<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340</id><updated>2012-01-29T09:41:36.396+01:00</updated><category term='Scritti sul medioevo'/><category term='Diario quotidiano'/><category term='Glocal - nonsolotaranto'/><category term='Sorridiamo un po&apos;'/><category term='Scuola - dis/avventure scolastiche'/><category term='Recensioni'/><category term='Storia e Cultura di Taranto'/><category term='Cronache Racconti Aneddoti'/><category term='I miei racconti'/><category term='Personaggi'/><title type='text'>Sulle sponde del Galeso</title><subtitle type='html'>Società, cultura e lettere in terra jonica (e non solo).&lt;br&gt;
Di Gianluca Lovreglio,
professore e storico di Taranto</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>344</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-4714868060603975035</id><published>2011-07-14T08:00:00.002+02:00</published><updated>2011-07-14T08:00:05.157+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Il 14 luglio 1946 a Taranto. Le reazioni all'attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9SizyNt_I/AAAAAAAACWI/QhhmA6-gR6c/s1600/26.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9SizyNt_I/AAAAAAAACWI/QhhmA6-gR6c/s1600/26.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;&lt;b&gt;In occasione della ricorrenza dell'attentato a Palmiro Togliatti, pubblico sul mio blog un articolo apparso sul Corriere del Giorno di mercoledì 14 luglio 2010 a p. 26.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;Il 14 luglio 1946. Scontri in piazza, morti e feriti nelle manifestazioni di Taranto&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;i&gt;Le reazioni all'attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Antonella De Palma&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Alla fine della seconda guerra mondiale il movimento operaio tarantino ritorna ad essere molto forte e combattivo. Le elezioni politiche del 1946 danno la vittoria al PCI, seguito dalla DC e dal PSIUP. Nel 1948 le cose non cambiano. Le elezioni del 18 aprile, che a livello nazionale segnano l'affermazione della DC, nel comune di Taranto danno invece la vittoria al Fronte popolare. Questi sono i rapporti di forza quando, il 14 luglio di quello stesso anno, Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, uscendo da Montecitorio viene ferito da quattro colpi di pistola. L'attentatore si chiama Antonio Pallante. In tutta Italia esplodono moti spontanei di collera popolare a cui il governo contrappone una linea di estrema durezza ricorrendo all'impiego di reparti dell'esercito. Il risultato è – secondo i dati forniti dal ministro degli interni Scelba il 20 luglio al Senato – di 16 morti e duecentoquattro feriti tra i dimostranti e nella forza pubblica. A Taranto negli scontri fra polizia e manifestanti, circa quindicimila secondo i dati della Questura, muore il ventisettenne Angelo Raffaele Latartara, operaio arsenalotto, socialista, colpito alla testa da un proiettile; i feriti sono nove, sette dimostranti, quasi tutti lavoratori dei Cantieri navali e dell'Arsenale, e tre poliziotti. Uno di questi, Giovanni D'Oria, muore due giorni dopo all'ospedale. La manifestazione per l'attentato a Togliatti è uno dei momenti più intensi della storia del movimento operaio tarantino del dopoguerra, tuttora vivo nella memoria degli operai più anziani. Il modo migliore di raccontarla è proprio attraverso le narrazioni di chi era presente: «Io stavo a bordo a lavorare, quando un napoletano che lavorava in officina, all'una ha sentito il comunicato e viene a bordo a gridare: "Hanno sparato a Togliatti! Hanno sparato a Togliatti!". Allora gli operai uscirono da bordo, uscirono dalle officine e si trovarono a piazza Congegnatori dove c'era la Commissione Interna. Piano piano, piano piano, si sono tutti raggruppati là. C'era un silenzio di lutto, un dolore! Allora: "Sciopero, sciopero! Dobbiamo uscire!". Siamo usciti dall'Arsenale e siamo andati a piazza Ebalia, dalla parte di Lungomare (dove c'era la Camera del lavoro, ndr). Siamo stati lì, tutto il sindacato, la Commissione Interna. All'epoca Voccoli era senatore e noi aspettavamo Voccoli che doveva fare il comizio. Allora la polizia fece una grande provocazione con la macchina. La gente era esasperata, la polizia girava, girava… Sai, con la rabbia uno può commettere anche un errore. Salirono sulla macchina… Il tenente che stava sulla macchina sparò su un compagno socialista, Latartara, gli spararono in fronte» (Nicola Taurino, allora operaio dell'Arsenale e militante del PCI). «Ci fu una grande sassaiola a Lungomare. Gli operai dell'Arsenale, gli operai dei Cantieri navali, persino i miticoltori, la gente comune, si radunarono sotto la Camera del lavoro e c'era una grande tensione. Poi, le camionette della celere cominciarono a creare subbuglio, perché volevano disperdere questa grande folla, questo grande assembramento di compagni, di persone. Naturalmente cominciarono a difendersi. Allora furono divelti gli alberi, furono divelte le mattonelle di marmo, ci furono dei grandi scontri. La polizia sparò e ci furono questi morti, questi feriti» (Cataldo Portacci, maestro d'ascia, militante del PCI). «Io portai all'ospedale un compagno della Commissione interna, Catapano, perché ebbe una pallottola fra le gambe. L'Italia fu bloccata, paralizzata. Togliatti, però, disse: "Non perdete la testa, mantenete la calma"» (Nicola Taurino). «Un brutto ricordo. Avevano attentato proprio al segretario politico del nostro partito. Poi, lo stesso Togliatti perdonò l'attentatore e fece uscire anche i fascisti dal carcere. Per dimostrare la vera democrazia » (Leonardo Miceli, operaio dell'Arsenale e militante del PCI). La CGIL proclama lo sciopero generale per il giorno 15. Nel pomeriggio dello stesso giorno si svolgono i funerali di Angelo Latartara. Il feretro è seguito da circa diecimila operai: «Descriverlo con le parole… non posso trovare le parole, adesso, per raccontare la folla, la tensione, il cordoglio, la solidarietà… Ecco, non ci sono parole per dire. Una grande manifestazione di massa, di popolo. Migliaia di persone…» (Cataldo Portacci). Il percorso del funerale viene limitato dalla polizia alla sola città vecchia, dove Latartara viveva, per evitare il passaggio nelle vicinanze delle sedi di partito e dei principali uffici pubblici siti nella città nuova. Nel discorso funebre gli oratori invitano gli operai a persistere nella lotta in attesa delle direttive del sindacato. Diverso il funerale di Giovanni D'Oria, avvenuto due giorni dopo: dalla caserma della Mobile di via Pupino il feretro, avvolto nella bandiera tricolore e accompagnato da autorità civili e militari, attraversa le vie del centro e raggiunge la chiesa di San Giovanni di Dio. Da lì, al termine della cerimonia funebre percorre via D'Aquino e, attraversato il ponte girevole, arriva a piazza Castello, dove gli vengono resi gli onori militari. A lui è intitolata la caserma di corso Italia. Lo sciopero continua anche il giorno 16. Ai Cantieri navali l'astensione è quasi totale, all'Arsenale invece circa mille operai entrano al lavoro. Gli scioperanti cercano di impedirne l'ingresso ma la polizia interviene con nuove cariche. Il giorno dopo, lo sciopero viene revocato e le attività lavorative riprendono normalmente. La situazione si normalizza. Non si normalizza però all'interno della CGIL, il grande sindacato unitario di Di Vittorio, Buozzi e Grandi. Dopo lo sciopero per l'attentato a Togliatti la componente cattolica abbandona la CGIL e fonda un'organizzazione separata, la LCGIL, che poi diventa CISL. Poco dopo un'altra scissione a opera dei sindacalisti socialdemocratici, seguaci di Giuseppe Saragat, dà vita alla UIL. Si definisce così la struttura del sindacalismo confederale italiano odierno. Il bilancio della giornata del 14 luglio a Taranto è di trentatre denunce e otto arresti: Cosimo Ruggieri, Michele Briganti, Giovanni Villani, Giuseppe Stasi, Vincenzo Ferretti, Vincenzo Albano, Antonio Caricato, Saverio Ressa, tutti operai e militanti. Il processo si concluse nel 1950 con lievi condanne per sei imputati e l'assoluzione per insufficienza di prove per tutti gli altri. Poco tempo dopo per gli operai iscritti alla CGIL si apre l'epoca buia dei licenziamenti politici, attraverso i quali si cercherà di fare piazza pulita della componente comunista e socialista del movimento operaio tarantino.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-4714868060603975035?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/4714868060603975035/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=4714868060603975035' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4714868060603975035'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4714868060603975035'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2011/07/il-14-luglio-1946-taranto-le-reazioni.html' title='Il 14 luglio 1946 a Taranto. Le reazioni all&apos;attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9SizyNt_I/AAAAAAAACWI/QhhmA6-gR6c/s72-c/26.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1656894503019164564</id><published>2011-07-08T10:43:00.002+02:00</published><updated>2011-07-08T10:43:01.554+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Nave Vittorio Veneto - Storia per immagini</title><content type='html'>&lt;div&gt;&lt;object style="height: 439px; 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text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi1-T24XGI/AAAAAAAACW0/TvTMAKwESwg/s1600/0117+-+1918++Piazza+coperta.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="214" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi1-T24XGI/AAAAAAAACW0/TvTMAKwESwg/s320/0117+-+1918++Piazza+coperta.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #20124d;"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di domenica 5 luglio 2009, p. 27&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Quel sei luglio di novant'anni fa&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;I gravi tumulti di Taranto per l'aumento dei prezzi&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Mario Gianfrate&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La crisi aperta dalla conclusione del conflitto mondiale, si riflette sulla economia del Paese che, a causa degli ingenti sforzi finanziari sostenuti per far fronte alle esigenze belliche, sarà investito inesorabilmente da un processo inflazionistico, con effetti devastanti sull’occupazione e sulla crescita del costo della vita. L’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di largo consumo e la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta, la mancanza di lavoro e, quindi, lo stato di inquietudine e di incertezza sul futuro dei reduci appena tornati dal fronte, danno luogo, nell’estate&lt;br /&gt;del 1919, a una serie di agitazioni contro il carovita promosse dal partito socialista.&lt;br /&gt;Gravi tumulti si verificano a Taranto il 6 luglio, in seguito alla proclamazione dello sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro. Preceduto da una lunga sequenza di cortei e dimostrazioni che si sono&lt;br /&gt;protratte per sei mesi, lo sciopero si è reso necessario per l’incapacità dell’Amministrazione Comunale della quale è sindaco Francesco Troilo – che si dimetterà – di dare adeguate risposte alla protesta, ma, anche per il rifiuto opposto dal sottoprefetto di ridurre del 50% il prezzo dei beni di&lt;br /&gt;primaria necessità. La situazione alimentare nella città jonica è drammatica: per effetto della speculazione mancano carne, riso e petrolio; scarso è, addirittura, il pesce mentre il pane, distribuito in quantità limitata, è di scadente qualità.&lt;br /&gt;Ciò perché Luigi Candido De Matteo, titolare dell’omonimo mulino, immette&lt;br /&gt;sul mercato – ma non sarà il solo – farina adulterata. La popolazione, esasperata dai prezzi proibitivi dei prodotti indispensabili e, oltretutto, introvabili, assalta i negozi e i magazzini devastandoli e saccheggiandoli. I primi incidenti si sviluppano al mercato coperto dove alcuni operai acquistano delle uova pagandole con il ribasso del 50% sul prezzo corrente. Il tentativo si ripete nei confronti di un macellaio che però, estratta una pistola, oppone resistenza. Viene, però, disarmato. Quindi la folla, tra cui moltissime donne e ragazzi, danno l’assalto ai negozi. In alcuni casi&lt;br /&gt;i commercianti applicano immediatamente il ribasso richiesto sulla vendita dei generi alimentari; in altri si recano essi stessi alla Camera del Lavoro consegnando le chiavi dei propri magazzini ai dirigenti sindacali.&lt;br /&gt;I quali, come evidenzia la Colarizi – “Dopoguerra e fascismo in Puglia”, Laterza, Roma- Bari 1977 – si trovano impreparati a gestire la spontaneità del fenomeno e, di fronte alle degenerazioni ne prendono le distanze. In effetti il Consiglio dei sindacati tarantini, convocato d’urgenza, si&lt;br /&gt;preoccupa della piega che gli avvenimenti stanno assumendo e tenta di ricondurre la protesta in un alveo legalitario. Ma a questo punto la polizia, rimasta inoperosa fino a quel momento, interviene bruscamente&lt;br /&gt;– e inopportunamente – operando decine di arresti tra operai e dirigenti&lt;br /&gt;sindacali. I moti riprendono l’indomani 7 luglio, lunedì. Il sopraggiungere&lt;br /&gt;di imponenti contingenti di poliziotti e carabinieri, dà luogo a violenti&lt;br /&gt;scontri tra la popolazione e le forze dell’ordine che fanno uso delle armi.&lt;br /&gt;Durissimi quelli nella città vecchia: gli abitanti dei vicoli, di Via Garibaldi e di Via Mezzo si difendono come possono, lanciando sassi&lt;br /&gt;e grossi vasi di argilla dalle finestre contro poliziotti e carabinieri che hanno piazzato per le strade nidi di mitragliatrici.&lt;br /&gt;Alla fine della giornata, a terra restano i corpi senza vita di quattro&lt;br /&gt;dimostranti, mentre tantissimi sono i feriti. Per una più dettagliata ricostruzione degli avvenimenti si rimanda a: Florindo Lemma,”Un secolo di&lt;br /&gt;lotte – L’Arsenale di Taranto tra cronaca e storia”, Edizioni Dal Sud, Bari 1981. Vedi, anche: Michele Magno, “Galantuomini e Proletari in Puglia”, Bastogi, Roma 1984. Neppure il tragico eccidio fermerà la protesta: lo&lt;br /&gt;sciopero perdurerà ancora per altri dodici giorni e terminerà soltanto quando verranno rilasciati e rimessi in libertà i capi dei subbugli&lt;br /&gt;Odoardo Voccoli e Innocente Cicala.&lt;br /&gt;Il proletariato, in tale occasione, dà dimostrazione della propria forza ma suscita inevitabilmente la reazione delle classi dominanti. Per il momento, il sottoprefetto, in una riservata al Ministero dell’Interno datata&lt;br /&gt;9.8.1919, avanza richiesta di trasferimento di “alcuni arsenalotti e ferrovieri..., che per le loro idee rivoluzionarie e bolsceviche rappresentano un elemento pericoloso per l’ordine pubblico, esercitando essi un’attiva costante e deleteria propaganda tra i compagni di lavoro e cittadini, i quali vengono incitati alla rivolta contro i poteri dello Stato”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-7256120881370829927?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/7256120881370829927/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=7256120881370829927' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7256120881370829927'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7256120881370829927'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2011/07/i-gravi-tumulti-di-taranto-per-laumento.html' title='I gravi tumulti di Taranto per l&apos;aumento dei prezzi'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi1-T24XGI/AAAAAAAACW0/TvTMAKwESwg/s72-c/0117+-+1918++Piazza+coperta.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-60723065787149360</id><published>2011-05-10T09:00:00.003+02:00</published><updated>2011-05-10T09:00:00.116+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Le statue di San Cataldo dal 1345 ad oggi</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi5nZxd-RI/AAAAAAAACW8/0DxOBkCku2E/s1600/9517_1165381532834_1176769529_30460204_6664961_n.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="310" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi5nZxd-RI/AAAAAAAACW8/0DxOBkCku2E/s320/9517_1165381532834_1176769529_30460204_6664961_n.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #20124d;"&gt;Pubblico sul mio blog questo articolo sulla storia delle statue di S. Cataldo, il patrono di Taranto, dal medioevo ad oggi. Questo articolo si è intrufolato nel mio hard disk purtroppo senza i riferimenti. Se qualcuno riconosce un suo scritto, quindi, sono a disposizione per inserire il nome dell'autore. Lo stesso autore è il responsabile di eventuali incongruenze storiografiche presenti nell'articolo.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;Le statue di San Cataldo dal 1345 ad oggi&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcune tra le più importanti feste patronali delle nostre zone hanno avuto nel tempo grande risonanza non soltanto per le luminarie e i fuochi d’artificio e le bande, ma anche per la preziosità del simulacro del santo.Del resto in Puglia i maggiori santi protettori vantano tutti una statua argentea o, quantomeno un mezzobusto. La storia ci informa che i tarantini venerarono il loro santo patrono la prima volta attraverso&amp;nbsp;un mezzobusto realizzato nel 1346 per volontà dell’arcivescovo Ruggiero Capitignano. Nel 1151 l’arcivescovo Giraldo I aveva fatto trasferire il&amp;nbsp;sepolcro di san Cataldo dal sarcofago marmoreo in uno argenteo e artisticamente lavorato. Nel 1346 l’arcivescovo Capitignano, accogliendo le richieste dei fedeli, decise di realizzare, secondo l’usanza del tempo, una statua argentea del santo utilizzando il metallo del sarcofago, ma l’argento risultò insufficiente e si pensò di realizzare il mezzobusto.&lt;br /&gt;Nel 1465 il mezzobusto fu allungato in una vera e propria statua perché Taranto era stata liberata dalla peste. Mancavano i fondi e il sindaco, il nobile tarantino Troilo Protontino, fece fare una sottoscrizione tra i cittadini. Dunque c’era la peste e fu vietato l’ingresso in città ai forestieri.&lt;br /&gt;La decisione non piacque a san Cataldo perché secondo una leggenda, all’indomani dell’entrata in vigore del divieto, la statua del santo non fu trovata nella sua nicchia del Cappellone. Soltanto il giorno dopo una donna, mentre attingeva l’acqua da un pozzo presente in un palazzo patrizio, vide luccicare qualcosa in fondo al pozzo, era la statua del santo che volle così manifestare il suo disappunto.&lt;br /&gt;Nel 1891 la statua fu mandata a Napoli per i necessari restauri ma non fece più ritorno a Taranto perché si decise di realizzarne una nuova. La statua fu realizzata dal napoletano Vincenzo Catello nell’istituto Casanova di Napoli. La statua era alta due metri e pesava 43 chili, otto in più rispetto a quella prece dente. Questa statua piaceva più dell’altra ai tarantini.&lt;br /&gt;La notte del 2 dicembre 1983 la statua del Catello fu trafugata dalla cattedrale lasciando sgomenti l’arcivescovo mons. Guglielmo Motolese, il clero e il popolo tarantino. Mons. Motolese ne fece realizzare&lt;br /&gt;una nuova nella fonderia Di Giacomo di Napoli, su progetto dell’artista grottagliese prof. Orazio Del Monaco con i 36 chili di oro donati dagli orafi tarantini.&lt;br /&gt;Fu benedetta e portata in processione l’8 settembre 1984 nella Rotonda del Lungomare. Fu benedetta da mons. Motolese che donò alla statua il suo pastorale, mentre il suo successore, il cardinale Salvatore De Giorgi, donò il suo anello episcopale. L’attuale statua, che ha sostituito quella di&amp;nbsp;Del Monaco, ritenuta molto pesante e difficile da trasportare, fece il suo ingresso trionfale in città, trasportata sulla motonave “Tremiti”&lt;br /&gt;da Chiapparo al castello Aragonese, tra un tripudio di gente, la mattina del 4 maggio 2003.&lt;br /&gt;Il nuovo simulacro è alto un metro e settanta centimetri, poggia sull’antica base alta 20 centimetri e pesa circa 60 chili. E’ stato fuso per intero e rivestito d’argento. E’ stato realizzato dall’artista Virgilio Mortet ad Oriolo Romano. Alle dita della mano benedicente della nuova statua fu messo un anello episcopale facente parte del “tesoro” di San Cataldo. Sul petto e sul piede sinistro della statua ci sono custodie argentate contenenti&lt;br /&gt;reliquie del santo. La statua fu realizzata grazie a 96 chili d’argento donati dai tarantini e venne a costare 48mila euro.&lt;br /&gt;Capitignano, accogliendo le richieste dei fedeli, decise di realizzare,&amp;nbsp;secondo l’usanza del tempo, una statua argentea del santo utilizzando il metallo del sarcofago, ma l’argento risultò insufficiente e si pensò di realizzare il mezzobusto.&lt;br /&gt;Nel 1465 il mezzobusto fu allungato in una vera e propria statua perché Taranto era stata liberata dalla peste. Mancavano i fondi e il sindaco, il nobile tarantino Troilo Protontino, fece fare una sottoscrizione tra i cittadini. Dunque c’era la peste e fu vietato l’ingresso in città ai forestieri. La decisione non piacque a san Cataldo perché secondo una leggenda, all’indomani dell’entrata in vigore del divieto, la statua&amp;nbsp;del santo non fu trovata nella sua nicchia del Cappellone. Soltanto il giorno dopo una donna, mentre attingeva l’acqua da un pozzo presente in un&amp;nbsp;palazzo patrizio, vide luccicare qualcosa in fondo al pozzo, era la statua del santo che volle così manifestare il suo disappunto.&lt;br /&gt;Nel 1891 la statua fu mandata a Napoli per i necessari restauri ma non fece più ritorno a Taranto perché si decise di realizzarne una nuova. La statua fu realizzata dal napoletano Vincenzo Catello nell’istituto Casanova di Napoli.&lt;br /&gt;La statua era alta due metri e pesava 43 chili, otto in più rispetto a quella precedente. Questa statua piaceva più dell’altra ai tarantini. La notte del 2 dicembre 1983 la statua del Catello fu trafugata dalla cattedrale lasciando sgomenti l’arcivescovo mons. Guglielmo Motolese, il clero e il popolo tarantino. Mons. Motolese ne fece realizzare una nuova nella fonderia Di Giacomo di Napoli, su progetto dell’artista grottagliese prof. Orazio Del Monaco con i 36 chili di oro donati dagli orafi tarantini.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-60723065787149360?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/60723065787149360/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=60723065787149360' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/60723065787149360'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/60723065787149360'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2011/05/le-statue-di-san-cataldo-dal-1345-ad.html' title='Le statue di San Cataldo dal 1345 ad oggi'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi5nZxd-RI/AAAAAAAACW8/0DxOBkCku2E/s72-c/9517_1165381532834_1176769529_30460204_6664961_n.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-3025876170698178642</id><published>2011-02-10T07:50:00.010+01:00</published><updated>2011-02-10T07:50:00.146+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>L'accoglienza tarantina ai profughi di Trieste</title><content type='html'>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLk-Fe4P60I/AAAAAAAACXM/3oTht9gACVI/s1600/27+profughi+trieste1.