon a renderci consapevoli – di luoghi circondati da fitte abetaie dove perfino al sole era interdetto penetrarvi; sul pianoro verdeggiante vennero costruite celle ricavate con impasto di fango e di fronde; per Bruno la scelta cadde su un “antrum lapideum ibi a natura consitum”, cioè su una grotta, elemento geomorfologico che accompagna tutta la tradizione eremitica calabrese. L’altra forma di vita monastica che alla ricerca del deserto diede significativa importanza fu quella cistercense le cui affinità con il percorso ascetico di San Bruno sono state già messe dalla storiografia in particolare risalto e che, a loro volta, incideranno sulla personalità e sulle scelte di Gioacchino da Fiore tenuto conto della sua primigenia adesione alla “religio Cistercii”. Non a caso si è parlato “affinità” e non di “identità” in quanto l’esperienza cistercense non nega i suoi reconditi legami con la tradizione del monachesimo benedettino; semmai, in polemica con Cluny indulgente all’imperativo della laus perennis con tutto lo splendore liturgico che l’accompagnava, essa insiste con forza sulla necessità della fatica manualmente operata del laborare la terra, del prosciugare paludi, del mettere a coltura ampie superfici abbandonate in modo da assicurare alla comunità monastica ciò che era indispensabile alla sua sopravvivenza. E’ qui che si realizza il deserto cistercense, lontano dal consorzio degli uomini, in una dimensione di ruralità che di fatto confligge con ogni sia pur lontano rapporto con le comunità urbane. “In civitatibus, castellis, villis, nella construenda esse coenaobia”, reciteranno le norme statutarie del 1130. E accanto a questi recondita loca, cioè al nascondimento, il deserto cistercense si caratterizzerà per l’aleatorietà della stessa condizione esistenziale soggetta all’inclemenza delle stagioni, alla insicurezza dei raccolti, alla precarietà delle strutture abitative. E Gioacchino avrà piena consapevolezza di questa svolta intervenuta con l’abbandono dell’abbazia di Molesme da parte di Roberto per Cîteaux. L’incipit dell’evento menzionato nel trattato gioachimita De Vita Sancti Benedicti è improntato a particolare solennità: “Si era appena concluso l’anno 1196 della Incarnazione del Signore quando quel nuovo e pio gregge che aveva abbandonato Molesne, per rimanere il Signore, venne a Cîteaux per dare inizio all’Ordine cistercense in cui vive e cresce Benedetto”. Del resto Alessandro III nella lettera Inter innumeras diretta al Capitolo generale cistercense il 19 luglio 1169, richiamando i tempi della prima esperienza cistercense, poneva in evidenza al primo posto, tra le originarie finalità dell’Ordine, la sua solitudine simile a un fiore piantato “in deserto huius mundi”. E che non si trattasse di una dichiarazione di principio, ma di un chiaro riferimento a un luogo fisico, il deserto appunto, varrà dimostrarlo la circostanza che il pronunciamento pontificio cadeva proprio nel momento in cui una parte dell’Ordine cistercense sembrava orientarsi verso scelte rigoriste e Gioacchino sceglieva per il suo tugurium eremitico a Fiore Vetere un nome che evocava, secondo un linguaggio utilizzato anche in curia, la solitudine e i frutti che essa poteva produrre. 2. Entro questo contesto che riveniva da una tradizione indigena, quella di Bruno di Colonia e di Nilo di Rossano, e da una diretta conoscenza della vita monastica cistercense che si collocano i luoghi di Gioacchino e le sue tensioni interiori che approderanno addirittura al superamento dello stesso modello cistercense pur nella continuità di una esperienza, quella di Cîteaux, che faceva corpo tutt’uno con la primigenia vocazione monastica dello stesso Gioacchino. Lo ha notato con fine intuito Valeria De Fraja esaminando la tav. XXIII del manoscritto oxoniense 225 appartenente al Corpus Christi College, una silloge di tavole e diagrammi elaborati da Gioacchino, dove l’albero della nuova alleanza non termina con i Cistercensi (il tronco dell’albero), ma la chioma da cui si protendono nuovi rami, forse il novus ordo, quello florense appunto, che si avvicenda, sostituendolo, ai monaci bianchi. Certo è che Gioacchino non opera, probabilmente nella seconda metà del 1187, non ancora una sorta di transitus abbandonando l’Ordine cistercense e precisamente il monastero di Corazzo di cui deteneva la carica abbaziale. La tappa di questo “tentativo eremitico” è una località nel cuore della Sila chiamata Pietra Lata e si configura come un temporaneo distacco dalla sua comunità per attendere al completamento delle sue opere esegetiche. Nella Vita Joachim dell’anonimo florense si parla di una località che fosse “portum quietis” e “angulum secessionis”. Il suo essere monaco cistercense lo porta a ribattezzare questo luogo messogli a disposizione da un signore locale, forse Pietro Guiscardo, signore di Santa Severina, chiamandolo Petra Olei e attribuendogli un toponimo altamente simbolico dal punto di vista spirituale. Comunque il distacco dalla sua primigenia famiglia religiosa avviene nel 1189 con la scelta della località di Jure Vetere ubicata vicino all’attuale San Giovanni in Fiore alla confluenza tra il fiume Arvo e il torrente Pino Bucato a circa 1100 metri di altitudine, dove le recenti campagne di scavo condotte dall’Istituto internazionale di studi federiciani del Consiglio Nazionale delle Ricerche diretto da chi parla hanno portato alla luce i resti della chiesa monastica abbandonata dopo l’incendio del 1214. La significativa sottolineatura del geotoponimo e il suo significato simbolico vengono posti in grande risalto dall’autore anonimo