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: black; font-size: small;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: 13px;"&gt;&lt;img border="0" height="400" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLk-Fe4P60I/AAAAAAAACXM/3oTht9gACVI/s400/27+profughi+trieste1.jpg" width="355" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Uno stralcio di un giornale dell'epoca&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;br /&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: left;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: medium;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #20124d;"&gt;Recupero oggi sul mio blog una interessante pagina di storia locale a firma di Ornella Sapio, apparsa sulle colonne del Corriere del Giorno di mercoledì 10 febbraio 2010, a p. 27.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/td&gt;  &lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;L'accoglienza tarantina ai profughi di Trieste&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Attraverso i documenti conservati all'Archivio di Stato&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Ornella Valeria Sapio&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Il 5 maggio 1945 il Sindaco di Taranto, Ciro Drago, insieme all’intera giunta municipale, riuniti in assise, espressero commozione e indignazione per la situazione creatasi in Trieste italiana, liberata dai nazifascisti dall’esercito iugoslavo dei partigiani di Tito ma da questi occupata militarmente con pretese di annessione. Convinti che tali inconsulte aspirazioni non fossero giustificabili anzi contrarie con l’idea di libertà e pace con giustizia, chiesero al Prefetto di far giungere al Governo Centrale i voti calorosi dell’intera comunità tarantina perché l’italianità di Trieste fosse riconosciuta. Non sarà così: … per quasi dieci lunghi anni Trieste vivrà staccata dalla madrepatria Italia. Il Governo militare insediato il 1° maggio dai Titini, senza il consenso alleato, avrà vita breve (40 giorni) ma sarà devastante, connotato da una repressione brutale e sistematica: numerosi gli arresti, le deportazioni, le esecuzioni di massa; ogni potenziale avversario del comunismo venne etichettato fascista e quindi giustiziato, i cadaveri gettati senza pietà in fosse comuni dei valloni carsici “le foibe”; vennero smantellate le precedenti strutture istituzionali e politiche non solo fasciste ma anche italiane, le strade perennemente pattugliate seminando terrore, organizzate pompose manifestazioni filo-slave a sostegno del progetto di annessione. Il 9 giugno, a seguito di forti pressioni anche sovietiche e di delicate trattative diplomatiche, si giunse ad un accordo tra Tito e gli angloamericani: la zona A, comprendente tutta la Venezia Giulia (Trieste e la fascia costiera occidentale), passava sotto il controllo britannico; la zona B, costituita dal resto della regione ad est della “linea Morgan” (Capodistria), si poneva sotto il controllo Iugoslavo. Per sfuggire a tanta sciagura e non restare al soldo dell’usurpatore slavo, una nutrita schiera di donne e bambini, vecchi e uomini, abbandonata la propria terra e la propria casa ed ogni bene, folle di spavento si unì a quella enorme massa di profughi delle zone di guerra che erravano per le vie dell’Italia liberata, tutti soverchiati dalla tragica consapevolezza della loro sventura, in cerca di aiuto e solidarietà. Nel porto di Taranto, a partire dal 1945 e fino a tutto il 1947, continui furono gli sbarchi di profughi provenienti dall’Algeria, Iugoslavia, Dalmazia ed Egeo e di più di 9.000 prigionieri, spesso nostri connazionali che avevano combattuto per la patria e che catturati dagli inglesi, con motivazioni diverse vennero, giunti a Taranto, internati nel campo di prigionia “S. Andrea” sito sulle rive del Mar Piccolo. Abbiamo traccia, ad esempio, di circa 3.557 prigionieri italiani, provenienti dall’Algeria a bordo del piroscafo inglese Strathnird, giunti nel nostro porto il 7 febbraio 1946; circa 5.000 prigionieri a bordo del transatlantico inglese Mauritania sbarcheranno il 23 aprile; 800 reduci provenienti dalla Iugoslavia arriveranno il 30 novembre da Ancona mentre sempre provenienti dalla Iugoslavia giungeranno da Bari circa 380 prigionieri italiani; numerosi altri arrivi di piroscafi e navi saranno registrati nel nostro porto. Calda l’accoglienza del popolo tarantino nei confronti di prigionieri, profughi e rimpatriati, malgrado le difficili condizioni in cui versava la città nell’immediato dopoguerra. Stabilite, con puntuali note prefettizie, le iniziative da mettere in atto per lenire le loro sofferenze: assistenza sanitaria per gli ammalati da trasportare negli ospedali della provincia con ambulanze presenti nel porto; assistenza logistica con presenza di autobus e autocarri per il trasporto dal porto alla ferrovia o all’Ospedale Acanfora, centro di prima accoglienza e ospitalità; assistenza alimentare con distribuzione all’atto dello sbarco di buoni di £ 120 per il pranzo e la cena (un primo, un secondo, frutta, vino) e di £ 30 per la colazione (latte, caffè, pane). Il Prefetto in persona con il Sindaco e un comitato di accoglienza si sarebbe recato a salutare l’arrivo di profughi e rimpatriati offrendo a donne e bambini caramelle (fornite dalla Sepal) e cioccolatini (messi a disposizione dagli esercizi pubblici di Taranto) e agli uomini sigarette (a carico dell’Assistenza Post Bellica). Una gara di generosità e solidarietà. Questo al momento dell’arrivo … la vita per i profughi che decidevano di stabilirsi nella nostra città, ferita ed economicamente prostrata, si presentava sicuramente molto dura: diverse le richieste avanzate a Sindaco, Prefetto e Ufficio Provinciale di Assistenza per ottenere sussidi, alloggi, assistenza alimentare e in vestiario. Commovente ed esemplare la situazione prospettata dalla signora Paccovi, vedova di guerra di un ufficiale della M.M., che fuggita con uno stratagemma da Pola in seguito a maltrattamenti e minacce iugoslave, arrivò a Taranto il 21 novembre 1946. Giunta in città con i soli panni che indossava al momento della fuga, chiese un sussidio che le permettesse la sopravvivenza. Alloggiata nel centro di raccolta profughi di via Carducci ottenne il libretto di assistenza con la corresponsione di un sussidio mensile di 600 lire. Eguale trattamento sarà riservato ai numerosi altri profughi iugoslavi dall’Ufficio Provinciale di Assistenza Post Bellica. Secondo i dati statistici trasmessi nell’agosto 1950 al Ministero dell’Interno dal Prefetto di Taranto, risultavano affluiti nella nostra Provincia, con provenienza dal territorio Iugoslavo, 1214 immigrati molti dei quali, a seguito del deludente trattato di Pace di Parigi del febbraio 1947, avevano optato per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Il trattato non restituiva Trieste all’Italia ma stabiliva la creazione del Territorio Libero di Trieste, una sorta di staterello autonomo dipendente dall’ONU; Udine e Gorizia venivano invece restituiti all’Italia. Dei 1214 profughi iugoslavi affluiti in alcuni dei Comuni della nostra Provincia (Martina, Mottola, Sava, Manduria, Ginosa, Monteparano, Pulsano, Palagiano, Castellaneta, Massafra, Grottaglie) ben 1060 erano presenti a Taranto con evidenti gravi difficoltà abitative. Il 15 novembre 1951 la sezione tarantina del Movimento Istriano Revisionista rivolse un accorato appello al Prefetto di Taranto, Aurelio Gaipa, perché con suo autorevolissimo intervento rendesse possibile l’assegnazione degli alloggi I.N.A. - Casa ai profughi giuliani favorendo così il graduale sfollamento dai locali dei tre Centri di raccolta cittadini, dove molte famiglie continuavano ad alloggiare in spazi ristrettissimi. Il 6 febbraio 1953 il Ministro dei Lavori Pubblici inviò al Prefetto di Taranto il tanto atteso telegramma con il quale si dava notizia della costruzione a Taranto di 40 alloggi per i profughi giuliani per un importo di 50 milioni di lire. Altri 36 alloggi saranno in seguito costruiti in città in zona Tamburi grazie al contributo dell’Opera Nazionale per l’Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati di Roma. La casa e il lavoro segneranno la completa integrazione della comunità dalmata con quella tarantina. Restava ancora nel cuore dei profughi e dell’intera Italia il dolore per la situazione di Trieste. Il 5 ottobre 1954, siglato l’accordo, Trieste fu finalmente riconsegnata all’Italia: i bersaglieri italiani entrarono in città il 26 ottobre accolti da una folla eccitata e in delirio. In delirio ed esultanza anche la comunità giuliano dalmata e tutta la popolazione della nostra Provincia. Per salutare l’evento fu organizzata a Taranto un’imponente manifestazione: alle 17,30 del 10 ottobre dal piazzale antistante l’ingresso dell’Arsenale M.M. si snodò per le vie cittadine un nutrito corteo, preceduto dalla banda cittadina con la presenza dei rappresentanti dei partiti politici, associazioni combattentistiche, sportive, dei profughi, scolaresche e un gran numero di cittadini, tra grida di esultanza, sventolii di bandiere e lancio di volantini bianchi inneggianti al ritorno di Trieste alla madrepatria. Seguì, in Piazza della Vittoria, un comizio tenuto dall’on. Di Pietro, Ministro di Grazia e Giustizia; una fiaccolata finale onorò una città e un popolo che avevano tanto sofferto.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-3025876170698178642?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/3025876170698178642/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=3025876170698178642' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3025876170698178642'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3025876170698178642'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2011/02/laccoglienza-tarantina-ai-profughi-di.html' title='L&apos;accoglienza tarantina ai profughi di Trieste'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLk-Fe4P60I/AAAAAAAACXM/3oTht9gACVI/s72-c/27+profughi+trieste1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1955304833426268343</id><published>2010-12-05T08:22:00.002+01:00</published><updated>2010-12-05T08:24:29.293+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Dipinti del Seicento nella chiesa di S. Pasquale Baylon di Taranto</title><content type='html'>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPs9YDfN9EI/AAAAAAAACXs/6yKfQ8InFoE/s1600/Tela+01.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPs9YDfN9EI/AAAAAAAACXs/6yKfQ8InFoE/s1600/Tela+01.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;“Maddalena in gloria” attribuibile a G. Lanfranco&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;m:smallfrac m:val="off"&gt;    &lt;m:dispdef&gt;    &lt;m:lmargin m:val="0"&gt;    &lt;m:rmargin m:val="0"&gt;    &lt;m:defjc m:val="centerGroup"&gt;    &lt;m:wrapindent m:val="1440"&gt;    &lt;m:intlim m:val="subSup"&gt;    &lt;m:narylim m:val="undOvr"&gt;   &lt;/m:narylim&gt;&lt;/m:intlim&gt; &lt;/m:wrapindent&gt;  &lt;/m:defjc&gt;&lt;/m:rmargin&gt;&lt;/m:lmargin&gt;&lt;/m:dispdef&gt;&lt;/m:smallfrac&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="color: #073763;"&gt;Continuiamo a scoprire tesori nascosti. Pubblico anche nel mio blog questo articolo pubblicato sul "Corriere del Giorno" di sabato 4 dicembre 2010 a pagina 25.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="background-color: white;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="background-color: white;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Nella sacrestia della chiesa dipinti di Fracanzano, Olivieri e Giordano&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;San Pasquale di Baylon, custode di tesori&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Nicola Fasano (dottore in Beni culturali e tutor dei Beni culturali della Diocesi di Oria)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;La sacrestia della chiesa San Pasquale di Baylon di Taranto conserva numerosi dipinti di autori importanti quali Cesare e Francesco Fracanzano, Leonardo Antonio Olivieri e una tela attribuita a Luca Giordano. Con questo intervento, si intende fare luce su un dipinto di alta qualità, sfuggito alla critica, raffigurante la “Maddalena in gloria” ascrivibile a uno dei più importanti artisti del Seicento, Giovanni Lanfranco. Il pittore, esponente di primo piano della pittura seicentesca e della decorazione barocca, fu allievo di Agostino e Annibale Caracci e si ricorda come autore di importanti cicli pittorici nelle chiese di Roma e Napoli, oltre ai molti quadri conservati nei musei più importanti del mondo tra i quali il Louvre. Tornando alla tela tarantina, la Maddalena è raffigurata mentre sale in cielo circondata da un gruppo di cherubini che la sorreggono, uno di essi sembra mostrare compiaciuto allo spettatore il vaso contenente l’unguento che servì alla Maddalena per profumare i piedi del Cristo. Il gruppo si staglia su un fondo dorato tipico del pittore, che dà un effetto di trasognanza ultraterrena, risaltando la plasticità delle figure. Il dipinto si può mettere in relazione con una tela similare di analogo soggetto, esposta nella mostra sul pittore parmense tenuta a Napoli nel 2002, che si trovava a Genova in collezione privata, e ora sul mercato antiquariale.&lt;/div&gt;&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPs9oJOAS8I/AAAAAAAACXw/Wcv9zBHLU-o/s1600/Tela+02.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPs9oJOAS8I/AAAAAAAACXw/Wcv9zBHLU-o/s1600/Tela+02.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;la facciata della Chiesa&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Il dipinto in San Pasquale potrebbe provenire dalla ricca quadreria di casa Carducci che annoverava probabilmente l’“apostolado” dei Fracanzano, conservato ora nella stessa sacrestia. Solo degli approfonditi riscontri archivistici darebbero, però, la definitiva certezza sulla provenienza del quadro. L’influenza e l’attività di Giovanni Lanfranco a Taranto si riscontrano anche in altre opere, come nel celebre affresco di Paolo De Matteis nel cappellone di San Cataldo, che nella disposizione dei personaggi e nell’abbagliante fondo dorato richiama il “Paradiso” che Lanfranco aveva affrescato a Napoli nella Cappella del Tesoro. Taranto si fregia così di un artista di primissimo piano della poetica barocca nella speranza di un risveglio culturale e di una consapevolezza dei nostri tesori, spesso celati e poco fruibili. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1955304833426268343?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1955304833426268343/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1955304833426268343' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1955304833426268343'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1955304833426268343'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/12/dipinti-del-seicento-nella-chiesa-di-s.html' title='Dipinti del Seicento nella chiesa di S. Pasquale Baylon di Taranto'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPs9YDfN9EI/AAAAAAAACXs/6yKfQ8InFoE/s72-c/Tela+01.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5481480456701187266</id><published>2010-11-27T16:18:00.000+01:00</published><updated>2010-11-27T16:18:15.532+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>Taranto: l’auto-imprenditorialità giovanile come alternativa alla crisi</title><content type='html'>&lt;table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPEg-5EzlaI/AAAAAAAACXk/44wGoDwA7QI/s1600/Studio.JPG" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="183" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPEg-5EzlaI/AAAAAAAACXk/44wGoDwA7QI/s320/Studio.JPG" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Il logo dello studio Contrario, tratto dal sito web&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;Pubblico sul mio blog una interessante intervista di&amp;nbsp;Silvio Labbate, pubblicata sul settimanale&amp;nbsp;Extra magazine anno - n° 41 del&amp;nbsp;5 novembre 2010, a pagina 6&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: large;"&gt;Taranto: l’auto-imprenditorialità&amp;nbsp;giovanile come&amp;nbsp;alternativa alla crisi&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Intervista a&amp;nbsp;Loredana Contrario,&amp;nbsp;imprenditrice ionica&amp;nbsp;di “qualità”&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Silvio Labbate&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Nei momenti difficili nascono forse le idee migliori, quelle in grado di dare una svolta definitiva alla vita di una persona. All’elevato livello di disoccupazione odierno, del resto, le vie d’uscita sono poche e forse quello che serve è davvero una soluzione alternativa, differente. Ecco l’esperienza e i consigli di Loredana Contrario per i giovani che decidono di investire su se stessi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Può descriverci il tipo di lavoro che la sua azienda svolge e il settore in cui opera?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;«Sono una consulente aziendale e mi occupo di preparare le aziende di ogni ambito ad ottenere la certificazione di qualità (ISO 9001), ambientale (ISO 14001) e sulla sicurezza (OHSAS 18001). Inoltre, essendo tributarista, mi occupo anche della normale tenuta della contabilità di società, aziende individuali e liberi professionisti».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Si può dire che il suo sia un esempio di auto- imprenditorialità giovanile? Ci racconti in breve la storia della sua azienda.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;«Dopo la laurea, ho frequentato un master sulla certificazione di qualità e pochi mesi dopo ho deciso di iniziare l’attività in proprio. Insieme a mio fratello, che stava terminando i suoi studi universitari, abbiamo avviato uno studio ed abbiamo costituito un’impresa familiare. Diciamo che invece di tentare concorsi, o aspettare un posto statale, ho preferito investire e rischiare su me stessa».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Anche se lei opera in un settore particolare, può dirci se e in che modo si è sentita la crisi economica a Taranto?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;«Essendo giornalmente in contatto con aziende di ogni dimensione e che operano un po’ in tutti i settori, ho potuto purtroppo rendermi conto in maniera diretta della crisi economica che ha colpito il nostro territorio e non solo. Del resto è sotto gli occhi di tutti: la chiusura quasi quotidiana di tanti esercizi commerciali, aziende costrette a licenziare o mettere in cassa integrazione i propri dipendenti, i consumi pressoché bloccati. Naturalmente, operando in un ambito che offre servizi alle aziende, della crisi in maniera indiretta ne ho risentito anche io: dovendo fare dei tagli è ovvio che la prima cosa su cui si risparmia sono proprio i servizi; non tanto la tenuta della contabilità, essendo cosa obbligatoria, ma mi riferisco alla richiesta di certificazioni. Una azienda in salute che pensa ad espandersi e ad investire per il futuro, ha tra i suoi obiettivi la certificazione, ma in un clima in cui ognuno cerca solo di sopravvivere sul mercato e dove il di più da investire non c’è, l’obiettivo di certificarsi decade».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Secondo l’esperienza che lei ha vissuto in questi mesi passati, la crisi si è sentita maggiormente a Taranto, piuttosto che altrove, per via della già difficile situazione precedente?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;«Credo che la crisi non abbia confini geografici, si è sentita qui a Taranto come ovunque in Italia. Anzi, forse per il fatto che qui al sud siamo da sempre abituati a fare i salti mortali per far quadrare i conti a fine mese, siamo partiti anche un po’ più avvantaggiati. Credo infatti che la differenza maggiore l’abbiano notata proprio le regioni più ricche, quali l’Emilia, la Lombardia, il Veneto».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alcuni media nazionali sostengono che la crisi non ci sia mai stata. Secondo altri adesso ci troviamo in una fase di ripresa. Lei cosa ne pensa in funzione della situazione ionica?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;«Credo che negare che la crisi non solo ci sia stata, ma che sia ancora purtroppo presente, sia soltanto un atto intenzionale per nascondere la realtà e far reagire la popolazione. Ma qui da reagire c’è ben poco se la gente non riesce nemmeno più ad acquistare il necessario, chi ci governa dovrebbe capire che il tempo dei falsi sorrisi di circostanza, che alla fine non rassicurano più nessuno, è terminato. La gente di belle parole ascoltate in tv o lette sui giornali è stanca, ora aspetta i fatti».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;In virtù di quello che è oggi la situazione, rifarebbe questa scelta imprenditoriale? E, soprattutto, la consiglierebbe ai giovani disoccupati tarantini?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;«Chi inizia una attività in proprio deve essere consapevole che gli ostacoli da affrontare sono tanti e continui, da quelli economici, a quelli organizzativi, dalla ricerca continua del cliente, alla mancanza di sicurezza dello stipendio a fine mese. Vero però è che tante sono anche le soddisfazioni. Tornando indietro rifarei la medesima scelta e onestamente mi sento anche di consigliarla ai giovani. Se potessi dar loro un consiglio, direi però di non lanciarsi in maniera avventata o improvvisata nel mondo del lavoro, ma di studiare e di investire molto sulla formazione, sulla preparazione e di frequentare corsi, master, ecc. Credo infatti che la serietà e la professionalità sul lavoro siano sempre apprezzate, che alla lunga paghino, e che siano le uniche “armi” a nostra disposizione per superare anche periodi difficili e di crisi come quello che attualmente la nostra economia sta vivendo».&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5481480456701187266?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5481480456701187266/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5481480456701187266' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5481480456701187266'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5481480456701187266'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/11/taranto-lauto-imprenditorialita.html' title='Taranto: l’auto-imprenditorialità giovanile come alternativa alla crisi'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TPEg-5EzlaI/AAAAAAAACXk/44wGoDwA7QI/s72-c/Studio.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-4191554879263127041</id><published>2010-10-24T09:00:00.001+02:00</published><updated>2010-10-24T09:00:06.948+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>La vecchia Taranto al cinematografo</title><content type='html'>&lt;table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;"&gt;&lt;tbody&gt;&lt;tr&gt;&lt;td style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi9xkfS1CI/AAAAAAAACXE/y1xc0MTQkxk/s1600/1953+Fontana+Piazza+Ebalia.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;"&gt;&lt;img border="0" height="202" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi9xkfS1CI/AAAAAAAACXE/y1xc0MTQkxk/s320/1953+Fontana+Piazza+Ebalia.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;tr&gt;&lt;td class="tr-caption" style="text-align: center;"&gt;Piazza Ebalia negli anni '50&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #20124d;"&gt;Pubblico sul mio blog questo scritto di Nicola Gala. Si tratta in realtà di un amarcord personale, ma utile a chi non ha vissuto quegli anni alla ricostruzione di una piccola storia del cinema a Tarnto. L'articolo è apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di giovedì 3 dicembre 2009, p. 31&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;La vecchia Taranto al cinematografo&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;di Nicola Gala&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcuno dirà che questa è un’operazione-nostalgia: è invece, nel sentimento&amp;nbsp;che la ispira, soltanto un ricordare perché non intervenga la morte più vera, quella della dimenticanza. Parliamo degli anni dai ’50 in su fino più o meno alla crisi del cinema. Le sale cinematografiche a Taranto erano in numero oggi difficilmente concepibile: approssimando per difetto, intorno alla ventina. Entrano dalla porta senza bussare, in ordine inconsulto, alcune di quelle che non sono più, chissà perché, forse per chiedere uno scampolino di memoria. Si affollano le loro differenti presenze, qualità, caratteristiche, facendo a pugni per sopravanzare, ma anche per ottenere un ruolo di rappresentanza. Dove oggi c’è il Bingo, in fondo a via De Cesare, c’era il moderno Paris, e prima ancora il Paisiello. In quest’ultimo le luci erano calde e ovattate: le lampadine racchiuse in campanelle di cristallo guardavano gli spettatori e formavano bouquets disposti a profumare di discreto chiarore palchi e platea. Il Paisiello viveva un’atmosfera liberty, aristocratica, e ben si prestava ad accogliere eleganti veglioni con tanto di cantanti allora sulla cresta dell’onda: il Carnevale si vestiva da operetta&lt;br /&gt;e rinverdiva ricevimenti d’altri tempi e climi. I bambini si affollarono&amp;nbsp;quando giunse, magicamente dall’alto, Cenerentola: il cartellone sognava di per sé e lo schermo non tradì l’immaginario non solo infantile. L’Alfieri, tra via Oberdan e Lungomare e Banca d’Italia, si specificava a primo sguardo per il lungo corridoio d’entrata e, al terminare di quest’ultimo, lo scalone curvante per accedere alla galleria; al piano terreno, poi, scostando il tendone della robusta porta della sala e immergendosi nel semibuio al quale gli occhi non si erano ancora assuefatti, si era in un percorso che conteneva larghi palchi geometricamente concepiti e che tramite medie scalinate&amp;nbsp;consentiva la discesa ai posti dell’ampia platea. L’Alfieri, specie negli ultimi anni della sua esistenza, organizzò la convivenza, talora, di cinema e varietà, in un clima colorito e animato che, nel rispetto delle differenze, sarebbe piaciuto a Fellini.&lt;br /&gt;Una sera, nel ruolo insolito di ballerina, venne Silva Koscina, e i pesci uscirono dal vicino mare per vederla. L’uscita era sul marciapiede che guarda palme e ringhiera e, giù, in largo e fondo, il Mar Grande: d’inverno accoglieva gli accaldati cinefili un venticello tagliente che costringeva a serrar le sciarpe e ad affrettare il passo. L’Odeon, in via Di Palma tra piazza M. Immacolata e via Pupino, godeva dell’ottima posizione centrale e di giorno, di sera, rammentava ai tanti passanti la sua programmazione.&lt;br /&gt;La balconata della galleria, sostenuta da pilastrini, abbracciava dall’alto la sala. La produzione filmica presentata era varia. Diedero, fra i tanti, Lawrence d’Arabia, e il deserto con la musica fascinosa, e gli occhi di Peter O’Toole, e le imprese umane, al di là di quelle belliche, aleggiarono prepotenti sui capi rivolti alla vicenda. Arrivò Pasolini, con i Racconti di Canterbury. C’era già stata la fantasia di… Fantasia, di Walt Disney: l’opera non raccolse il pubblico di altri cartoni: i dinosauri della Sagra della primavera e il diavolo di Una notte sul Monte Calvo non attraevano i bimbi, anzi, qualcuno si spaventò e i genitori uscirono dal cinema un po’ interdetti. Al Natale, le illuminazioni della via si fondevano alle immagini dei manifesti dell’ultimo film. L’Arsenale e l’Artiglieria erano cinema che davano una produzione B e che perciò risultavano più economici; erano legati a filo doppio con i lavoratori e i luoghi dei due ambiti da cui avevano preso nome. Vi si trovava l’operaio stanco, il sottufficiale lontano da casa, il&amp;nbsp;ragazzino litigioso, il pensionato in ansia di svago. Le pellicole erano un tantino logore, rigate per l’uso, ma il contenuto non monotono, spesso avventuroso e umoristico, teneva sulle poltroncine di legno quasi tutti, poiché i bambini… beh, quelli spesso preferivano altri divertimenti, tutti di creazione personale, nei corridoi in chiaroscuro, beneficiando dello scalpitare delle cavallerie e delle cannonate di battaglia, che copricoprivano i loro ludici rumorini. Tra corso Umberto e via Cavallotti faceva bell’angolo il Rex, che disponeva di due sale, A e B, differenti per ambienti, frequentazioni e programmazioni: la A era ampia in platea e&amp;nbsp;galleria, di tono più elevato negli arredi, rispettosa di una recente e sicura produzione filmica, della quale faceva di volta in volta fede un luminoso cartellone esterno che si imponeva in alto, proprio a perpendicolo rispetto all’ingresso, e che era visibile e leggibile da buona distanza; alla B si accedeva pressoché alla svolta per piazza Bettolo, e per assistere alle proiezioni era indispensabile la discesa per una discreta scalinata: spesso i film erano di seconda visione e l’afflusso più popolare, data anche la minor cubatura, rendeva particolarmente calorosa la visione. La A beneficiava di poltroncine rosse, con caratteristica larga curvatura al protendersi del ripiano di seduta, e di fornito bar nella hall; la B, dal canto suo, offriva l’“effetto sorpresa” quando, prima che iniziasse lo spettacolo o durante&amp;nbsp;l’intervallo, gli spettatori seduti vedevano aprirsi i non lievi tendaggi d’entrata e presentarsi alla generale attenzione i nuovi arrivati, i quali a loro volta si trovavano addosso la curiosità spesso involontaria di decine e decine di occhi votati ad una diversa e comunque breve immagine in movimento; quanto ai rinfreschi c’era, in quella piccola calata agli Inferi, il pronto intervento di un esperto quanto folkloristico ragazzino che si precipitava ove necessario e che, sul filo dell’accendersi delle luci dopo il primo tempo o all’end di tutta la pellicola, investiva le orecchie con “Caramelle gazzose birraaa…”&lt;br /&gt;E poi c’erano le arene… A rappresentarle tutte citiamo quella che aveva ingresso da via Pitagora ed era incastonata nella Villa Peripato, di cui godeva fresco e umidità. Ospitava valide realizzazioni cinematografiche: le parole degli attori si mescolavano al fruscìo delle alte fronde intorno e la luminosità dello schermo non impediva, a chi lo volesse, la pur fuggevole contemplazione delle stelle, vera volta della sala. L’insegna, a sovrastare il cancello d’ingresso, arcuava “La Pineta”, e quando si accendeva era estate. Ciao a tutte le sale, senza esclusioni. In fondo, sono ancora qui.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-4191554879263127041?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/4191554879263127041/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=4191554879263127041' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4191554879263127041'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4191554879263127041'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/la-vecchia-taranto-al-cinematografo.html' title='La vecchia Taranto al cinematografo'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TLi9xkfS1CI/AAAAAAAACXE/y1xc0MTQkxk/s72-c/1953+Fontana+Piazza+Ebalia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1894203020055918545</id><published>2010-10-22T09:00:00.001+02:00</published><updated>2010-10-22T09:00:02.087+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9fItPqjSI/AAAAAAAACWk/LJc2rirEIlk/s1600/Famiglia+De+falconibus.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9fItPqjSI/AAAAAAAACWk/LJc2rirEIlk/s320/Famiglia+De+falconibus.jpg" width="221" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;Pubblico sul mio blog un articolo di storia tratto dal Corriere del Giorno di giovedì 4 ottobre 2007, p. 5&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;i&gt;Giovanni Antonio e le imprese di Otranto contro i Turchi&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Mario Spinosa&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Il nome è noto. Riappare ogni anno, in occasione della festa dei Santi Patroni, la Madonna dei Martiri e S. Trifone. E’ un personaggio che ha nella Chiesa Madre una sua raffigurazione parietale, piuttosto recente, dal momento che risale alla volontà dell’amato parroco D. Franco Limongelli (anni settanta). Tuttavia lo si confonde con altri e non gli si attribuisce il ruolo che ha avuto realmente quando si è guadagnato un posto nella storia locale. Recentissime ricerche hanno consentito di tracciarne il volto e di ricostruirne l’impresa, al di là delle mistificazione fatte dalla filiera di storici locali, a partire da "La storia di Taranto" (1878-1879) di D.Ludovico De Vincentis e della prosopopea dei "panegiristi", non ultimo D.Vincenzo Monticelli (Papa Cenzu). Tanto è stato possibile grazie alla lettura del "Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto", lavoro (1880) di F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. Maggiulli, studiosi illustri leccesi, riconsegnato alle stampe nel 1999 da Piero Lacaita Editore a cura di G. Donno, A. Antonucci e L. Pellé. Le fonti manoscritte su Giovanni Antonio De Falconibus (= delli Falconi) rintracciate nell’Archivio di Stato di Lecce e lette con attenzione sono sostanzialmente due: la "Historia della guerra di Otranto del 1480" di Giovanni Michele Laggetto (Otranto 1504-?), trascritta da un antico manoscritto del 1557, pubblicata e commentata dal Can. Luigi Muscari nel 1924; e il manoscritto "Delle Famiglie nobili leccesi scritte nel 1625 da D. Francescantonio de Giorgi nobile di detta Città coll’aggiunte nel 1755 di D.Ermenegildo Personé Patrizio della stessa" (MS 3 a-b). Il Laggetto, originario della stessa Otranto, scrive nel 1557, qualche anno dopo i fatti, ascoltati da quanti li hanno direttamente vissuti scampando al massacro. Il De Giorgi, invece, raccoglie nel 1625 da fonti varie tutte le notizie possibili che gli sono utili per comporre la storia delle Famiglie nobili leccesi. Allora, che cosa è accaduto nel 1480? Tralasciando le cause politiche in premessa riportate dai testi di storia, Maometto II (1451- 1481), è scritto in Laggetto, "per questa impresa d’Otranto ordinò cento e quaranta vele, cioè quaranta galere, sessanta galeotte e quaranta maoni per portar gente e cavalli, monitioni dell’esercito, mandò diciotto mila Turchi, quali per terra fè venire alla Vellona, dove venne la sopradetta armata per imbarcarli, e per Capitano generale sopra di tutti vi mandò Acomaht Bassà, homo di statura piccola, di color bruno, nasuto, con poca barba, mezzo spano, brutto di volto, d’animo crudelissimo e molto avaro, povero e vile, fatto Bassà da Maumeht per sbeffeggiamento, perché avanti era stato staffiero". Questo avvenne nella prima settimana di giugno del 1480. Re Ferdinando d’Aragona (1423-1494), informato sul trasferimento dell’armata turca da Costantinopoli a Valona (Albania), "munì di presidio tutte le città delle marine e specialmente in (Otranto) che vi pose presidio di cento lanze con due Capitani che l’uno era Francesco Zurlo Napoletano e l’altro Giovanni Antonio de Falconi di patria fiorentino et ordinò al Vice re della provincia, che era l’Arcivescovo di Brindisi di Nazione Spagnolo di Casato d’Achea che vi ponesse ancora cento fanti della provincia". Il nostro Giovanni Antonio de Falconi (nella versione latina "De Falconibus") risulta "di patria fiorentino", Zurlo è "Napoletano" e l’Arcivescovo è di "Nazione Spagnolo". Che cosa vuol dirci lo scrittore? Il De Giorgi, dal canto suo, chiarisce che le origini dei Falconi si perdono nella notte dei tempi: "I Falconi -scrive- sono sì antichi che non si può sicuramente affermare se siano originari del paese, o se pure traggano i loro principi di sangue forestieri. Benché alcuni vogliono che da Francia vengano. Del nome loro riempirono terra di Bari, ma terra di Otranto ivi antichi possessori di molte ricchezze, e quindi ricordati in fin da’ tempi de’ Ré Svevi a nobiltà di Baronaggio / ed a valor militare". E questo ci appaga. Perché la famiglia De Falconibus, baroni di Pulsano, sono originari di Bisceglie, approdati nelle contrade del tarantino già a partire dal XIV secolo con Falco, noto protagonista della vita pubblica tarantina, deceduto nel 1387, come riportano antiche cronache (Crassullo). Questo primo barone di Pulsano provvide al consolidamento del suo feudo e alla fortificazione del vecchio Casale. Marino (Senior), il figlio di Falco, secondo barone di Pulsano, al quale si fa risalire la costruzione del Castello (1430), ebbe un ruolo rilevante nelle nozze (1407) tra Maria D’Enghien e re Ladislao (Crassullo). Suoi figli sono: Cosma, il primogenito che ereditò la Terra di Pulsano e continuò ad affermare questo ramo tarantino del casato; Giovanni Antonio, il cadetto che abbracciò la vita militare e, divenuto Capitano, ebbe da Ferdinando di Aragona l’incarico insieme a Zurlo di andare a difendere Otranto; Raffaele, altro cadetto che si dette all’avventura diplomatica ponendosi al servizio degli Aragonesi (ambasciatore in Francia, come ricorda De Giorgi). Quest’ultimo fu compensato per i suoi servigi con donazioni e acquisti, facilitati dall’influenza generosa degli Aragonesi. Entrò in possesso del casale di Roca (1496), spopolata dal recente saccheggio dei Turchi, e della Foresta di Lecce, che si estendeva appunto da Roca a Lecce. Con questo possesso feudale Raffaele abbandonò Pulsano, andata in successione al fratello Cosma, e si trasferì nel leccese, ove trovò conveniente sistemazione unendosi alla nobiltà locale. Suo figlio Ferrante si unì ad Arminia Lantoglia, come viene ricordato dagli altri storici (Foscarini). Giovanni Antonio, figlio di Marino (Senior) e fratello di Cosma non c’è più, perché è caduto in Otranto nel 1480. Ma il suo nome ricorre ancora nel ramo tarantino. A Cosma succede infatti Marino (junior), che chiamò suo figlio con il nome dello zio. Con quest’ultimo Giovanni Antonio, nel 1560 il feudo di Pulsano fu sottratto ai De Falconibus e assegnato ad altri baroni acquirenti. Torniamo intanto al nostro valoroso Capitano. Racconta Laggetto che la sosta per lungo tempo a Valona dell’armata turca tranquillizzò i nostri che allentarono la guardia. Ma i Turchi, a sorpresa, di notte sbarcarono a Roca e cominciarono la feroce azione militare per l’occupazione della Terra d’Otranto. Le prime difese non dettero risultati rilevanti, perciò i Capitani "serrarono le porte della Città… distribuirono le genti per le torri… e luoghi quali s’avevano a guardare". Ordinarono che si raccogliessero "quanto si potè d’animali da macellare" e vollero anche che "si ammazzassero tutti i cani che erano nella Città". Partirono intanto le offerte per la resa indolore, ma non c’erano condizioni accettabili. I Capitani, pertanto, invitarono i cittadini a farsi coraggio e a prepararsi alla difesa e "per levare ogni sospetto, pigliorno le chiavi della città, cioè delle porte di essa e quelle presente tutto il popolo che le vedesse di sopra d’una torre le buttarono in mare". Cominciò subito dopo l’assalto dei Turchi con colpi roboanti di bombarde. "Or questa batteria -scrive Laggetto- facevano con certe bombarde grosse di gran meraviglia che parevano essere botti e… tiravano palle di pietra viva e di smisurata grandezza… che quando sparavano, era tanto il terremoto che pareva che il cielo e la terra si volesse abbassare, e le case et ogni edificio per il gran terrore pareva che allora cascassero… Di più usavano certi strumenti chiamati mortari, quali pur tiravano palle di pietre grossissime in alto verso l’aria, spinte dalla violenza della polvere e doppo cadevano in mezzo della città sopra delle case, talché non si poteva camminare per le strade, ne meno stare in casa, laonde si pigliò espediente d’abbandonare le case e ridurre tutte le donne e figliuoli nella Chiesa Maggiore". Dopo quindici giorni di bombardamenti di questo tipo, all’alba di venerdì 12 agosto, i Turchi fecero breccia nelle mura "con grand’impeto d’urli e di gridi con suoni di timpani e di tamburi". Accorse Zurlo, affiancato dal figlio, con la sua compagnia. Naturalmente "le picche, lance et altri armi in aste e balestre" non potettero resistere alle schioppettate e agli archibugi dei Turchi. "Avvisato di questo -continua Laggetto- il Capitano Giovanni Antonio delli Falconi, quale stava in una piazzetta in mezzo della città per la riscossa colla sua compagnia e con molti altri cittadini per soccorrere dove fusse il bisogno, corse et arrivò al luogo coll’huomini d’arme a cavallo e trovò che li Turchi già cominciavano ad entrare, perché erano venuti fin sopra l’argine di dentro e avanzavano terreno contro quelli che resistevano. Rimettendo contro quelli con grand’animo e ribattendoli ne ammazzò molti e resistette anco un gran pezzo; ma era tanta la calca della gente Turchesca che veniva spinta da dietro dal Bassà e da loro Capitani con bastoni e scimitarre nude per farli entrare per forza e con gran gridi et urli, che non si posseva più resistere… talché finalmente furono tutti morti con Giovanni Antonio delli Falconi e molti altri cittadini che si trovarono dentro". Il racconto continua con tanti particolari raccapriccianti: la fuga dei lancieri, la profezia, le fattucchiere, i corrieri a Lecce e a Napoli, l’uccisione dell’Arcivescovo, il Colle della Minerva etc.. Ma qui ci fermiamo, avendo preso nota del nostro eroe, del quale poi gli storici riporteranno qualcosa di modificato. De Giorgi scrive di lui: "… si rese celebre per la caratteristica difesa fatta in Otranto contro il Turco nel 1480 comandando 400 soldati. Egli insieme a Francesco Zurlo e ad altri guerrieri Otrantini per ben quindici giorni oppose valida resistenza contro le schiere Ottomane, e fù lui che scacciato l’ambasciatore Turco, che veniva per i patti della resa, fece gettare in un pozzo le chiavi delle porte della città. Morì gloriosamente colle armi in pugno, difendendo nella chiesa dell’Arcivescovado, le donne, i vecchi ed i fanciulli". Naturalmente si tratta di varianti sulle quali si dovrà ancora scavare negli archivi per venire a conoscenza dei fatti veri accaduti.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1894203020055918545?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1894203020055918545/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1894203020055918545' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1894203020055918545'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1894203020055918545'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/de-falconibus-lepopea-di-una-nobile.html' title='De Falconibus. L&apos;epopea di una nobile famiglia'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9fItPqjSI/AAAAAAAACWk/LJc2rirEIlk/s72-c/Famiglia+De+falconibus.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-3752656229475188551</id><published>2010-10-20T09:00:00.000+02:00</published><updated>2010-10-20T09:00:09.523+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Il casale della Franca Martina ha settecento anni.</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9XsSbmCKI/AAAAAAAACWQ/9WaNG5g2Igg/s1600/Martina-Franca.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="240" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9XsSbmCKI/AAAAAAAACWQ/9WaNG5g2Igg/s320/Martina-Franca.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;Pubblico un articolo tratto dal Corriere del Giorno di Giovedì 12 agosto 2010, p. 25. Eventuali imprecisioni storiche sono da attribuire all'autrice dell'articolo.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;Il casale della Franca Martina ha settecento anni.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Mary Marangi&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;I più antichi storici di Martina tramandano che nel 928, avendo i Saraceni distrutta Taranto, gli abitanti della città bimare per sfuggire all’eccidio scamparono nell’entroterra collinare, forse fondendosi ma, comunque, incrementando il numero dei pastori transumanti qui stagionalmente insediati. In quel tempo, forse, già esisteva una grancia di monaci di rito bizantino, dipendente dal Monastero di San Nicola di Casole (Otranto), detta di Santa Maria d’Itria, intitolazione che ha denominato in Età Moderna la vallecola carsica oggi detta Valle d’Itria. L’attuale territorio comunale di Martina Franca, dopo il Mille, apparteneva, pressoché in parti uguali, a Monopoli e a Taranto, che a presidio dei rispettivi confini possedevano alcune torri, probabilmente già erette in Età Bizantina. Il limite confinario tagliava in due quello che oggi è il centro storico di Martina Franca, passando per l’odierna Via Vittorio Emanuele II, detta Ringo, antico odonimo derivato da ruga, ossia strada principale: la parte settentrionale ricadeva nell’agro di Monopoli, l’altra in quello di Taranto, considerate, perciò, città madri di Martina. Un atto notarile, rogato nel 1260 per delimitare tali confini, documenta l’esistenza, tra l’altro, di un disabitato Castrum Martinae, costruito in territorio di Taranto in posizione dominante sulla monopolitana Valle d’Itria; quest’insediamento, comunque, non ha mai costituito un centro demico organizzato. In 26 gennaio 1266 con la battaglia di Benevento tutta l’Italia meridionale e la Sicilia passarono in dominio degli Angioini, che vi scacciarono gli Svevi, uccidendo sul campo e detronizzando il re Manfredi (1258-1266), figlio ed erede dell’imperatore Federico II (1220-1250). Carlo I d’Angiò fu il primo sovrano del Regno di Sicilia di questa nuova dinastia francese (1266-1285), al quale successe sul trono il figlio Carlo II, detto Lo Zoppo (1285-1309). Questi il 13 agosto 1294 creò cavaliere il suo quartogenito e figlio prediletto, il diciottenne Filippo (1276-1331), concedendogli in feudo il vastissimo Principato di Taranto, autentico stato nello stato. Il potente principe, che aveva ricevuto dal padre l’incarico di riordinare e d’ampliare i possessi angioini in Grecia e in Albania, avrà ritenuto necessario poter disporre sulle boscate colline murgesi di un grosso centro abitato a metà della strada pseudo-istmica fra i porti di Monopoli sull’Adriatico e di Taranto sullo Ionio, importanti vie d’accesso ai suoi domìni. Eminenti motivi di una complessa strategia difensiva indussero, perciò, nei primi anni del Trecento Filippo d’Angiò a ripopolare l’area dell’abbandonato Castrum Martinae, facendovi affluire liberi coloni dai suoi vasti possessi pugliesi, albanesi e greci, concedendo esenzioni fiscali e assegnando loro in proprietà suoli edificatori. Un documento del 1306 attesta già l’esistenza storica del Casale della Franca Martina, ossia di un insediamento privo di strutture di difesa ma costituito da una comunità amministrata da un capitano (giudice) e da un sindaco; un arciprete aveva la cura delle anime. Fondatore materiale del centro demico fu Francesco Loffredo di Monteleone, vicario e giustiziere del principe di Taranto. Il 12 agosto 1310 il principe Filippo promulgò da Napoli un privilegio, con il quale garantì la demanialità perpetua del casale da lui fondato, affinché nessun feudatario avesse mai potuto limitare le libertà concesse ai martinesi: è questo il primo documento con il quale viene istituzionalmente riconosciuta l’esistenza di Martina come borgo datato e fondato. Filippo d’Angiò, per garantire lo sviluppo della sua fondazione, concesse ai martinesi altri importanti privilegi: il 15 agosto 1310 di poter gratuitamente pascolare e abbeverare il bestiame allevato nei territori di Ostuni, di Mottola e di Massafra; il 15 gennaio 1317 un territorio circolare intorno all’abitato del raggio di 2 miglia (3,7 chilometri), detto distretto, nel quale poter liberamente costruire abitazioni rurali, coltivare orti, impiantare vigne, scavare cisterne, assegnando il tutto in proprietà privata, non soggetta ad alcuna tassa di natura feudale (decime). Il processo fondativo di Martina, dal 1335 divenuta terra (città fortificata), si concluse il 15 aprile 1359, allorché il principe di Taranto Roberto d’Angiò (1343-1364), figlio di Filippo, assegnò ai martinesi un vastissimo territorio (circa 450 chilometri quadrati), ritagliato dai demani di Taranto, di Monopoli, di Ostuni, di Mottola e di Ceglie Messapica ma in seguito lievemente ridimensionato.