della Vita dell’Abate florense: <>. Come è facile osservare si tratta di un sito che per le connotazioni ambientali conciliava il rigore ascetico, lo status eremitico, l’esercizio costante di pratiche penitenziali, la ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera. Si aggiunga anche la precarietà delle strutture menzionate abitualmente nella documentazione come “tuguria”, termine di complessa valenza semantica ma che rinvia a condizioni di estrema povertà e indigenza sia ubicazionale che personale, e si avrà un quadro di credibile approssimazione del modello di vita che sull’altopiano silano conducevano gli aderenti alla nova religio di Gioacchino. Comunque sarà stato l’incendio delle fabbriche del complesso monastico avvenuto tra l’ottobre del 1214 e il giugno del 1216, ma ancor più la volontà dei monaci di abbandonare il sito entro cui era ubicato il monastero, sta di fatto che Jure Vetere subirà gradualmente una obliterazione della memoria a favore del nuovo complesso monastico eretto poco distante a S. Giovanni in Fiore. 3. C’è ora da chiederci, avviandoci alla conclusione, se di questi “luoghi di Gioacchino”, di questa epopea monastica sviluppatasi sull’altopiano silano, di questa storia che tra la seconda metà del XII secolo e i primissimi anni del XIII vide un intreccio strettissimo tra la vicenda esistenziale dell’abate “calabrese” e la serie di Papi, Imperatori, Sovrani, Cardinali, Vescovi, Abati, monaci, contadini e artigiani, ci sia oggi memoria oppure ci si sia avviati verso un processo di oblìo con gravi conseguenze sul piano della coscienza collettiva e dei valori culturali di cui questo incomparabile patrimonio è segno ed emblema. ”Memoria” e “Oblivio” come categorie concettuali e “Recordari”, “Memorare” e “Oblivisci” come precetti morali attraversano tutto il medioevo conferendo alla memoria nel senso etimologico del termine mnème i due significati di ritenzione o conservazione di un evento, di un accadimento, di una circostanza e altresì di richiamo o di riconoscimento del ricordo in un atto di coscienza attuale costantemente rinnovato o potenzialmente rinnovantesi; altrettanto avviene per l’oblìo ritenuto un aspetto fondamentale della nostra memoria. Ebbene per i “luoghi di Gioacchino” lungo i secoli e in parte nella età vicina a noi pare sia intervenuto un processo di obliterazione della memoria. Del protocenobio di Jure Vetere si era persa ogni traccia fino agli anni novanta del secolo appena decorso: le strutture del monastero di Bonoligno non sono state ancora localizzate con il pericolo che l’incalzante piano di urbanizzazione delle zona porti a cancellare ogni possibilità di identificazione. Altrettanto si dica per il monastero di Tassitano il cui territorio nel 1950 fu interessato dalla Riforma Agraria della Sila; per il monastero di Santa Maria di Monte (Abate ) Marco dove, peraltro, la presenza di un edificio ubicato in posizione dominante e in prossimità di una sorgente perenne, pare, costituisca un umbratile indizio della ubicazione dell’insediamento florense e altresì per il monastero di Caput Album. Quanto a San Martino di Canale l’edificio, dove il 30 marzo 1202, circondato dagli abati cistercensi di Corazzo, della Sambucina, e dello Spirito Santo di Palermo, oltre che di alcuni suoi monaci, si concluse la parabola terrena di Gioacchino, attualmente si presenta gravemente alterato e manomesso per l’avvenuta divisone dell’aula e della cappella e per le sopraelevazioni successive. Eppure un recupero della memoria dei luoghi gioachimiti ha registrato negli ultimi anni una insistita attenzione grazie al Centro internazionale di studi gioachimiti, istituito a San Giovanni in Fiore il 2 dicembre 1982 con il patrocinio delle civiche Amministrazioni di Celico e di Luzzi e annoverato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ambientali tra gli Istituti di rilevante interesse scientifico e culturale, e altresì al Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della morte di Gioacchino costituito con Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 19 febbraio 2002. Tra i luoghi poi entro i quali si dipanò la singolare e complessa esperienza religiosa di Gioacchino da Fiore ha assunto infine spiccato rilievo Jure Vetere non solo per essere stata la prima fondazione geneticamente rispondente alla nuova scelta di vita operata dall’Abate calabrese dopo l’abbandono della originaria vocazione cistercense, ma anche per le connotazioni ambientali del sito che innanzi abbiamo richiamato. I contributi delle ricerche contenuti in questo volume curato, oltre da chi parla, da Francesca Sogliani e Dimitri Roubis, documentano le varie fasi di scavo, i numerosi profili di indagine sia per quanto attiene la ricerca storica e quella archeologica che le tecniche diagnostiche, la cultura materiale, gli ecofatti dello scavo, l’analisi delle architetture sino alle proposte di conservazione e valorizzazione. Negli ultimi anni il tema della memoria interrelato con quello dell’identità culturale e della perpetuazione del sapere ha costituito un campo di indagine di singolare fortuna, specialmente quando, come per i luoghi di Gioacchino, il ricordo collettivo ha subito un processo di graduale obliterazione. Comunque a farla riemergere da questo sonno della ragione e da questa inerzia della volontà valga il richiamo a uno dei principi della psicologia agostiniana che riteneva l’intelligenza umana costituita da amor e memoria. Amore e Memoria potranno riattualizzare e salvare questo incomparabile patrimonio culturale. 

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