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-3752656229475188551?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/3752656229475188551/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=3752656229475188551' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3752656229475188551'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3752656229475188551'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/il-casale-della-franca-martina-ha.html' title='Il casale della Franca Martina ha settecento anni.'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9XsSbmCKI/AAAAAAAACWQ/9WaNG5g2Igg/s72-c/Martina-Franca.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-4841125073906610442</id><published>2010-10-18T09:00:00.006+02:00</published><updated>2010-10-20T15:15:40.099+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Il palazzo Bellando Randone a Taranto</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9bG8WrtoI/AAAAAAAACWY/fmNtJNxW1dY/s1600/25+bellando+randone2.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9bG8WrtoI/AAAAAAAACWY/fmNtJNxW1dY/s1600/25+bellando+randone2.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #20124d;"&gt;&lt;b&gt;Pubblico sul mio blog un bellissimo articolo di storia di Josè Minervini, apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di domenica 27 dicembre 2009 a p. 25.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Le foto inedite&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;I Bellando Randone e il loro palazzo ormai scomparso. Doveva essere trasformato in albergo, ma...&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Josè Minervini&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;C'era una volta (e c'è stato fino a mezzo secolo fa) Palazzo Bellando Randone, un gioiello architettonico settecentesco che s'affacciava su Mar Grande, nella Città antica o Borgo antico che dir si voglia, testimonianza di quel Settecento tarentino caratterizzato da grande fervore edlizio. Nel 1957 un ingegnere edile tarentino acquistò il Palazzo per venti milioni di lire nell'intenzione di ricavarne un albergo, il Comune, però, non solo non gli concesse il permesso ma, dopo aver acquistato il prezioso Palazzo, lo fece abbattere per costruire anni dopo la palestra di una scuola. La foto che pubblichiamo, più unica che rara, è dei primi anni Cinquanta ed è di proprietà della famiglia Bellando Randone; ce l'ha concessa eccezionalmente, per amicizia, la nostra collega Maria Silvestrini Bellando Randone che custodisce questo prezioso documento di un bene culturale appartenuto alla sua famiglia e alla nostra città. Una foto per salvare un tassello di memoria storica: seppur visto di sguincio, ecco com'era Palazzo Bellando Randone cui accennava qualche giorno fa Aldo Perrone, in un suo articolo pubblicato su questa pagina. Da un libro che la mia amica Maria Silvestrini mi ha prestato, scritto da Piero Bellando Randone nel 1998 e intitolato "Pietro Randone e la famiglia Bellando", apprendiamo, tra l'altro, la storia di questo palazzo, ormai purtroppo distrutto, dove si è concretata tanta storia familiare e cittadina. La storia comincia da Pietro Randone, facoltoso commerciante d'olio e granaglie, nato a Borghetto Santo Spirito vicino a Savona nel 1809 e giunto a Taranto nel 1832, cioè all'età di ventitré anni, insieme a tante altre note famiglie genovesi quali gli Ameglio, i Guardone, i Rocca e i Maglione. Perché tanti liguri si trasferirono all'epoca nella nostra città? Perché questi ricchi imprenditori scelsero proprio Taranto per intraprendere la loro attività commerciale? La risposta ce la dà questo testo: "Possiamo allora credere che questo giovane di Borghetto aveva deciso di recarsi da solo nei luoghi di produzione per acquistare a prezzi più bassi quanto poteva poi rivendere altrove con buoni utili: quindi solo un progetto commerciale". L'anno successivo Pietro Randone, che era un bel giovane alto e autorevole, sposò la signorina Maddalena Alciatore, sedicenne, anch'ella ligure della provincia di Savona. Il Palazzo apparteneva agli Alciatore e qui Pietro visse serenamente e agiatamente con la moglie e i suoceri, ma con l'unico cruccio di non avere figli. In seguito, la vedova di don Vincenzo Alciatore, donna Maddalena Ayraldi, e cioè la suocera di Pietro Randone, donò il Palazzo al nipote Giuseppe Bellando (figlio dell'altra figlia di nome Battistina che aveva sposato un altro ligure, Felice Bellando), in occasione delle fauste nozze del nipote con la signorina Anna Ricciardi. Ovviamente i due cognomi si fusero per volontà di Pietro Randone e i discendenti di Giuseppe e Anna Bellando portarono entrambi i cognomi; così pure il grande Palazzo Alciatore, dove vissero tutti insieme, nonna, zii Randone e i due sposini Bellando, prese in seguito il nome di Bellando Randone. E' in questo avito palazzo che è vissuta, fino agli anni Cinquanta, la famiglia Bellando Randone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9bVUwsVJI/AAAAAAAACWc/dwowm3-U_tg/s1600/25+bellando+randone.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9bVUwsVJI/AAAAAAAACWc/dwowm3-U_tg/s1600/25+bellando+randone.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Il dagherrotipo che pubblichiamo ritrae Giuseppe Bellando nel 1855, all'età di trent'anni circa: era un bell'uomo, elegante, con un volto serio e severo. Com'era Taranto in quei lontani anni dell'Ottocento? Leggiamo ciò che scrive il bisnipote di Giuseppe Bellando, Piero Bellando Randone: "Taranto era allora tutta racchiusa nell'isola... Aveva un porto ritenuto uno dei più importanti del regno, con un discreto movimento di navi, di merci e di marinai sia italiani che stranieri. La popolazione era inferiore ai 20.000 abitanti, tanti se messi a confronto con le poche migliaia di Loano e le poche centinaia di Borghetto. Aveva l'aspetto della città fortificata con un alto muro che la circondava e verso l'attuale piazza Fontana c'era la Cittadella con la torre di Raimondello Orsini e la cosiddetta Dogana Regia, ed un largo portone che guardava il ponte che menava poi sulla strada per Napoli. Le mura realizzate da Raimondo Orsini vennero poi ritenute inutili (dopo l'unità d'Italia) e pertanto demolite nel 1885; sino a quell'epoca si ergevano tutt'intorno all'isola lungo la costa presentando, però, dei varchi verso il mare, utili ai pescatori per portarsi verso i loro natanti, mentre mancavano all'altezza del fosso, ove c'era il castello e all'inizio dell'attuale Corso Vittorio Emanuele, ove quattro palazzi situati a picco sul mare le sostituivano. I palazzi erano nell'ordine quello Cordiglia, quello Randone, quello Mannarini e quello Amati..." Purtroppo Palazzo Randone non c'è più. L'importante ora è ricordare per evitare altri scempi e per tutelare ciò che rimane di antichi splendori artistici e architettonici della nostra città.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-4841125073906610442?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/4841125073906610442/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=4841125073906610442' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4841125073906610442'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4841125073906610442'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/il-palazzo-bellando-randone-taranto.html' title='Il palazzo Bellando Randone a Taranto'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9bG8WrtoI/AAAAAAAACWY/fmNtJNxW1dY/s72-c/25+bellando+randone2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-570202725994005435</id><published>2010-10-16T09:02:00.000+02:00</published><updated>2010-10-16T09:02:00.122+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Gioacchino da Fiore: lectio magistralis di Cosimo Damiano Fonseca</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;&lt;b&gt;Ho l'enorme piacere di pubblicare anche sul mio blog la Lectio magistralis su Gioacchino da Fiore del prof. Cosimo Damiano Fonseca in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Storia e Conservazione dei Beni artistici e archeologici conferitagli dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Da: Corriere del Giorno, 03/06/2008, p. 7&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;Amore e Memoria per salvare il nostro patrimonio culturale&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;Cosimo Damiano Fonseca&amp;nbsp;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Non è solo un atto formale di cortesia, ma un sentimento doveroso e convinto, rivolgere il mio vivo ringraziamento al Rettore dell’Università della Calabria prof. Giovanni Latorre nel cui nome, ai sensi delle Leggi vigenti, mi è stato conferito questo prestigioso riconoscimento; al Presidente della Facoltà di Lettere e Filosofia prof. Raffaele Perrelli, il quale, accogliendo la proposta dei Colleghi, ha sintetizzato magistralmente le motivazioni sottese al titolo; al prof. Pietro Dalena, Presidente del Corso di laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico, Archeologico e Musicale, che con benevola e delicata partecipazione ha tracciato le tappe del mio lungo cursus academicus; a quanti, Autorità, Colleghi e Amici, hanno voluto sensibilmente onorare questo momento di indubbio rilievo scientifico, ma anche, mi si consenta, di profondo coinvolgimento emotivo e umano. Ed è proprio sull’onda di questa ultima notazione che la solennità di questo momento non può essere disgiunta nella mia esperienza di vita dal riferimento, memore e grato, di due grandi artefici di questa nostra Università della Calabria: i professori Beniamino Andreatta e Corrado Bucci. Con il primo mi hanno legato condivisi rapporti di amicizia e di discepolato all’Università Cattolica di Milano e successivamente, nei suoi anni anconetani e bolognesi, proficui scambi di idee mentre inseguiva tenacemente e brillantemente il progetto, allora inimmaginabile per il sistema universitario statale, di un Ateneo residenziale, per di più collocato nelle aree del Mezzogiorno italiano. Con Corrado Bucci il pensiero corre alla comune esperienza nell’ambito della Conferenza dei Rettori delle Università italiane cui non fu estranea la fervida utopia di inserire la nascita e la crescita di nuovi e saldi poli universitari tra i nodi strutturali della nuova questione meridionale. Il tema della lectio alla cui insegna ho voluto affidare le mie riflessioni richiede qualche essenziale precisazione: innanzitutto di carattere metodologico considerato che la laurea ad honorem che mi è stata oro ora conferita riguarda Storia e Conservazione dei Beni Artistici e Archeologici, cioè si riferisce a quella tipologia di Beni Culturali che affonda le proprie radici, oltre che nella storia, nella “memoria” e che, come tali, rientrano nell’ethos e nella civiltà di un popolo, inspiegabili peraltro, l’uno e l’altra, senza l’appropriazione convinta di quel singolare patrimonio, a cominciare dai processi cognitivi e formativi sino all’obbligo morale della sua conservazione. E poi, ed è la seconda precisazione di carattere contenutistico, l’oscillazione dei due poli dei “beni culturali” e della “memoria” assumerà come specola di osservazione e come laboratorio di verifica la problematica esperienza esistenziale di Gioacchino da Fiore, il grande teologo del XII secolo che Dante, oltre che ad assegnargli il carisma della profezia, forse suggestionato dall’antifona della liturgia cistercense, ne precisò l’appartenenza geografica sino a consegnarlo alle generazioni future come il “calavrese abate Giovacchino”. 1. Per una esperienza religiosa, come è stata quella di Gioacchino da Fiore i “luoghi” assumono un significativo e pregnante rilievo. La condizione eremitica cui il “Calavrese” legava l’essenza della sua professione monastica esigeva due specifiche condizioni: la vita solitaria come scelta personale anche se condivisa con alcuni sodali e il deserto come elemento costitutivo dello statuto eremitico dove l’inaccessibilità del sito, la povertà del luogo, il silenzio assumevano il carattere di valori spirituali esaltanti la fuga dal mondo, l’abbandono di ogni vanità, l’emblema della pace interiore. Con il “deserto” sul finire dell’XI secolo si erano misurate due delle più importanti forme di vita monastica, rigeneratrici ambedue delle eredità dell’antico monachesimo cenobitico evidentemente in crisi, quella certosina e quella cistercense. Bruno di Colonia inseguirà l’ideale del deserto e lo troverà, nella pienezza della sua maturità, proprio in Calabria a contatto con una delle esperienze che più si attagliava con il suo ideale, quella della vita monacale greca che qualche decennio prima, grazie all’impegno profuso dallo ieromonaco San Nilo, aveva registrato, come vedremo, una vigorosa fioritura. Con fine analisi nell’intento di personalizzare il più possibile l’itinerario spirituale di Bruno, Raoul Manselli aveva rilevato come dall’attività e dall’opera tutta di San Brunone emerge, in maniera evidentissima, il fatto che la ricerca del “deserto” e dell’eremo sorge non da un desiderio di rinnovamento e da un’esigenza di riforma della Chiesa o anche dal monachesimo, quanto piuttosto da una inevitabile volontà di fuggire il mondo… La spinta prima all’eremo nasce, così, dal fastidio e dalla vanità delle cose quotidiane, diciamo pure da un senso di stanchezza per una lotta contro il mondo che, alla fine si è rivelata spossante, quanto inutile” (Manselli 1971, p. 82). Comunque l’esperienza eremitica brunoniana si concretizza in piena consonanza con i presupposti teorici, dottrinali e spirituali che sono alla base, nella scelta di contesti ambienta idonei. E tali, sono qui “Calabriae deserta” cui fa riferimento il Chronicon dell’eremo di Torre edito dal De Leo; si tratta – è sempre il Chronicon a renderci consapevoli – di luoghi circondati da fitte abetaie dove perfino al sole era interdetto penetrarvi; sul pianoro verdeggiante vennero costruite celle ricavate con impasto di fango e di fronde; per Bruno la scelta cadde su un “antrum lapideum ibi a natura consitum”, cioè su una grotta, elemento geomorfologico che accompagna tutta la tradizione eremitica calabrese. L’altra forma di vita monastica che alla ricerca del deserto diede significativa importanza fu quella cistercense le cui affinità con il percorso ascetico di San Bruno sono state già messe dalla storiografia in particolare risalto e che, a loro volta, incideranno sulla personalità e sulle scelte di Gioacchino da Fiore tenuto conto della sua primigenia adesione alla “religio Cistercii”. Non a caso si è parlato “affinità” e non di “identità” in quanto l’esperienza cistercense non nega i suoi reconditi legami con la tradizione del monachesimo benedettino; semmai, in polemica con Cluny indulgente all’imperativo della laus perennis con tutto lo splendore liturgico che l’accompagnava, essa insiste con forza sulla necessità della fatica manualmente operata del laborare la terra, del prosciugare paludi, del mettere a coltura ampie superfici abbandonate in modo da assicurare alla comunità monastica ciò che era indispensabile alla sua sopravvivenza. E’ qui che si realizza il deserto cistercense, lontano dal consorzio degli uomini, in una dimensione di ruralità che di fatto confligge con ogni sia pur lontano rapporto con le comunità urbane. “In civitatibus, castellis, villis, nella construenda esse coenaobia”, reciteranno le norme statutarie del 1130. E accanto a questi recondita loca, cioè al nascondimento, il deserto cistercense si caratterizzerà per l’aleatorietà della stessa condizione esistenziale soggetta all’inclemenza delle stagioni, alla insicurezza dei raccolti, alla precarietà delle strutture abitative. E Gioacchino avrà piena consapevolezza di questa svolta intervenuta con l’abbandono dell’abbazia di Molesme da parte di Roberto per Cîteaux. L’incipit dell’evento menzionato nel trattato gioachimita De Vita Sancti Benedicti è improntato a particolare solennità: “Si era appena concluso l’anno 1196 della Incarnazione del Signore quando quel nuovo e pio gregge che aveva abbandonato Molesne, per rimanere il Signore, venne a Cîteaux per dare inizio all’Ordine cistercense in cui vive e cresce Benedetto”. Del resto Alessandro III nella lettera Inter innumeras diretta al Capitolo generale cistercense il 19 luglio 1169, richiamando i tempi della prima esperienza cistercense, poneva in evidenza al primo posto, tra le originarie finalità dell’Ordine, la sua solitudine simile a un fiore piantato “in deserto huius mundi”. E che non si trattasse di una dichiarazione di principio, ma di un chiaro riferimento a un luogo fisico, il deserto appunto, varrà dimostrarlo la circostanza che il pronunciamento pontificio cadeva proprio nel momento in cui una parte dell’Ordine cistercense sembrava orientarsi verso scelte rigoriste e Gioacchino sceglieva per il suo tugurium eremitico a Fiore Vetere un nome che evocava, secondo un linguaggio utilizzato anche in curia, la solitudine e i frutti che essa poteva produrre. 2. Entro questo contesto che riveniva da una tradizione indigena, quella di Bruno di Colonia e di Nilo di Rossano, e da una diretta conoscenza della vita monastica cistercense che si collocano i luoghi di Gioacchino e le sue tensioni interiori che approderanno addirittura al superamento dello stesso modello cistercense pur nella continuità di una esperienza, quella di Cîteaux, che faceva corpo tutt’uno con la primigenia vocazione monastica dello stesso Gioacchino. Lo ha notato con fine intuito Valeria De Fraja esaminando la tav. XXIII del manoscritto oxoniense 225 appartenente al Corpus Christi College, una silloge di tavole e diagrammi elaborati da Gioacchino, dove l’albero della nuova alleanza non termina con i Cistercensi (il tronco dell’albero), ma la chioma da cui si protendono nuovi rami, forse il novus ordo, quello florense appunto, che si avvicenda, sostituendolo, ai monaci bianchi. Certo è che Gioacchino non opera, probabilmente nella seconda metà del 1187, non ancora una sorta di transitus abbandonando l’Ordine cistercense e precisamente il monastero di Corazzo di cui deteneva la carica abbaziale. La tappa di questo “tentativo eremitico” è una località nel cuore della Sila chiamata Pietra Lata e si configura come un temporaneo distacco dalla sua comunità per attendere al completamento delle sue opere esegetiche. Nella Vita Joachim dell’anonimo florense si parla di una località che fosse “portum quietis” e “angulum secessionis”. Il suo essere monaco cistercense lo porta a ribattezzare questo luogo messogli a disposizione da un signore locale, forse Pietro Guiscardo, signore di Santa Severina, chiamandolo Petra Olei e attribuendogli un toponimo altamente simbolico dal punto di vista spirituale. Comunque il distacco dalla sua primigenia famiglia religiosa avviene nel 1189 con la scelta della località di Jure Vetere ubicata vicino all’attuale San Giovanni in Fiore alla confluenza tra il fiume Arvo e il torrente Pino Bucato a circa 1100 metri di altitudine, dove le recenti campagne di scavo condotte dall’Istituto internazionale di studi federiciani del Consiglio Nazionale delle Ricerche diretto da chi parla hanno portato alla luce i resti della chiesa monastica abbandonata dopo l’incendio del 1214. La significativa sottolineatura del geotoponimo e il suo significato simbolico vengono posti in grande risalto dall’autore anonimo della Vita dell’Abate florense: &amp;lt;&lt;mentre [lata]="" a="" adiacente="" al="" annunciato="" avesse="" che="" chiamato,="" colli,="" così="" da="" dappertutto="" dello="" diffusa="" dunque="" e="" era="" fino="" fiore="" fiume="" fosse="" frutto="" guglielmo="" i="" il="" in="" la="" luogo,="" luogo="" massima="" monti="" nazareth="" nuovamente="" nuovo="" ogni="" operato="" pace,="" partire="" partirono="" perché="" petra="" quando,="" quel="" re="" regnava="" salvezza="" santo,="" si="" signore="" situato="" spirito="" suddetto="" terra="" tra="" trasferirono="" veramente="" è="" –=""&gt;&amp;gt;. Come è facile osservare si tratta di un sito che per le connotazioni ambientali conciliava il rigore ascetico, lo status eremitico, l’esercizio costante di pratiche penitenziali, la ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera. Si aggiunga anche la precarietà delle strutture menzionate abitualmente nella documentazione come “tuguria”, termine di complessa valenza semantica ma che rinvia a condizioni di estrema povertà e indigenza sia ubicazionale che personale, e si avrà un quadro di credibile approssimazione del modello di vita che sull’altopiano silano conducevano gli aderenti alla nova religio di Gioacchino. Comunque sarà stato l’incendio delle fabbriche del complesso monastico avvenuto tra l’ottobre del 1214 e il giugno del 1216, ma ancor più la volontà dei monaci di abbandonare il sito entro cui era ubicato il monastero, sta di fatto che Jure Vetere subirà gradualmente una obliterazione della memoria a favore del nuovo complesso monastico eretto poco distante a S. Giovanni in Fiore. 3. C’è ora da chiederci, avviandoci alla conclusione, se di questi “luoghi di Gioacchino”, di questa epopea monastica sviluppatasi sull’altopiano silano, di questa storia che tra la seconda metà del XII secolo e i primissimi anni del XIII vide un intreccio strettissimo tra la vicenda esistenziale dell’abate “calabrese” e la serie di Papi, Imperatori, Sovrani, Cardinali, Vescovi, Abati, monaci, contadini e artigiani, ci sia oggi memoria oppure ci si sia avviati verso un processo di oblìo con gravi conseguenze sul piano della coscienza collettiva e dei valori culturali di cui questo incomparabile patrimonio è segno ed emblema. ”Memoria” e “Oblivio” come categorie concettuali e “Recordari”, “Memorare” e “Oblivisci” come precetti morali attraversano tutto il medioevo conferendo alla memoria nel senso etimologico del termine mnème i due significati di ritenzione o conservazione di un evento, di un accadimento, di una circostanza e altresì di richiamo o di riconoscimento del ricordo in un atto di coscienza attuale costantemente rinnovato o potenzialmente rinnovantesi; altrettanto avviene per l’oblìo ritenuto un aspetto fondamentale della nostra memoria. Ebbene per i “luoghi di Gioacchino” lungo i secoli e in parte nella età vicina a noi pare sia intervenuto un processo di obliterazione della memoria. Del protocenobio di Jure Vetere si era persa ogni traccia fino agli anni novanta del secolo appena decorso: le strutture del monastero di Bonoligno non sono state ancora localizzate con il pericolo che l’incalzante piano di urbanizzazione delle zona porti a cancellare ogni possibilità di identificazione. Altrettanto si dica per il monastero di Tassitano il cui territorio nel 1950 fu interessato dalla Riforma Agraria della Sila; per il monastero di Santa Maria di Monte (Abate ) Marco dove, peraltro, la presenza di un edificio ubicato in posizione dominante e in prossimità di una sorgente perenne, pare, costituisca un umbratile indizio della ubicazione dell’insediamento florense e altresì per il monastero di Caput Album. Quanto a San Martino di Canale l’edificio, dove il 30 marzo 1202, circondato dagli abati cistercensi di Corazzo, della Sambucina, e dello Spirito Santo di Palermo, oltre che di alcuni suoi monaci, si concluse la parabola terrena di Gioacchino, attualmente si presenta gravemente alterato e manomesso per l’avvenuta divisone dell’aula e della cappella e per le sopraelevazioni successive. Eppure un recupero della memoria dei luoghi gioachimiti ha registrato negli ultimi anni una insistita attenzione grazie al Centro internazionale di studi gioachimiti, istituito a San Giovanni in Fiore il 2 dicembre 1982 con il patrocinio delle civiche Amministrazioni di Celico e di Luzzi e annoverato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ambientali tra gli Istituti di rilevante interesse scientifico e culturale, e altresì al Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della morte di Gioacchino costituito con Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 19 febbraio 2002. Tra i luoghi poi entro i quali si dipanò la singolare e complessa esperienza religiosa di Gioacchino da Fiore ha assunto infine spiccato rilievo Jure Vetere non solo per essere stata la prima fondazione geneticamente rispondente alla nuova scelta di vita operata dall’Abate calabrese dopo l’abbandono della originaria vocazione cistercense, ma anche per le connotazioni ambientali del sito che innanzi abbiamo richiamato. I contributi delle ricerche contenuti in questo volume curato, oltre da chi parla, da Francesca Sogliani e Dimitri Roubis, documentano le varie fasi di scavo, i numerosi profili di indagine sia per quanto attiene la ricerca storica e quella archeologica che le tecniche diagnostiche, la cultura materiale, gli ecofatti dello scavo, l’analisi delle architetture sino alle proposte di conservazione e valorizzazione. Negli ultimi anni il tema della memoria interrelato con quello dell’identità culturale e della perpetuazione del sapere ha costituito un campo di indagine di singolare fortuna, specialmente quando, come per i luoghi di Gioacchino, il ricordo collettivo ha subito un processo di graduale obliterazione. Comunque a farla riemergere da questo sonno della ragione e da questa inerzia della volontà valga il richiamo a uno dei principi della psicologia agostiniana che riteneva l’intelligenza umana costituita da amor e memoria. Amore e Memoria potranno riattualizzare e salvare questo incomparabile patrimonio culturale.&amp;nbsp;&lt;/mentre&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-570202725994005435?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/570202725994005435/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=570202725994005435' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/570202725994005435'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/570202725994005435'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/gioacchino-da-fiore-lectio-magistralis.html' title='Gioacchino da Fiore: lectio magistralis di Cosimo Damiano Fonseca'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1127987041345950061</id><published>2010-10-14T09:00:00.002+02:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.315+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>La storia demolita in nome del progresso</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;&lt;b&gt;Come non essere d'accordo con le tesi sostenute da Gianluca Guastella su Tarantoggi di lunedì 8 Febbraio 2010, pp. 12-13?&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;La storia demolita in nome del progresso&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Gianluca Guastella&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9QC7WdW1I/AAAAAAAACWA/4ciQ9M38xyU/s1600/Tarantoggi+Demolizione+Cittadella02.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="193" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9QC7WdW1I/AAAAAAAACWA/4ciQ9M38xyU/s640/Tarantoggi+Demolizione+Cittadella02.jpg" width="640" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Gli anni che vanno dal 29 giugno 1873, quando, cioè, Il Ministro della Guerra, Simon Pacoret di Saint Bon si vide approvato in Parlamento il progetto per la costruzione di un Arsenale Militare a Taranto, al 1888, quando, cioè, gran parte del lavori furono eseguiti, furono i quindici anni più rivoluzionari non solo per la topografia e lo sviluppo della città, ma per l’assetto, la vita, il numero degli abitanti, la fisionomia della popolazione: fu insomma questa la svolta più significativa nella storia di Taranto. Intanto la prima cosa che il sindaco dell’epoca, De Cesare chiese, fu quella di abbattere quelle mura che, a torto o a ragione, si riteneva soffocassero la città: una proposta che, naturalmente, fu accolta dal Consiglio comunale con il plauso dell’unanimità, sicché la cortina di Mar Grande fu la prima ed essere demolita e Via delle Mura, cambiò il suo nome in Corso Vittorio Emanuele, che, poi, è quello attuale. In questa mania, però, di abbattere tutto quello che aveva il sapore di vecchio, furono compiuti anche autentici misfatti, il più clamoroso dei quali, la demolizione della Cittadella, della torre, cioè, fatta erigere dal principe tarantino Raimondello Orsini del Balzo nel 1401 a difesa di porta Napoli e che, nel corso degli anni, era divenuta, via via un semplice corpo di guardia, sede della Dogana e, da ultimo, deposito di carbon fossile. La Cittadella, che aveva resistito alle cannonate di Ladislao di Durazzo, quando, alla morte del principe Del Balzo (signore di cento castella), aveva cinto di assedio l’antica colonia lacedemone per impadronirsi dei suoi possedimenti, dove si era rinserrata la principessa Maria d’Enghien, decisa a resistergli ma che, poi, affascinata dai begli occhi di Ladislao e dalla promessa di sposarla, gli fece aprire, inusitatamente le porte della città, finendo i suoi giorni, per ricompensa, in una segreta di Napoli, veniva, ora, sacrificata sull’altare della più bieca retorica antifeudale. I verbali del Consiglio comunale ne sono un esempio. Vi si legge, tra l’altro, del “delirio di urgenza di abbattere quel rudero del medioevo. Che è intollerabile e mostruoso che sopra una pubblica piazza, resti ancora un’annerita e logora facciata, nido visibile di rettili e di uccelli di rapina...”. Per meglio perorare la causa di questa demolizione non mancò la pubblicazione di alcuni pamphlet di carattere gotico, quasi che la povera Torre di Raimondello, come veniva comunemente chiamata, fosse come il nero castello di Otranto di sir Horace Walpole. In questa occasione, fu proprio la burocrazia ad avanzare perplessità, tanto che nel carteggio fra il Comune e la direzione del Genio dove il primo paventava la fatiscenza della torre per l’incolumità dei cittadini, i tecnici del Demanio sostenevano, viceversa, che non c’era alcun pericolo e che la Regia Marina aveva deciso di prendersi la Cittadella per sistemarvi alcuni magazzini e che, perciò stesso, l’avrebbe fatta restaurare. Dopo la Cittadella fu la volta della mura di Mar Piccolo, col bastione di S. Nicola, che furono demolite nel 1896, così che della vecchia cinta fortificata non rimase quasi più nulla. Ma non furono soltanto le fortificazioni militari a cadere sotto i colpi dei picconi, ma anche veri e propri gioielli artistici, come la Fontana che nella Piazza Maggiore, testimoniava il privilegio di Taranto al cospetto di una regione immelanconita dalla sete. Ecco come descriveva il monumento l’erudito tarantino, Cataldantonio Carducci: “In cima ad esso fonte vi sono l’arme di Casa d’Austria: indi quattro putti sopra altrettanti delfini con le piccole fiocine in mano dinotanti l’insegna della città. Succedono quattro tritoni che dalla bocca gittano acqua dentro una larga conca sostenuta da quattro statue, di cui una figura, Atlante che tiene il globo sull’omero sinistro, l’altra Ercole con la pelle di lione indosso e la clava in mano, la terza Diana avente in braccio un’arma, la quarta Giunone vestita di bianco manto con a’ piedi il pavone. Al di sotto di cotali statue si vede una conca più spaziosa, rabescata in bassorilievo di vari geroglifici”. La fontana fu sacrificata in odio all’Austria, anche se era quella di Carlo V. E non è finita qui, visto che è in questo periodo che si pongono le premesse per costruire sui resti dell’antico Anfiteatro romano, un bruttissimo mercato, occultando, così, le ultime vestigia dell’antico splendore. Monumento che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, continua ad essere mortificato dalla noncuranza delle amministrazioni locali. Che il capoluogo ionico, all’epoca, fosse poco più di un grosso borgo è incontestabile, come pure è assodato che l’antico splendore di capitale della Magna Grecia fosse solo uno sbiaditissimo ricordo e che i pochi viaggiatori stranieri (il turismo da queste parti è sempre una cosa di la da venire) che vi capitavano, rimanevano sconcertati dall’assoluta mancanza di antiche vestigia. L’esempio più lampante, poi, della pochezza culturale in cui la città versava, è data, per esempio, dalla mancanza di una struttura teatrale, mentre quasi tutte le città Europee, compresi i centri minori, in quel periodo provvedevano a farlo. In realtà, furono ancora i francesi a sensibilizzarsi su questo argomento. Infatti, il 16 aprile 1813 il re Gioacchino Murat, in visita a Taranto, aveva concesso al Municipio, la chiesa sconsacrata attigua al convento dei Celestini “ad oggetto di convertirla in teatro”. Mancavano tuttavia i fondi, per cui in epoca murattiana il teatro non s’era potuto realizzare. Tuttavia, in seguito, qualcuno se ne era ricordato e ne aveva affidato il progetto all’ingegnere di Acque e Strade, don Gerolamo Rossi. Però il comitato promotore non aveva informato il vescovo dell’epoca, mons. De Fulgure, che dal pulpito saettò i malcapitati, bollando il teatro come “cosa vituperevole adire quel sacro recinto ai profani passatempi”, impedendone, nei fatti, la realizzazione, tanto che Ferdinando II di Borbone, preferì dare ascolto all’alto prelato e buttare definitivamente a mare il teatro. Tramontata, così, l’idea di una struttura teatrale pubblica (una carenza che rimane tuttora), i tarantini erano pur “quelli che amano molto la musica, e quando parecchi giovani si riuniscono per fare quello che da noi in Scozia si chiamano stramberie, si eccitano a tal punto che potrebbero venire scambiati pè discendenti delle sacerdotesse di Cibele, le cui danze frenetiche sono rappresentate sui vasi antichi. Questa gente mette un grande impegno, non a procurarsi ricchezze, ma a vivere felici e senza preoccupazioni”, come annotava Craufurd Tait Ramage, per cui l’esigenza di avere comunque dei luoghi di svago (e il teatro lo era allora per eccellenza) era, per così dire, connaturata all’animo dei tarantini. Perciò dopo che, era fallita a più riprese l’iniziativa pubblica, toccò ai privati farsene carico, e lo fece un aristocratico, il marchese Francesco D’Ayala Valva. Naturalmente, se pure ricco, il marchese non avrebbe potuto sostenere la spesa dei novemila ducati previsti per il teatro murattiano, per cui si accontentò di far ristrutturare la galleria di rappresentanza del palazzo Calò (acquistato dalla sua famiglia agli inizi del secolo), affidandone il progetto all’architetto Davide Conversano, il quale iniziò i lavori nel settembre del 1856 e li completò nei primi mesi dell’anno successivo. La stagione teatrale fu inaugurata lo stesso anno con una rappresentazione in musica dell’impresario Luigi Zama Giacchi. Un evento storico, dunque, in una città che, pure, nell’antichità, aveva riservato spazi notevoli al teatro, tanto da aver ospitato, a quanto pare, tragediografi del calibro di Euripide, dato i natali a commediografi come Rintone o a musici come Aristosseno. Tutta la società bene, corse, infatti, a sottoscrivere gli abbonamenti, a prenotare i palchi: dai Carducci ai Giovinazzi, dagli Ameglio ai Latagliata, dai De Sinno ai Trojlo, ai Beaumont ai Bonelli, tutti nomi che a Taranto ricorrono tuttora.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1127987041345950061?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1127987041345950061/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1127987041345950061' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1127987041345950061'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1127987041345950061'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/la-storia-demolita-in-nome-del.html' title='La storia demolita in nome del progresso'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9QC7WdW1I/AAAAAAAACWA/4ciQ9M38xyU/s72-c/Tarantoggi+Demolizione+Cittadella02.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5917511101100738398</id><published>2010-10-12T09:00:00.005+02:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.315+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>A Torre Borraco riaffiora una nave naufragata 2000 anni fa</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di mercoledì 25 agosto 2010 p. 26&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9OD135vPI/AAAAAAAACV0/btAdWw4U9jg/s1600/26barca+antica+a+torre+boraco2.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="208" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9OD135vPI/AAAAAAAACV0/btAdWw4U9jg/s320/26barca+antica+a+torre+boraco2.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;Dai fondali di Torre Borraco riaffiora una nave naufragata 2000 anni fa&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;i&gt;La soprintendenza avvisa: il reperto va tutelato. Ne parliamo con Arcangelo Alessio&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;di Silvano Trevisani&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;E' stata certamente una recente mareggiata a sollevare la coltre di sabbia che nascondeva i resti di una nave antica a pochi metri dalla battigia di Torre Borraco, amena spiaggia di San Pietro in Bevagna, svelandone i contorni. Sono stati dei bagnanti, infatti, a rilevare i resti di questa nave e a informarne i militari della Tenenza di Manduria, che erano impegnati in servizi di controllo economico del territorio sul litorale orientale della provincia ionica. E così, con l’ausilio del nucleo sommozzatori della sezione operativa navale della Guardia di Finanza di Taranto, i militari hanno rinvenuto quella che essi stessi definiscono come un’imbarcazione di epoca romana risalente al periodo tra il II e I secolo avanti Cristo. Così prosegue la nota informativa del comando provinciale di Taranto: “L’imbarcazione, posizionata a duecento metri dalla battigia e adagiata su un fondale di circa quattro metri di profondità, ha caratteristiche strutturali tali da far ritenere il suo utilizzo per il trasporto di masserizie. Circostanza questa desumibile dalla particolare forma “bombata” dello scafo adibito a stiva e confermata dal rinvenimento nell’area adiacente all’imbarcazione di anfore in terracotta, alcune delle quali in buono stato di conservazione, notoriamente adibite al trasporto di vino e olio. Il basso fondale ha consentito di individuare ad occhio nudo i cosiddetti “fascioni” in legno della nave, solo in parte sommersa dalla sabbia. E' tuttora in corso un’attività di coordinamento con la soprintendenza ai Beni archeologici di Taranto per l’avvio delle successive fasi di classificazione e catalogazione dei reperti rinvenuti”. Fin qui la nota della Finanza che ha individuato lo scafo, ma informazioni più precise si potranno avere solo successivamente con l'intervento della soprintendenza, che dovrà decidere cosa fare, nella ormai cronaca carenza di mezzi. Intanto, come ci precisa il dirigente archeologo della soprintendenza archeologica, esperto della materia, Arcangelo Alessio, responsabile del servizio di Tecnologia subacquea per la Puglia si pone ora un problema di sorveglianza del sito che, come mostra la foto, appare in realtà molto prossimo alla riva, e non potrà non attirare l'interesse di molti curiosi. Non è il primo rinvenimento del genere, fatto nelle acque del Tarantino. Per altre navi non si è ancora potuto intervenire, anche per la delicatezza che impone l'intervento di eventuale ripescaggio e successiva conservazione dei fasciamo di legno portato in secco dopo molti secoli di permanenza in acqua salata.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Ne chiediamo conferma allo stesso dottor Alessio&lt;/b&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;“Effettivamente la conservazione dei fasciami di legno ripescati è una materia molto delicata poiché di solito il legno sommerso viene attaccato dalla “teredo”, un mollusco che ha per caratteristica quella di succhiare la cellulosa. Il legno attaccato dalla teredo appare integro e invece è fragile e “svuotato”, e necessita quindi di interventi di consolidamento che ne evitino il repentino sfaldamento”.&lt;/div&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9Oi1Ep1sI/AAAAAAAACV4/YKG9fZcWqi8/s1600/26barca+antica+a+torre+boraco.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="220" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9Oi1Ep1sI/AAAAAAAACV4/YKG9fZcWqi8/s320/26barca+antica+a+torre+boraco.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Non vi era un progetto della soprintendenza proprio finalizzato al trattamento dei fasciami di legno ripescati?&lt;/b&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;“Effettivamente vi sarebbe già un laboratorio attrezzato dalla soprintendenza presso il Museo del mare di Nardò, dove però bisogna risolvere un problema di gestione del capannone nel quale il laboratorio stesso è allogato. Qui dovrebbe essere quanto prima trattata la nave che fu ripescata, come si ricorderà, nella baia di Torre Sgarrata, e che è attualmente conservata nel Castello aragonese di Taranto”.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Come si interviene in questi casi?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;“In primo luogo si lava il legno in acqua distillata e poi lo si consolida per riportarlo a recuperare la sua robustezza”.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Anche il carico di quella nave fu ripescato.&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;“Sì. Si trattava anche in quel caso di sarcofaghi, alcuni dei quali sono pure nel Castello, mentre altri sono conservati, o dovremmo dire “depositati”, nell'Ospedale militare, in attesa di un restauro”.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;Ma vi sono molte altre navi in attesa di “ripescaggio”&lt;/b&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;“Ne sono state rinvenute altre tra Manduria e Pulsano. Voglio ricordare soprattutto quella che fu rinvenuta a San Pietro in Bevagna, a 150 metri dalla battigia, carica di 22 sarcofaghi, che certamente, con il loro peso, tengono sepolto lo scafo sotto la sabbia. Si tratta del reperto più importante a nostra disposizione e che, per questo, abbiamo valorizzato trasformandolo, con l'aiuto dell'Istituto centrale di restauro, in un parco marino. I subacquei interessati al reperto, possono accostarvisi e, aprendo un apposito sportellino, “leggere” la storia della nave e del suo naufragio. Altri due relitti sono stati poi ritrovati nella baia di Lido Silvana, nei cui fondali si trovano ancora”.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5917511101100738398?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5917511101100738398/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5917511101100738398' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5917511101100738398'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5917511101100738398'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/torre-borraco-riaffiora-una-nave.html' title='A Torre Borraco riaffiora una nave naufragata 2000 anni fa'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9OD135vPI/AAAAAAAACV0/btAdWw4U9jg/s72-c/26barca+antica+a+torre+boraco2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5912053653114401147</id><published>2010-10-10T09:00:00.008+02:00</published><updated>2010-10-15T08:13:23.110+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>A Grottaglie restaurato l'organo della chiesa madre, uno dei più antichi d'Italia</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9Lv9x_zqI/AAAAAAAACVs/So4SVo86c0I/s1600/25organo+a+grottaglie.bmp" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9Lv9x_zqI/AAAAAAAACVs/So4SVo86c0I/s1600/25organo+a+grottaglie.bmp" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di giovedì 26 agosto 2010, p. 25&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;Grottaglie si gode il "ritrovato" organo, uno dei più antichi d'Italia&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Nell’importante cornice dei prossimi festeggiamenti del santo Patrono S. Francesco De Geronimo, Grottaglie vive un evento carico di particolare significato culturale, storico e artistico. Nella serata di venerdì 3 settembre 2010, nella storica Chiesa Madre dedicata all’Annunziata, in piazza Regina Margherita, ci sarà l’attesa inaugurazione dell’antico organo a canne con la benedizione dello strumento da parte dell’arcivescovo di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa e con il concerto del maestro Francesco Di Lernia. Si tratta di un appuntamento attesissimo non solo dai cittadini di Grottaglie, orgogliosi di ritrovare un autentico cimelio e un importante segno della propria storia, ma da molti appassionati dell’antica musica organistica e dell’arte rinascimentale. L’organo a canne, risalente alla prima metà del Cinquecento e risistemato nel 1587 dall’organaro leccese Orfeo de Torres, costituisce, insieme con l’elegantissima cantoria, restaurati rispettivamente dalla Ditta Fratelli Ruffatti di Padova e da Maria Gaetana Di Capua di Martina Franca, un’eccezionale e finissima testimonianza di arte rinascimentale. Viene dato giustamente grande risalto a quello che, senza dubbio, si può definire un vero e proprio evento culturale-artistico, se si pensa che dal restauro è emerso essere questo l’organo funzionante più antico di Puglia e uno dei più antichi d’Italia; inoltre, il re degli strumenti restaurato a Grottaglie, a distanza di quasi mezzo millennio, conserva pressoché intatte le originali caratteristiche tecniche, foniche e artistiche. La descrizione e il restauro dell’organo sono illustrati da un riconosciuto esperto di arte organaria, il maestro Francesco Ruffatti, secondo il quale “la cassa di risonanza dello strumento presenta una facciata ripartita in cinque campate le cui canne, in stagno, corrispondono all’intero registro del Principale. La seconda e la quarta campata sono ora sormontate da tele rappresentanti lo stemma araldico dei Colonna; è stato possibile appurare che in origine esistevano, al loro posto, altre due serie di canne, in funzione decorativa (i cosiddetti “organetti morti”, tipici dell’estetica organaria Rinascimentale). La tastiera è di 45 tasti (Do1 -Do5) con prima ottava “scavezza”, ovvero priva dei primi quattro tasti cromatici. I tasti diatonici sono ricoperti in legno di bosso con frontalini scolpiti, mentre i cromatici sono in noce colorito di nero. La pedaliera è del tipo “a leggio” e comprende 8 tasti. I registri, comandati da pomelli in bronzo, sono 8 e cioè: Principale - Ottava - Flauto in XV - Decima Quinta - Decima Nona - Vigesima Seconda - Vigesima Sesta - Vigesima Nona; in più sono presenti il Tiratutti più due effetti speciali, ossia il Tremolo e l’Uccelliera. Il somiere maestro è a tiro, in legno di noce, con coperte fissate mediante chiodi forgiati a mano. Le “stecche” dei registri sono a cuneo, caratteristica tipica ed esclusiva dell’organaria meridionale. La manticeria, sostituita durante un intervento inopportuno nel 1934, è stata riportata alla configurazione d’origine attraverso la ricostruzione di due mantici “a libro” con azionamento manuale mediante stanghe. E’ stato installato un elettroventilatore per permettere l’azionamento dei mantici senza l’intervento del “tiramantici”. Le canne, tutte molto antiche, presentano anche tracce di restauro databili ai secoli scorsi. Da segnalare la presenza del Flauto in Decimaquinta di forma conica. Si tratta, secondo quanto è dato sapere, del più antico flauto di questa foggia che si conosca in tutta Italia. Lo strumento dispone in tutto di ben 360 canne, esclusi gli effetti speciali. Il “corista” è stato fissato in base ai risultati di una lunga ricerca estesa a tutte le canne dello strumento. E’ risultato molto “basso” o “calante”, come consueto per l’organaria del Sud della penisola. L’accordatura è del tipo “mesotonico”, come d’uso nel Rinascimento. I lavori di restauro hanno seguito criteri strettamente filologici. Tutti gli sforzi sono stati rivolti alla massima conservazione, ripristino e valorizzazione del materiale originale. Allo scopo sono state utilizzate tecniche e materiali d’avanguardia. Il restauro dello strumento è stato eseguito dalla Famiglia Artigiana Fratelli Ruffatti di Padova, azienda leader nel settore del restauro e conservazione del patrimonio organario storico”. Il restauro delle parti lignee (cassa d’organo e cantoria), condotto da Maria Gaetana Di Capua, oltre a riportare alla luce una straordinaria testimonianza di arte rinascimentale, finemente intagliata e decorata con spigliata e piacevole policromia, “ha messo in evidenza elementi costitutivi di epoca antecedente che testimonia come in passato fosse molto frequente il riuso dei materiali. La cassa misura cm. 340 di larghezza per cm. 420 di altezza con una profondità di 90 cm. e si presenta con fronte a cinque campate entro le quali le canne, per un totale di 45, sono disposte a cuspide. Gli elementi lignei costitutivi della cassa sono risultati essere in legno di mogano e in minima parte in legno di noce scolpito. Nella parte superiore della seconda e terza campata è emerso lo stemma della famiglia Colonna (sec. XVI) su due pannelli in tela di lino che, con molta probabilità, furono collocati su un impianto più antico forse risalente alla fine del Quattrocento. Sono state, inoltre, rinvenute decorazioni sulle pareti laterali della cassa d’organo raffiguranti vasi, delfini e motivi vegetali con toni sul terra di siena su fondo scuro. L’elegante balaustra, finemente intagliata e decorata in cromie azzurre, rosse e ocra, realizzata in legno di noce, misura cm. 870 di larghezza per cm. 180 di altezza. A testimonianza del riuso dei materiali, all’interno della cassa a livello della trabeazione è stata ritrovata una decorazione modulare a tempera su base di colore rosso raffigurante vasi, delfini e fogliame”. Più che legittima, perciò, la soddisfazione del parroco D. Eligio Grimaldi, il quale rileva come “fino a pochi mesi fa, l’antico organo della Chiesa Madre nascondeva le sue qualità eccezionali e la sua notevole antichità che solo ora, dopo un meticoloso restauro, sono riemerse con la piacevole sorpresa di rivelarsi uno strumento di straordinaria importanza nel panorama dell’arte organaria. E infatti, l’analisi tecnico-fonica dello strumento, come pure l’osservazione della cassa lignea e della cantoria fatte rispettivamente da Francesco Ruffatti e da Maria Gaetana Di Capua, hanno trovato oggettivo riscontro nella ricerca storico-documentale effettuata dallo storico Rosario Quaranta nel locale Archivio Capitolare (Polizze del 1501 e del 1587, Visita pastorale di Mons. Lelio Brancaccio del 1577 e Conclusioni Capitolari) e che consentono di ritenere che l’organo, certamente anteriore al 1568, appartiene alla prima metà del Cinquecento e ha accolto elementi di un organo precedente, risalente presumibilmente alla fine del secolo XV. L’ organo della Chiesa Madre torna finalmente a risplendere e a risuonare dopo un lungo restauro che, effettuato sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni Storici-Artistici-Etnoantropologici della Puglia, è stato voluto e sostenuto dalla Cei, dall’Ufficio Beni culturali della Curia di Taranto e dalla stessa parrocchia”. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;[…] Appuntamento da non perdere, quindi, venerdì 3 settembre, nella chiesa madre di Grottaglie, alle ore 19, con la Concelebrazione Eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa, cui seguirà l’inaugurazione dell’organo con i saluti delle Autorità (don Eligio Grimaldi Parroco Chiesa Madre di Grottaglie, Raffaele Bagnardi sindaco di Grottaglie, don Francesco Simone direttore Ufficio diocesano Beni Culturali Ecclesiastici, Fabrizio Vona, soprintendente regionale Beni Storici- Artistici - Etnoantropologici della Puglia, Angela Convenuto, soprintendenza Beni Storici - Artistici - Etnoantropologici di Taranto) e con l’illustrazione dell’intervento di restauro e delle vicende dell’organo da parte di Francesco Ruffatti, Maria Gaetana Di Capua e Rosario Quaranta. Dopo la benedizione dello strumento da parte dell’arcivescovo, il maestro Francesco Di Lernia terrà il concerto inaugurale con l’esecuzione di rari pezzi d’organo che esalteranno le qualità dello storico strumento (in programma: Anonimo del sec. XVII-XVIII: Tenor di Napoli; Bernardo Pasquini (1637 - 1710) Tre arie - Variazioni per il Paggio Todesco, “Flores del Música” di A. Martín y Coll (sec. XVII) Chacona; Baldassarre Galuppi (1706-1785) Allegro – Largo; Gaetano Valerj (1760-1822) Sonata XI - Sonata X; Alessandro Scarlatti (1660-1725) Toccata - Canzona in sol - Fuga del Primo Tono Johann Pachelbel (1653-1706) Partite su «Was Gott tut, das ist wohlgetan»).&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;[…] Non è difficile ipotizzare e augurare che, grazie a un’accorta valorizzazione e utilizzazione nell’ambito della programmazione dell’antica musica per organo a livello locale e nazionale, l’antichissimo organo di Grottaglie farà parlare molto di sé e farà sentire in futuro per molti anni ancora la sua voce melodiosa.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5912053653114401147?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5912053653114401147/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5912053653114401147' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5912053653114401147'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5912053653114401147'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/grottaglie-restaurato-lorgano-della.html' title='A Grottaglie restaurato l&apos;organo della chiesa madre, uno dei più antichi d&apos;Italia'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9Lv9x_zqI/AAAAAAAACVs/So4SVo86c0I/s72-c/25organo+a+grottaglie.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5846301117570579714</id><published>2010-10-08T18:30:00.005+02:00</published><updated>2010-10-15T08:13:23.111+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>Un monumento "fai da te"</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9H_dHk3zI/AAAAAAAACVk/1AiuhXyW3Ow/s1600/25monumento+in+via+cugini.bmp" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9H_dHk3zI/AAAAAAAACVk/1AiuhXyW3Ow/s1600/25monumento+in+via+cugini.bmp" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="background-color: white;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: #073763;"&gt;Pubblico sul mio blog un articolo tratto dal Corriere del Giorno di martedì 31 agosto 2010, p. 25&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;b&gt;Un monumento "fai da te"&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: x-large;"&gt;&lt;i&gt;Iniziativa di un noto benzinaio tarantino&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Non è l’autostrada del sole, l’asse principale della rete stradale italiana che collega Milano a Napoli: è la nostra via Cugini, dedicata all’ufficiale del Genio del Regio Esercito, che con il collega Messina, diresse i lavori per la costruzione del vecchio ponte girevole, inaugurato nel 1887. Non è la chiesa di San Giovanni Battista di Firenze, chiamata anche la chiesa dell’autostrada: è una stazione di rifornimento della Erg, proprio nella nostra via Gugini, gestita da qualche decennio da due cognati, Ciro Greco e Luigi Schirone, che hanno il fattore comune del temperamento schivo e riservato. In questa area di servizio, c’è una piccola colonna sulla quale è fissata una parte di una pietra tombale, risalente forse al terzo secolo prima della nascita di Cristo. Questa piccola storia cittadina inizia nella passata primavera quando iniziano dei lavori di ammodernamento di tutto l’impianto di distribuzione dei carburanti: vanno sostituiti, in particolare, i serbatoi interrati con altri di maggiore capienza. Cominciano i lavori per asportare i vecchi serbatoi e successivamente si procede a un ampliamento dello scavo e, non è certo un colpo di scena nella nostra città, appaiono delle tombe a fossa, scavate nella terra e chiuse da pietre tombali. In questa area, come da antichi documenti, sorgeva la necropoli cittadina: era la zona sacra dedicata a Persefone, figura della mitologia greca e dea dell’oltretomba. Interviene ovviamente la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, che ha sede proprio nella nostra città, per effettuare analisi e prelievi del corredo funerario: oggetti di ornamento personale, ma anche di carattere rituale, cioè connessi con il simbolismo e le pratiche funerarie. Arriva in seguito il nulla osta della Soprintendenza che autorizza la prosecuzione dei lavori all’impianto di distribuzione dei carburanti, terminati da qualche settimana. Rimane, dimenticata in un angolo, una parte di una pietra tombale, che era destinata a essere portata via con il materiale di risulta. Nasce così l’idea di Ciro Greco: viene eretta una piccola colonna in muratura, la pietra viene trattata con una vernice trasparente di protezione dagli agenti atmosferici e viene collocata sulla colonna. Viene apposta una piccola targa sulla quale si legge: “Chi onora questa pietra sarà benedetto. Chi la ruba sarà ma ledetto”. A chi chiede qualcosa, lui, schivo e riservato, risponde semplicemente: “Sotto i nostri piedi, ci sono secoli di storia”.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5846301117570579714?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5846301117570579714/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5846301117570579714' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5846301117570579714'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5846301117570579714'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/10/pubblico-sul-mio-blog-un-articolo.html' title='Un monumento &quot;fai da te&quot;'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TK9H_dHk3zI/AAAAAAAACVk/1AiuhXyW3Ow/s72-c/25monumento+in+via+cugini.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5837394324067169092</id><published>2010-09-28T09:00:00.000+02:00</published><updated>2010-10-17T20:20:59.764+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sorridiamo un po&apos;'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='I miei racconti'/><title type='text'>The parking trophy</title><content type='html'>&lt;span style="font-size: 180%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;A&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;vete mai sperimentato la suggestione che solo la ricerca di un parcheggio in centro può darvi?&lt;br /&gt;Il vostro inviato l’ha provata per voi. Ore 10,45: siamo di fronte all’ingresso dell’Arsenale, diretti verso il simpatico “muraglione” che così efficacemente copre l’inutile vista del nostro mare. Abbiamo due scelte: corso Umberto o via Pitagora. Scegliamo la seconda, dove invitanti parcheggiatori abusivi ad alto indice di tossicodipendenza ci indicano succulenti parcheggi “a un Euro”, alla controra, cioè quando stanno per entrare in funzione i parcometri; “almeno due” in orari normali, se la dose deve ancora arrivare o se il traffico è appena un po’ più congestionato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Imperterriti, proseguiamo e svoltiamo all’altezza di via Giovinazzi, dove, pur dovendo attendere almeno tre “verdi” per proseguire oltre, verso piazza della Vittoria, nessuno ha pensato ad un posto di ristoro per automobilisti affamati. Superata piazza della Vittoria, ovviamente al completo anche nei posti a pagamento, ci dirigiamo verso via Principe Amedeo, e svoltiamo verso via Massari, agevolando lo slalom delle auto in doppia fila della pizzeria, che “dovrà pure lavorare”, e quelle dei dipendenti della questura, privilegiati di lusso dalle strisce gialle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui rischiamo di mettere sotto un finto disabile sgambettante, che ci passa davanti, brucia cento metri in pochi secondi, e con una manovra alla Magnum P.I., si immette nel suo Mercedes parcheggiato nel posto riservato, tutto in regola compreso bollino sul parabrezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora scioccati dalla prestazione atletica, svoltiamo per via Massari e ci rechiamo in piazza Giovanni XXIII, da dove non riusciamo ad uscire prima a causa del camion parcheggiato davanti al mega store, con regolare licenza anche senza parcheggi, e poi per le auto parcheggiate in terza fila, dietro il gippone con parabufali (servono, in centro) regolarmente fornito di tagliando disabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Armati di pazienza certosina, non resta che scendere dall’auto, recarsi dagli annoiati addetti alla portineria, che con disgusto e sufficienza citofonano un “dottò, c’è uno che deve passare: gliela tolgo io la macchina?” e solo dopo la rassicurante risposta “va bbè, poi ti dò la mancia”, decidono di liberare la strada e consentirci di uscire dalla piazza. Che ingenui, noi, a cercare un posto proprio nel “territorio” dei dottò!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Decidiamo di svoltare a sinistra ed immetterci su via Anfiteatro e su via De Cesare, e cerchiamo ancora verso corso Umberto, ma pur avendo il “verde” dobbiamo subire i rimproveri dei passanti di via D’Aquino, noi che osiamo interdire il loro anarchico passaggio! In corso Umberto tentiamo la fuga verso il ponte girevole, ma riusciamo in 30 minuti a fare solo 100 metri. Da corso Due Mari azzardiamo la sortita verso via D’Aquino, ma veniamo scacciati dai cugini dei fratelli dei cognati dei militari dell’Ammiragliato, che lì hanno deciso di desinare all’interno delle loro auto, regolarmente parcheggiate negli spazi riservati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Svoltiamo allora verso il Lungomare, e davanti alla Posta solerti parcheggiatori ci avvertono che c’è posto solo in doppia fila, naturalmente bisogna lasciare le chiavi! E allora nuova partenza diretti verso via Mazzini, alla disperata ricerca di un posto libero tra le strisce gialle, i garage condominiali, le cassette dei fruttivendoli e i decennali cantieri temporanei. All’improvviso, il miracolo: un posto a pagamento in via Berardi! Si sono fatte le 12,20 e il servizio termina alle 13,30: che fare, pagare o non pagare le due ore? “Dottò, non è colpa nostra, dobbiamo campare pure noi!”, si giustifica l’ausiliare, mentre inseriamo nel parcometro i nostri due Euro, naturalmente e regolarmente senza resto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finalmente a casa, dopo due ore, cinque Euro di benzina e due Euro di parcheggio. Appena entrati sbraitiamo: “dov’è la mia bicicletta? Domani ce ne andiamo con quella!”. Ma il “The Bicycle Trophy”, in una città senza piste ciclabili, ve lo racconto la prossima volta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5837394324067169092?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5837394324067169092/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5837394324067169092' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5837394324067169092'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5837394324067169092'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2006/12/parking-trophy-avete-mai-sperimentato.html' title='The parking trophy'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2646124323080930178</id><published>2010-09-07T22:02:00.002+02:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.316+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Storici misteri del territorio di Taranto</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TIaaIUAq5GI/AAAAAAAACVE/7pYUDtGSQCk/s1600/Taranto+dall%27alto.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TIaaIUAq5GI/AAAAAAAACVE/7pYUDtGSQCk/s320/Taranto+dall%27alto.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="color: #073763;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="color: black; font-size: large;"&gt;Storici misteri del territorio di Taranto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #20124d;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="color: #351c75;"&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;b&gt;di Silvia de Vitis, archeologa&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Lo spazio nel quale viviamo - e del quale spesso non ci rendiamo conto - è uno spazio storico:&amp;nbsp; perché una strada ha una certa direzione?...; perché passa proprio in un dato punto e non due metri più in là?...; perché una contrada o una masseria hanno un certo nome?…: tutto ciò non è frutto del caso, ma della Storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando - spesso non approfonditamente - si studia questa materia a scuola, si&amp;nbsp; spiegano e talvolta si imparano i grandi eventi: le guerre, i re e i trattati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esiste però una storia del territorio che parla degli insediamenti umani, della vita quotidiana e del lavoro nei campi o sul mare. Prima dei palazzi e dei residence, il territorio a Est di Taranto è stato al centro di un intenso popolamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La presenza di sorgenti, la vicinanza al mare, il clima eccellente lo hanno reso sin dall’antichità uno spazio agricolo ottimale.&amp;nbsp; Non meno importante è stato il rapporto con il mare. Sul mare sorgevano sicuramente importanti fattorie greche, le cui ceramiche si rinvengono sovente nei campi e lungo le spiagge fra Lama e San Vito.&amp;nbsp; Nel Mar Grande i tarantini trovavano pesci e molluschi che permettevano loro di sopravvivere anche nei periodi più duri. La pinna nobilis (parricella) forniva proteine più di una bistecca, oltre al prezioso bisso. Sul mare si affacciavano alcuni fra i più importanti monasteri: San Vito al Pizzo, San Demetrio, San Tomaso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La moderna Talsano nasce prima dell’XI secolo dall’omonima abbazia proprietà del ricco monastero di San Pietro Imperiale (attuale San Domenico).&amp;nbsp; Le torri costiere nascono a partire dal 1500 per contrastare i pericolosi pirati nascosti sulle Isole Cheradi. Tutte queste storie - solo elencate - rendono bene la ricchezza di memorie che è possibile rintracciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma partiamo dal mare, dal quale ogni cosa ha inizio…i nostri suoli e rocce sono infatti ex fondali marini.&amp;nbsp; Dal mare proviene vita. Dal mare del capo San Vito - dice il Blandamura, grande studioso della Taranto del passato -&amp;nbsp; proveniva il corallo più raffinato lavorato a Torre del Greco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma dal mare proveniva anche pericolo. Riferisce il prof.Giuseppe Mastronuzzi nel rapporto per il progetto “Posidonia” nel 2000: “Recenti studi hanno permesso di riconoscere lungo le coste delle Isole Cheradi e lungo tutta la costa ionica salentina - da Taranto a Santa Maria di Leuca - gli effetti di almeno un maremoto prodottosi in seguito al sisma che il 5 dicembre del 1456 colpì con una magnitudo stimata al 10° Mercalli il napoletano e al 7° Mercalli il tarantino. A tale circostanza, ricordata dalle cronache per aver provocato il parziale crollo del campanile del Duomo di San Cataldo, D’Aquino (fine1600), Carducci (1771) e Blandamura (1925) attribuiscono la distruzione del Casale di Punta Lo Scanno sull’Isola di San Pietro. In tale occasione, blocchi del peso di 80 tonnellate furono spostati per circa 40 m verso l’interno.&amp;nbsp; Ecco come si spiegano i grandi lastroni sui quali prendiamo il sole, e dai quali ci tuffiamo in cerca di sollievo dal caldo torrido…..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri pericoli venivano dai frequentatori delle isole Cheradi, i pirati. Fra il XV e il XVII secolo, feroci pirati si annidavano nei boschi di san Pietro e san Paolo, che vennero disboscati incendiando la vegetazione per impedire ai predoni di nascondervisi. Furono proprio i pirati a saccheggiare le nostre terre nel 1594, guidati da un famoso pirata dignitario dell’impero ottomano, Sinan Bassà Cicala.&amp;nbsp; Nato da una nobile famiglia genovese trasferitasi a Messina, il giovane Scipione Cicala nacque nel 1548. All’età di 15 anni venne dato in ostaggio con il padre a Costantinopoli, dove&amp;nbsp; divenne Gran Visir.&amp;nbsp; Il 14 settembre le sue navi approdarono alle isole Cheradi. In due battaglie cruente distrussero sia l’abbazia di Santa Maria della Giustizia presso capo Rondinella, tuttora esistente, sia il monastero di San Vito al Pizzo. Dopo alcuni giorni i Turchi abbandonarono Mar Grande, rinunciando al tentativo di prendere la città sia da mare, sia da terra, come avevano cercato di fare il 19 settembre, quando distrussero del tutto il monastero di San Vito e si spinsero oltre Talsano e Leporano spargendo il terrore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, non serve pensare ai Caraibi e alle isole di sogno per immaginare scenari fantastici…la nostra mente ci permette di scavalcare i limiti del tempo e ritrovare le storie del passato. Storie vere, avvenute dove ora ci sono le nostre case e le nostre scuole. Per attuare questa magia la bacchetta magica giusta è solo…la voglia di conoscere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2646124323080930178?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2646124323080930178/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2646124323080930178' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2646124323080930178'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2646124323080930178'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/09/storici-misteri-del-territorio-di.html' title='Storici misteri del territorio di Taranto'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/TIaaIUAq5GI/AAAAAAAACVE/7pYUDtGSQCk/s72-c/Taranto+dall%27alto.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8962291140528972489</id><published>2010-09-07T21:22:00.001+02:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.317+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>L'8 settembre vissuto a Castellaneta</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZDSuQMNpI/AAAAAAAACHs/gAEnrNwx8l0/s1600-h/7.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 316px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZDSuQMNpI/AAAAAAAACHs/gAEnrNwx8l0/s320/7.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424096790146987666" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Pubblico sul mio blog un articolo di Mario Gianfrate apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di martedì 8 settembre 2009, p. 26.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'annuncio dell'Armistizio, 67 anni fa&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il tragico 8 settembre vissuto a Castellaneta. Negli scontri coi tedeschi muoiono 25 civili&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Mario Gianfrate&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’annuncio dell’armistizio viene diramato dalla radio la sera dell’8 settembre 1943. Mentre sfumano le ultime note di Una strada nel bosco cantata da Gino Bechi, lo speaker comunica la lettura del Proclama di Badoglio: “ Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare, da parte delle forze italiane, in ogni luogo”. Il messaggio scritto di suo pugno da Badoglio finisce qui ma, Eisenhower lo costringere ad aggiungere altre righe, più vincolanti: “Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Chi dirigerà le azioni di difesa, come, quando e con quali mezzi, però, nessuno lo dice, visto che il Comando Supremo e lo Stato Maggiore dell’Esercito – Badoglio in testa - si “trasferiranno” a Brindisi al seguito di Vittorio Emanuele, re d’Italia per grazia di Dio, abbandonando i soldati italiani a un incerto destino. L’armistizio è la logica conclusione di una situazione ormai insostenibile e alla quale si perviene a seguito di una serie di errori, di indecisioni, e di una condotta oscillatoria e, per molti versi contraddittoria, dei vertici politici e militari italiani. La notizia è accolta dalla popolazione con comprensibile euforia; ci si illude che la guerra è finita, che, quello, sarà il giorno del “Tutti a casa”. E’, invece, l’inizio di una nuova catastrofe. Il ripiegamento delle truppe tedesche verso il Nord dopo lo sbarco a Taranto degli Alleati, lascerà alle sue spalle una lunga scia di sangue. Come ne caso di Castellaneta. 9 settembre. In paese sono presenti un migliaio di paracadutisti del LXXIV Corpo della 10 Armata tedesca di stanza in Puglia. Quale sarà il loro atteggiamento di fronte a quello che considerano il “tradimento degli italiani?”. Per il momento scorrazzano su motociclette con i fucili spianati, terrorizzando la popolazione. Piazzano nidi di mitragliatrici nei punti strategici e requisiscono armi a soldati italiani in transito e mezzi di trasporto. L’indomani, i boati delle esplosioni che si verificano in località San Francesco-Fontanelle fanno temere il peggio: in realtà i tedeschi stanno solo facendo saltare in aria depositi di munizioni, viveri e vestiario per prepararsi al ritiro. La situazione, però, precipita il 10: i tedeschi occupano la Stazione Ferroviaria di San Basilio e, disponendo le locomotive sullo stesso binario, l’una di fronte all’altra, sotto la galleria di Santa Caterina, le fanno scontrare per renderle inattive. Giorno 11 settembre: in Contrada Mater Cristi, poco fuori il paese, si sviluppa una violenta battaglia tra reparti germanici e truppe inglesi a colpi di cannoni, bome e mitragliatrici, con diversi morti e feriti. Ma lo scontro è destinato a dilagare anche nel centro abitato, ormai si spara nelle strade e nelle piazze, in Via Roma e in Piazza Fontana e, poi, in Via Marina dove il nutrito fuoco incrociato – agli inglesi si sono uniti carabinieri, soldati del Battaglione Costiero e cittadini – semina numerose vittime. Quando sul paese scendono le ombre della sera, a terra restano i corpi senza vita di venticinque civili: il più piccolo è quello di una bambina, Maria Ranaldi. Aveva appena cinque anni. “In questo momento, su questa strada, in presenza di tante vite così orribilmente straziate non ci vorrebbero parole, ma lacrime”. Inizia così la breve orazione che Gabriele Semeraro, podestà di Castellaneta, pronunzia di fronte alle bare allineate sulla strada del Cimitero. Per la condotta tenuta nei giorni tra il 9 e l’11 settembre – durante i quali egli si prodiga nello stabilire collegamenti con gli Alleati, nel mantenere contatti, non sempre amichevoli, con i Comandi tedeschi per evitare danni ai cittadini, nel procurare farina alla popolazione rischiando sulla propria pelle – verrà proposto dal Comando del Presidio Militare di Castellaneta per la “ricompensa al Valor Militare”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8962291140528972489?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8962291140528972489/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8962291140528972489' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8962291140528972489'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8962291140528972489'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/09/l8-settembre-vissuto-castellaneta.html' title='L&apos;8 settembre vissuto a Castellaneta'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZDSuQMNpI/AAAAAAAACHs/gAEnrNwx8l0/s72-c/7.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5414387782091732115</id><published>2010-06-10T08:00:00.001+02:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.318+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>I brogli del 6 aprile e le violenze che contagiarono il Tarantino</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y53-mxneI/AAAAAAAACHI/pAbWyze3RR0/s1600-h/4.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 230px; height: 320px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y53-mxneI/AAAAAAAACHI/pAbWyze3RR0/s320/4.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424086435075562978" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;In occasione del 10 giugno, pubblico volentieri sul mio blog un articolo di Mario Gianfrate apparso sul Corriere del Giorno di Domenica 7 giugno 2009, a p. 30.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il 10 giugno 1924: l'omicidio di Giacomo Matteotti. I brogli del 6 aprile e le violenze che contagiarono il Tarantino&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Mario Gianfrate&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma, martedì 10 giugno 1924, ore 16,15 circa. Giacomo Matteotti, segretario e deputato del Partito Socialista Unitario è appena uscito di casa in Via Pisanelli. E' un afoso pomeriggio di una estate imminente, pieno di sole. voltato l'angolo di Via Romagnosi, imbocca il Lungotevere Arnaldo da Brescia. La strada è deserta; non c'è traccia neppure degli agenti di Pubblica Sicurezza che, ininterrottamente, sorvegliano i suoi movimenti. Temerario com'è, Matteotti non dà importanza alla circostanza, quando una Lancia nera, fino a quel momento ferma a un lato della strada, gli si accosta. Ne scendono quattro, cinque uomini che si avventano su di lui. Sono i sicari della "Ceka", la banda capeggiata da Amerigo Dumini alle dirette dipendenze del Viminale, sorta con lo scopo di reprimere gli oppositori del regime. Matteotti reagisce, tenta di svincolarsi ma è sopraffatto e caricato a forza sull'automobile che parte ad alta velocità. Alla scena hanno assistito due ragazzini che, in lontananza, giocano a palla. La loro testimonianza si rivelerà decisiva, se non per la giustizia, almeno per la Storia. Il cadavere di Matteotti sarà ritrovato due mesi dopo, il 16 agosto, mezzo sepolto in una pinetina a qualche chilometro dalla Capitale, detta "Quartarella", in circostanze quantomeno strane. Il 6 aprile in Italia si sono svolte le elezioni politiche generali in un clima di brogli e di violenze perpetrate dagli squadristi; agli oppositori del fascismo è stato impedito di fare propaganda, le sedi dei partiti democratici devastate, in alcuni casi i candidati sono stati selvaggiamente bastonati e uccisi. Non è rimasta estranea agli atti di violenza la Terra Jonica: a Castellaneta ai possibili elettori socialisti e comunisti vengono sottratti i certificati elettorali per non consentire loro di poter esercitare il diritto di voto. Le squadre fasciste assaltano l'abitazione dell'ex sindaco Calò che si difende con ogni mezzo, scaraventando pietre e quanto gli capiti tra le mani sugli aggressori. Intervengono allora i Reali Carabinieri che prelevano il Calò e lo consegnano alle camice nere; ridottolo in mutande, gli fanno attraversare il tratto che separa Vico La Ruota e la piazza del Rione Mauricelli, schernendolo. Gli operai dell'Arsenale che hanno sottoscritto le liste di sinistra verranno perseguitati e, in alcuni casi, licenziati. Nella seduta di insediamento della nuova Camera Mussolini ha fatto inserire all'ordine del giorno, a sorpresa, la convalida degli eletti, prendendo in contropiede l'opposizione che deve ancora raccogliere le prove documentali delle illegalità commesse dai fascisti per presentare ricorso alla Giunta delle elezioni. La mossa di Mussolini getta nello scompiglio i deputati di opposizione, impreparati ad affrontare la discussione. Ma non Matteotti che, alzatosi dal suo scranno, chiede di parlare. Il suo è un intervento a braccio, improvvisato, ma documentatissimo di fatti e circostanze e che si concretizza in un duro atto di accusa contro il fascismo. Dalla lunghezza del resoconto stenografico l'intervento non avrebbe dovuto superare una ventina di minuti. i prolunga, invece, per oltre un'ora e mezzo per le continue interruzioni e minacce della palude fascista. Matteotti, senza lasciarsi intimidire, conclude implacabile il suo discorso difendendo "la libera sovranità del popolo italiano" e chiedendo l'invalidamento delle votazioni per le palesi irregolarità che le hanno caratterizzate. Mussolini che ha seguito senza scomporsi il discorso del deputato socialista con il mento appoggiato sulle braccia conserte, sbotta: "Ma che fa Dumini, le seghe?". Ai suoi compagni di fede che gli si accalcano intorno e si congratulano con lui, Matteotti dice: " Bene, congratulatevi pure, ma adesso cominciate a preparare la mia commemorazione funebre". Il delitto Matteotti provoca la crisi del regime. L'opposizione cosituzionale, che ha una guida politica moderata nel liberale Giovanni Amendola, abbandona il Parlamento e si ritira sull'Aventino su una linea attendista, auspicando l'intervento di Vittorio Emanuele III che non ci sarà mai. L'indecisione e la scelta strategica di "non turbare l'ordine pubblico" - scelta peraltro contestata dai comunisti che vorrebbero un'azione di forza contro il fascismo - lascia, di fatto, senza guida i lavoratori. Si verificheranno dei sussulti di dissenso ma quasi isolati e spontanei. A Mottola il socialista Luigi Greco verrà processato per "vilipendio delle istituzioni" a causa della sua protesta per l'assassinio del deputato del PSU. A Castellaneta, dove nel cimitero è stata trovata esposta una fotografia di Matteotti, viene arrestato Nicola Brugnola che, licenziato dal suo posto di lavoro, sarà poi costretto a emigrare in Africa. Stessa sorte riservata all'arsenalotto Cosimo Giungato che lascerà la città per trasferirsi a Milano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5414387782091732115?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5414387782091732115/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5414387782091732115' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5414387782091732115'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5414387782091732115'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/06/i-brogli-del-6-aprile-e-le-violenze-che.html' title='I brogli del 6 aprile e le violenze che contagiarono il Tarantino'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y53-mxneI/AAAAAAAACHI/pAbWyze3RR0/s72-c/4.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8110866869077208329</id><published>2010-04-19T08:30:00.000+02:00</published><updated>2010-10-15T08:13:23.112+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>Cesare Giulio Viola candidato al Parlamento</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S275_9sGFMI/AAAAAAAACK8/tcPCuGNJnTA/s1600-h/CG+Viola+candidato+al+parlamento.bmp"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 165px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S275_9sGFMI/AAAAAAAACK8/tcPCuGNJnTA/s320/CG+Viola+candidato+al+parlamento.bmp" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435556677569352898" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Gustoso aneddoto legato ad uno dei più insigni uomini di cultura che Taranto abbia mai avuto. Pubblico sul blog l'articolo che ne ha tratto la professoressa Minervini sulle pagine del Corriere del Giorno di domenica 8 novembre 2009, p. 31&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Inediti Due immagini straordinarie&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ecco Cesare Giulio Viola candidato al Parlamento&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nel 1952 lo scrittore si candidò con i liberali&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Josè Minervini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nelle foto, tratte dall'articolo del Corriere:  manifesti elettorali nello stabile di via Anfiteatro angolo via Acclavio&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Viola quarantenne &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[…] Pubblichiamo oggi due foto inedite, custodite con religiosa cura dall’avvocato Enrico Viola, portavoce della sua famiglia. Una foto ritrae Cesare Giulio Viola, all’epoca quarantenne: bell’uomo, non c’è che dire e di autentico fascino mediterraneo. Dalla foto si comprendono chiaramente le fortune che il nostro illustre concittadino ebbe con le donne. L’altra fotografia è davvero un documento importante perché è la testimonianza della tarentinità di Cesare Giulio e di una sua esperienza politica sconosciuta ai più, perché ignorata dalle biografie ufficiali, forse per il suo esito negativo. Nella foto si vede un edificio di via Anfiteatro, alle spalle dell’ex convento dei Carmelitani. Anche le pietre parlano, si sa; infatti, sul cornicione, chi aguzza la vista può leggere questa scritta: “Al Parlamento della Repubblica Cesare Giulio Viola il più tarantino dei candidati”. Ebbene, sì: Cesare Giulio si candidò alle elezioni politiche del giugno 1952, nelle liste del Partito Liberale Italiano, il cui simbolo – la bandiera tricolore – appare sui manifesti attaccati lungo tutto il muro, insieme ad altri, ma in minor numero, del Partito Repubblicano, simboleggiato dall’e d era. Sul muro d’angolo, con un po’ di difficoltà, si possono scorgere le fiamme tricolori del Movimento Sociale Italiano, un manifesto, in alto, del Partito Comunista con falce e martello e, tra due manifesti del PLI, la stella del Partito Monarchico. Per evitare eventuali osservazioni o critiche dell’opposizione, poiché viveva a Roma e non a Taranto, Cesare Giulio rivendicò la sua tarentinità a chiare lettere (… il più tarantino dei candidati).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S275zit5JII/AAAAAAAACK0/A-3Ux4GTynM/s1600-h/CG+Viola+candidato+al+parlamento2.bmp"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 153px; height: 200px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S275zit5JII/AAAAAAAACK0/A-3Ux4GTynM/s200/CG+Viola+candidato+al+parlamento2.bmp" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435556464170706050" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;L’autore di “Pater” e di “Pricò” non venne eletto e ci rimase male, ovviamente. Fu a Pulsano che il “Poeta”, come i pulsanesi lo chiamavano con simpatia e ammirazione, ottenne un bel successo elettorale. I notabili liberali del luogo, i dottori Alberto Elia, Cosimo Lorè e l’allora sindaco Giovanni Schirano, hanno sempre ricordato la colta eloquenza e l’eleganza da uomo di mondo che caratterizzavano il “Poeta”. A Pulsano Viola arrivò con la sua macchina di grossa cilindrata, guidata dal suo autista personale, cosa insolita all’epoca e che fece colpo sui pulsanesi. Scortato dai suoi amici di partito, lo scrittore si spostava di casa in casa, come allora si era soliti fare in campagna elettorale, affascinando tutti con le sue maniere gentili. Immancabile la pipa fra le labbra, che spandeva intorno un buon profumo di tabacco. Proprio un gran signore, lo ricordano così a Pulsano, un uomo di lettere che tenne un discorso culturale più che un comizio elettorale. C’era da immaginarselo. Mi piace ricordare che fu il professor Francesco Chiffi, liberale di spicco e corrispondente del quotidiano “Il Tempo”, ad averlo presentato a Pulsano e ad averlo aiutato nella campagna elettorale, sostenendolo con convinta passione. Quando si dice la coincidenza: quasi vent’anni dopo, i destini delle famiglie Viola e Chiffi s’incrociarono nuovamente, perché la figlia del professor Chiffi, Ada, che era una deliziosa ragazza laureata in Medicina e Chirurgia (fra le prime dottoresse in Medicina del territorio), in seguito specializzata in Ortopedia, avrebbe incontrato e poi sposato l’avvocato Enrico Viola (cugino di Cesare Giulio), che ringrazio per la sua cortesia e la sua disponibilità. […] &lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8110866869077208329?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8110866869077208329/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8110866869077208329' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8110866869077208329'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8110866869077208329'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/04/cesare-giulio-viola-candidato-al.html' title='Cesare Giulio Viola candidato al Parlamento'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S275_9sGFMI/AAAAAAAACK8/tcPCuGNJnTA/s72-c/CG+Viola+candidato+al+parlamento.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-3052597446217818133</id><published>2010-04-17T09:29:00.000+02:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.319+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>La pesca nei mari di Taranto, attualità delle norme antiche</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S2568G4ZDLI/AAAAAAAACKU/UTmxLc6M7m0/s1600-h/31a.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 347px; height: 234px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S2568G4ZDLI/AAAAAAAACKU/UTmxLc6M7m0/s400/31a.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435416973340642482" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Una relazione davvero interessante, apparsa sulle colonne del Corriere del Giorno di giovedì 24 dicembre 2009, p. 31, ci illumina ancora una volta sulle attività peschiere della città jonica. Possiamo considerarlo ideale continuazione del mio articolo pubblicato sulla Voce del Popolo del &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nelle foto di Cerruti: selezione di pali di castagno per la mitilicoltura, l'enorme quantità di corde vegetali prodotte, ostricoltori trasportano fascine di lentisco&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Storia e cultura del molluschi L'iniziativa della Fondazione Michelagnoli e del Talassografico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La pesca nei mari di Taranto, attualità delle norme antiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Proponiamo una sintesi dell’intervento tenuto da Fabio Caffio in occasione della presentazione del volume della Fondazione Michelagnoli “Frammenti di Mare: Taranto e l’antica molluschicultura”. Tema della relazione: “La pesca nei mari di Taranto tra storia ed attualità” tema trattato anche nel nuovo volume curato dalla Michelagnoli e dal Talassografico.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S256zMt7NXI/AAAAAAAACKM/t49gx-1cR18/s1600-h/31.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 288px; height: 166px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S256zMt7NXI/AAAAAAAACKM/t49gx-1cR18/s400/31.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435416820288533874" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;La Taranto che nel 1860 cessò di far parte del Regno delle Due Sicilie era una città di circa 20.000 anime che gravitavano in gran parte sulle attività marittime. Gli abitanti vivevano ristretti nell’angusto spazio dell’Isola cinto interamente da mura e fortificazioni. L’accesso al Mar Piccolo, lungo la strada della Marina ( l’odierna via Garibaldi) avveniva attraverso piccole porte che venivano chiuse di notte in quanto era vietata la pesca dalle ore 24 sino al mattino per evitare frodi alla Dogana cui era dovuto parte del pescato. E lì, sulla riva che era stata creata intorno all’anno Mille dai Bizantini rubando spazio al mare con i ruderi degli antichi monumenti magnogreci, erano in secca le barche dei pescatori. Barche di piccole dimensioni, feluche fatte per la pesca in Mar Piccolo o tutt’al più in Mar Grande, in quanto i pescatori tarantini erano dediti ad attività locali: i mari di Taranto erano infatti ricchissimi di ogni genere di pesci e molluschi e non c’era alcun bisogno di spingersi lontano dalla Città. Poi venne la costruzione dell’Arsenale militare, iniziata nel 1883, che trasformò del tutto la riva sud del Mar Piccolo: 40 ettari vennero sottratti al mare e scomparve la Baia di Santa Lucia, sino ad allora accessibile dalla città tramite una strada in discesa posta là dove ora finisce l’odierna via Pitagora vicino al Muraglione dell’Arsenale. Il Mar Piccolo cambiò allora la sua fisionomia ed il suo habitat naturalistico, anche per effetto dello scavo ed allargamento in canale navigabile dell’antico fosso del Castello che lo mise in diretta comunicazione con il mare aperto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi oggi legga i toponimi riportati sulla cartina di G.B. Gagliardo dei mari di Taranto stenta ad individuare la loro attuale collocazione. La Fontanella, spiaggia dove si praticava la pesca con la sciabica, era ove è oggi la stazione torpediniere. Le sciaje, peschiere in cui venivano messe a dimora ostriche e cozze pelose, erano nei pressi dell’attuale banchina sommergibili, mentre Santalucia era l’insenatura sottostante la villa di monsignor Capecelatro nei cui bassi fondali si faceva copiosa raccolta di telline e si prendevano, con un rastrello detto vrancuzza, ricci ed ostriche. Più avanti il Pizzone (in parte rimasto immutato) e poi posti oramai cementificati o difficilmente oggi riconoscibili come Pieschi e Mancanecchia (nel II Seno) ciascuno dei quali era dedicato alla pesca di differenti specie ittiche visto che, come ricorda Wuilleumier, Mar Piccolo era come una “immensa rete” che ne conteneva ben novantatré. Tanta abbondanza veniva però amministrata con oculatezza. Per non privare la popolazione del necessario sostentamento e non ridurre le entrate doganali derivanti dalle gabelle (ammontanti in media ad un terzo del pescato) da epoca remota si era consolidato il principio che andasse tutelato, evitando catture indiscriminate, il ciclo riproduttivo di tutte le specie del Mar Piccolo. In special modo di quelle che in certi periodi dell’anno migravano, passando per l’apertura del Ponte di Napoli (odierno ponte di pietra), verso zone limitrofe del golfo. Si spiega così che varie leggi sulla pesca emanate ai primi dell’Ottocento dalla tanto bistrattata Amministrazione borbonica (che a leggerne le carte di archivio, si dimostra invece molto provvida ed efficiente) contenevano norme del seguente tenore: “Sino a nuova disposizione saranno osservate pe' mari di Taranto gli antichi regolamenti e statuti […] le quali provveggono con determinazioni richieste da circostanze, locali, che non si distrugga il germe de' pesci…”. Le condizioni e le modalità - riaffermate da tali leggi - cui era sottoposta la pesca nei mari di Taranto da parte della popolazione locale erano riportate in un codice del 1463, il cosiddetto Libro Rosso. Esso conteneva l'inventario dei beni demaniali del Principato di Taranto al tempo di Giovanni Antonio Orsini, ultimo principe della città, stabilendo le epoche, le diverse qualità di pesci, i luoghi in cui era consentito pescare e gli strumenti da usare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come precisava Cataldantonio Carducci nel commentare le Delizie Tarentine del D’Aquino, “Quelle tali proibizioni hanno le loro ragioni; perché pescandosi in tal tempo, ed in tali ore… si verrebbe a danneggiare la riproduzione e si giungerebbe in seguito, ad estirpare tutto il lucroso genere...” Dopo l’Unità d’Italia emerse il rancore della popolazione contro l’Amministrazione delle Due Sicilie ritenuta responsabile di aver limitato lo sviluppo della Città per esigenze di difesa militare. Vennero così abbattute le mura e, nell’attuale Piazza Fontana, antichi monumenti come la Cittadella, la Torre di Raimondello Orsini e la Fontana di Carlo V. E si fece strada la convinzione che la pesca fosse oramai libera. Questa illusione, sostenuta nel 1863 con dotti argomenti da Cataldo Nitti,durò però poco. Apparve infatti subito chiaro che non era possibile, per non cadere nello sfruttamento indiscriminato, fare a meno delle antiche regole del Libro Rosso, anche perché non vi era, nella legislazione sabauda alcuna norma specificatamente dedicata alla tutela della pesca. Si corse così ai ripari e sia il Sindaco (al tempo Raffaele Lo Jucco) che il Comandante del Porto, sulla base di un parere del Consiglio di Stato, emanarono nel 1874 ordinanze per riaffermare la validità del Libro Rosso come fonte normativa sulla pesca nei mari di Taranto la cui violazione sarebbe stata punita con le pene sancite dal Codice per la Marina Mercantile. A questo fine venne redatta una trascrizione in lingua moderna dello stesso Libro Rosso la quale venne stampata nel 1873 col titolo “Regolamenti contenuti nel Libro Rosso del 1400 sulla pesca dei mari di Taranto ed Istruzioni dette del Codronchi del 1793”. Si realizzò così un’iniziativa lodevole che consegnò alla posterità la memoria di più di duemila anni di vita produttiva del Mar piccolo. L’articolo primo di queste Istruzioni era dedicato, ad esempio, agli “Ordigni proibiti” quali Branconi di ferro per la pesca delle ostriche e cozze pelose, in quanto “radono il fondo del Mare ed estirpano il feto dei pesci. Con l’articolo terzo si vietava la pesca delle ostriche di piccole dimensioni (perché suscettibili di ulteriore ingrossamento) e si stabiliva anche che la “pesca delle ostriche dovesse cominciare dal dì 13 dicembre sino al seguente sabato santo di ciascun anno”, quando le ostriche, divenute grasse e perfette, sono dette “incorallate”. L’articolo quarto concerneva il divieto – per impedire la cattura dei pesci di piccole dimensioni - di impiegare la mappa stretta e cioè un tipo di nassa a maglia fitta, utilizzata per pescare i coccioli (particolarmente abbondanti al di là del Pizzone nella zona di Pieschi ove ora è la Scuola Saram dell’Aeronautica). Mentre l’articolo nono, nel proibire la pesca della faloppa in Mar Grande, permetteva con il marro la raccolta - particolarmente ricca nella zona delle Fontane - delle cozze pelose le quali erano poi riposte ad ingrassarsi ed addolcirsi nelle sciaje del Mar Piccolo. Tutto questo sembrerebbe oramai travolto dalla modernità e relegato nelle pagine di chi ne coltiva nostalgicamente la memoria. Vero. Ma le Istruzioni del Libro Rosso, a leggerle attentamente, sono un testo di straordinaria attualità poiché anticipano i dettami della legislazione italiana sulla pesca ed i principi internazionali sulla pesca responsabile. E poi. Non è ancora Taranto la “capitale morale” (nel senso che lo è di fatto) della produzione dei molluschi in cui sono occupati non meno di un migliaio di lavoratori? E non è la pesca locale impressa nel dna dei Tarantini come testimoniano i numerosi pescatori professionisti e dilettanti che affollano le nostre acque e le banchine del Canale? Dunque: la vocazione di Taranto era ed è ancora sul mare, anche dopo un secolo di industrializzazione “forzata”, segno questo di un connubio inscindibile e di un destino immutabile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-3052597446217818133?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/3052597446217818133/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=3052597446217818133' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3052597446217818133'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3052597446217818133'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/04/la-pesca-nei-mari-di-taranto-attualita.html' title='La pesca nei mari di Taranto, attualità delle norme antiche'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S2568G4ZDLI/AAAAAAAACKU/UTmxLc6M7m0/s72-c/31a.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8151696197286104895</id><published>2010-03-15T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.320+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Personaggi'/><title type='text'>Storia e immagini di uno dei palazzi più eleganti del Borgo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S252prsqK7I/AAAAAAAACKA/CZ2R_u7JO54/s1600-h/24dyala.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 387px; height: 253px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S252prsqK7I/AAAAAAAACKA/CZ2R_u7JO54/s400/24dyala.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435412258759519154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153);font-size:130%;" &gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il palazzo D'Ayala è da sempre uno dei più eleganti del Borgo nuovo di Taranto. Interessante ed utile, allora, la lettura del pregevole articolo di Josè Minervini, apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di domenica 3 gennaio 2010, p. 24. Buona lettura.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; font-style: italic;"&gt;Immagini inedite. Alla scoperta di uno dei casati più noti, che vanta origini antichissime&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; font-weight: bold;"&gt; La famiglia D'Ayala Valva e il bel palazzo sorto nella Città nuova nel “lontano” 1880&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;di Josè Minervini&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;Non era ancora scoccato l'anno Domini 1900 quando un palazzo solenne, in posizione panoramica di fronte a Mar Grande e nella Città nuova in fieri, venne fissato, in tutta la magnificenza della sua struttura, sulla lastra di un fotografo lungimirante. Era Palazzo d'Ayala Valva, fatto costruire alla fine dell'Ottocento, nel 1880 per l'esattezza, dal conte Roberto d'Ayala Valva che, intuendo lo sviluppo longitudinale della città, pensò saggiamente a un'altra residenza nella Città nuova, oltre a quella settecentesca nella Città antica. Gli anni Ottanta dell'Ottocento furono davvero una chiave di volta per Taranto che cominciò a cambiare la sua &lt;span style="font-style: italic;"&gt;facies&lt;/span&gt; urbanistica e le prospettive economiche: nel 1883 iniziarono i lavori del Canale Navigabile diretti dal capitano Giuseppe Messina, alla fine del 1884 venne dato l'avvio alla costruzione del ponte girevole che, nel 1887, dopo un'interruzione causata dall'epidemia di colera, venne inaugurato e benedetto dall' Arcivescovo di Taranto, monsignor Pietro Jorio, proprio nell'anno dell'istituzione del Museo, mentre, due anni dopo, sarebbe stato istituito l'Arsenale Militare.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S251_eZq8PI/AAAAAAAACJw/jMix2o5jPQ0/s1600-h/26dyala.bmp"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 124px; height: 198px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S251_eZq8PI/AAAAAAAACJw/jMix2o5jPQ0/s320/26dyala.bmp" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435411533635711218" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Roberto D'Ayala Valva&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt; Quando Roberto d'Ayala Valva, prevedendo o presentendo la svolta storica di Taranto, fece costruire il suo Palazzo, era un bel giovane di trentaquattro anni, discendente da una famiglia che pare abbia avuto origine da un patrizio romano, Caio Servilio Ahala, governatore della Spagna dopo la seconda guerra punica; famiglia di origini latine e spagnole, quindi, di "sangre azul", cioè di sangue blu. Profondo blu. Questa che pubblichiamo è, dunque, l'immagine inedita del Palazzo alla &lt;span style="font-style: italic;"&gt;fin du siècle&lt;/span&gt;, proprio come appariva agli occhi ammirati dei tarentini poco tempo dopo essere stato costruito, eloquente monumento del prestigio di una antichissima famiglia presente nel Regno di Napoli dalla fine del Cinquecento e a Taranto dal Seicento, rinomata nei secoli, soprattutto per il valore militare dei suoi componenti. Tutt'intorno, come si vede, è ancora campagna.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal; text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S252R1S_ufI/AAAAAAAACJ4/APJoN9_EziY/s1600-h/25dyala.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 254px; height: 242px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S252R1S_ufI/AAAAAAAACJ4/APJoN9_EziY/s320/25dyala.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435411849019374066" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cunegonda Fornerari Manfredi&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt; Oggi Palazzo d'Ayala è in via Anfiteatro, di fronte al Palazzo del Governo ed è sede dell'Istituto Musicale di Alta Cultura G. Paisiello e di alcuni uffici della Provincia. Nell'androne del Palazzo si trova una lastra di marmo posta a destra di chi entra, dove sta scritto: "Sulla via salutare/ dei / Magno Greci / Roberto d'Ayala Valva / dei / marchesi di Valva / eresse questo Palazzo / paterno augurio / di prospere sorti / ai suoi cari. MDCCCLXXX". Di fronte, un'altra lastra di marmo per ricordare un avvenimento importante: "Qui / prima sede / la Direzione del Genio Militare / per / l'Arsenale Marittimo / fausto ritorno / di grandezza a Taranto / arra secura / di / nuove glorie / all'Italia. MDCCCLXXXII". 1882: era prossima, infatti, l'apertura dell'Arsenale e il nobiluomo tarentino, con orgoglio municipale e amor di patria, ospitò nel Palazzo la Direzione del Genio Militare. Non è tutto: in fondo all'androne, a destra, saliti due scalini, ci si trova davanti a una scalinata che porta ai piani superiori; sulla parete di destra c'è un'altra lastra di marmo dove spiccano queste toccanti parole in ritmi di poesia: "Con questo marmo / Roberto d'Ayala Valva / volle / nella casa di sua creazione/ restasse il ricordo / e / nei discendenti l'ossequio / alla memoria / di /Maria Palmieri / e / Cunegonda Farnerari Manfredi / la moglie e la madre / che / onorarono il suo nome / e strenuamente concorsero / al prospero assetto / della famiglia."&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt; Non c'è bisogno di commenti: il purissimo e nobile amor filiale e amor coniugale che Roberto d'Ayala Valva nutrì per sua madre e sua moglie sono superiori a ogni nostra parola e comunque vanno raccontati, convinti come siamo della forza educatrice dell'esempio da trasmettere ai giovani. Sentimenti d'amore, di onore e rispetto della famiglia, valori sacri di una civiltà familiare e di un intero territorio: questo si legge in controluce fra le righe di quelle parole che io leggevo e rileggevo, quando, anni fa, oltre al Liceo Classico Archita, frequentavo anche il Liceo Musicale, allieva della classe di canto e pianoforte complementare (e cioè allieva di Lidia Ronco Riccio e dell'indimenticabile Vera D'Amore), immaginando volti e profili di quelle nobildonne, inghiottite dal tempo, e del nobiluomo che, per la moglie e la madre, aveva scolpito nel marmo il suo dolore composto in forma di parole. Ora soltanto ho potuto soddisfare la mia curiosità e per questo devo ringraziare il discendente diretto di Roberto d'Ayala Valva, Mario dei conti d'Ayala Valva, noto medico gastroenterologo, e sua moglie Maresa, che hanno avuto la gentilezza non solo di farmi vedere i ritratti dei loro antenati e il dagherrotipo del Palazzo avito, ma di avermi anche concesso la possibilità di pubblicarli in esclusiva. Per la cronaca, gli altri discendenti diretti del conte sono i fratelli di Mario d'Ayala Valva, il professor Francesco Saverio e il dottor Arturo, tutti e tre cavalieri di grazia e devozione del S.M.O. di Malta. Ecco, dunque, i ritratti del conte Roberto e di sua madre, la contessa Cunegonda: belli, anzi venusti, di una bellezza altera e d'altri tempi. Nato a Taranto nel 1846, il conte Roberto d'Ayala dei marchesi di Valva, imprenditore agricolo all'avanguardia, morì nel 1933 e fu pianto a calde lacrime dai familiari, ma anche dai poveri della città. Egli, infatti, si era prodigato per i più sfortunati, distribuendo loro gratuitamente le medicine di cui avevano bisogno, e basterebbe solo questo per farci comprendere la sua bontà in tempi in cui era di là da venire l'assistenza sanitaria. Grazie a lui e agli "armadi farmaceutici" che egli aveva ideato, tante vite umane furono salvate; a ciò si aggiungono gli asili d'infanzia da lui istituiti, i servizi mensa e le donazioni all'ospedale di Taranto per la costruzione di un reparto operatorio e tante altre opere sociali e umanitarie cui si aggiungono le donazioni, che volle fare al Museo, dei reperti archeologici rinvenuti nei suoi terreni; cosicché, a piangere per la sua scomparsa, furono anche gli archeologi che molto avevano apprezzato la generosità e la signorilità d'animo del conte. Concretezza manageriale ante litteram e sensibilità di umanista avevano contraddistinto la personalità di Roberto d'Ayala Valva. Infatti, negli anni in cui l'Arsenale diventava il motore trainante dell'economia tarentina, questo geniale imprenditore agricolo - che aveva comperato nel 1892, dagli eredi di Francesco dei Notaristefano, i beni del casale di Monteparano, castello compreso (già dei Carducci Agustini dell'Antoglietta) - aveva sempre sostenuto, con convinta passione e incredibile intelligenza profetica, che, oltre al commercio e all'industria, l'agricoltura e le bellezze naturali del territorio e, quindi, il turismo, specie balneare, dovevano costituire il volano dell'economia tarentina. Cristianamente pio e umanisticamente colto, Roberto d'Ayala Valva è davvero un personaggio che ci piace ricordare e far ricordare, iniziando dal Palazzo che fece costruire e in cui visse, sullo sfondo degli eventi cittadini di fine Ottocento. Una foto di famiglia, come si vede, può essere un filo d'Arianna nel labirinto della Storia...&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"&gt; Per saperne di più, si può leggere il libro di Vincenza Musardo Talò, intitolato: "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il castello di Monteparano e la famiglia d'Ayala Valva&lt;/span&gt;" (ed. Lacaita), e il libro, a cura di Antonietta Dell'Aglio, Direttrice del Museo Nazionale Archeologico di Taranto, "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La famiglia d'Ayala Valva e il Museo di Taranto&lt;/span&gt;", promosso e sostenuto economicamente dagli Amici dei Musei di Taranto, in occasione della Terza Giornata Nazionale della Federazione Italiana degli Amici dei Musei. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8151696197286104895?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8151696197286104895/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8151696197286104895' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8151696197286104895'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8151696197286104895'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/storia-e-immagini-di-uno-dei-palazzi.html' title='Storia e immagini di uno dei palazzi più eleganti del Borgo'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S252prsqK7I/AAAAAAAACKA/CZ2R_u7JO54/s72-c/24dyala.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-4425822288544544300</id><published>2010-03-13T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.321+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>La masseria Battaglia di Lama e le sue vicende storiche</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S25_iKlokzI/AAAAAAAACKo/Nv-RtFDMfiM/s1600-h/Masseria+Battaglia.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 400px; height: 280px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S25_iKlokzI/AAAAAAAACKo/Nv-RtFDMfiM/s400/Masseria+Battaglia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435422025217250098" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153);font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ricco ed argomentato articolo dell'archeologo Gianluca Guastella, comparso sulle colonne del quotidiano TarantOggi di lunedì 25 Gennaio 2010, pp. 12-13.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Storie di “battaglie, nobili e saraceni”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Gianluca Guastella&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cielo era terso in quell’alba del 14 settembre 1594, ma ai tarantini sembrava plumbeo, foriero di grandi sventure, a causa dei riflessi nerastri su Mar Grande di quelle cento e più galere saracene che, all’improvviso, avevano oscurato l’orizzonte. Il fatto, poi, che la flotta navale turca fosse comandata dal rinnegato messinese Sinan Bassà Cicala, il pirata con gli occhiali, massacratore di cristiani, terrore delle coste calabresi e siciliane, faceva prevedere davvero il peggio. I Saraceni sbarcarono alle Cheradi, ed occuparono l’isola maggiore di Santa Pelagia e quella più piccola di Sant’Andrea, entrambe deserte, “albergo fido/di timidi animali”, utilizzate in genere dai pescatori di frodo e dai contrabbandieri. Come prima operazione militare, i Turchi attaccarono le torri costiere di capo San Vito e capo Rondinella. Sbarcarono alla foce del Tara, definito alla maniera petrarchesca “un vago e picciol fiume, / con dolci acque agli occhi chiare e belle”, per provvedersi di acqua e vettovaglie o di legname per riparare le navi. Qui sorgeva una torre di vedetta custodita da pochi uomini, che venne presa d’assalto e incendiata. I custodi Storie di “battaglie, della torre vennero condotti davanti a Cicala che li interrogò per conoscere i “segreti” della città fortificata. Uno di essi descriveva con orgoglio le mura “invincibili, superbe e forti”, le “due castella”, cioè le fortificazioni aragonesi verso porta Lecce e la torre di Raimondello Orsini a porta Napoli, i due ponti che separavano il Mar Piccolo dal Mar Grande, la gran copia di armi e munizioni di cui era fornita e soprattutto l’animo dei cittadini pronti alle armi. Alla fine della sua descrizione il vecchio soldato esclamava, come una sfida: “Or s’espugnar bastate la cittade / itene pur”, quasi a dire: “Se hai il coraggio, fatti avanti!”. Allora il Cicala, “l’empio Trace”, lo “Scita crudel”, in un moto incontenibile di stizza uccideva barbaramente il coraggioso e incitava i suoi ad attaccare la città e a devastare con “furti e prede” il territorio. I pochi soldati spagnoli del presidio non bastavano per difendere l’ampio recinto delle mura. Furono chiamati a raccolta i cittadini che risposero entusiasti all’appello, anche se fecero “a tòr via l’armi” un po’ di confusione. Così scriveva Cataldo Antonio Mannarino, ventiseienne poeta e medico tarantino nel suo “Glorie di guerrieri e d’amanti” , con affettuosa ironia: “Quindi urtava l’un con l’altro, e spesso / quindi l’altro cascava da se stesso”. I Turchi vennero respinti e per ripicca incendiarono e distrussero Santa Maria della Giustizia e il convento suburbano degli Olivetani, i quali preferivano risiedere “intra moenia” nel più comodo monastero di Santa Maria del Porto. I rinforzi richiesti al Preside della Provincia tardavano ad arrivare, anche perché don Carlo d’Avalos, marchese del Vasto, stava raccogliendo più in fretta possibile il suo esercito, formato dai contingenti militari dei vari feudatari della zona, fra cui il duca d’Atri. Finalmente le forze cristiane giunsero in vista della città, accolte con grande giubilo dagli abitanti. Di questa battaglia non si hanno altre notizie, se non nei versi di Mannarino. Che non parla, invece, dell’altra scaramuccia, breve ma cruenta, che si svolse il 22 settembre 1594 in contrada Scardino, alle sorgenti del Tara, tra un contingente turco, inviato a depredare ancora una volta il territorio, e la truppe cristiane guidate dal vescovo di Mottola Iacopo Micheli e dalla baronessa di Massafra Isabella Monsorio, vedova di quel Francesco Pappacoda che era stato tesoriere e intimo di Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S25_R-CbJbI/AAAAAAAACKg/DD8OA_iQ_uU/s1600-h/ulug.gif"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 140px; height: 150px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S25_R-CbJbI/AAAAAAAACKg/DD8OA_iQ_uU/s400/ulug.gif" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435421746970437042" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sinan Bassà Cicala&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Le perdite dei Turchi furono considerevoli e costrinsero l’ammiraglio Cicala a ritirare le sue navi che fecero di nuovo rotta verso l’Albania. Testimone muta e sbigottita di questo scontro, una bellissima masseria fortificata, situata a Lama che da allora prese il nome di “Masseria della Battaglia”. Era questa splendida, insieme ad un’altra, in territorio di Montemesola, della famiglia dei conti tarantini D’Aquino, meglio conosciuta come “Levrano D’Aquino” e dove, a quanto risulta, tre secoli dopo, Tommaso Niccolò D’Aquino, scrisse le sue “Deliciae Tarantine” un poemetto in esametri latini in 4 libri, in cui tesseva un elogio della città di Taranto mediante la descrizione delle sua bellezze naturali e delle attività dell’uomo, quali la pesca e la caccia. L’opera rimase inedita per molto tempo e fu tradotta e pubblicata nel 1771 dall’umanista Cataldantonio Artenisio Carducci, mentre al nostro conte, l’Università tarantina dedicò l’arteria principale della città. Per il viaggiatore che, partendo dal Molise o dalla Campania, scende giù per la Puglia, fino alla punta estrema del tacco dello Stivale, o, a Sud Ovest, fino ai confini con la Basilicata, c’è una sorta di filo d’Arianna a guidarlo: il reticolo delle masserie che, a Nord come a Sud, punteggiano e disegnano il paesaggio rurale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Costruzioni scarne o maestose, dall’architettura essenziale o complessa, semplice o impreziosita da tipiche soluzioni localistiche, tutte nel bianco abbacinante del tufo calcinato. Questo per dire come le nostre masserie costituiscano un bene culturale preziosissimo, pregne come sono di storia e di cultura. Ma torniamo alle masserie della Battaglia e di Levrano D’Aquino e alla loro rilevanza storico-architettonica. I due manufatti, più tardi, furono acquistati da un’altra famiglia nobile tarantina, quella dei marchesi Bonelli- Beaumont. E questo fino ai giorni nostri, agli anni settanta, per intenderci, allorché l’ultimo dei suoi discendenti, Carlo, passò a miglior vita, lasciando la sua cospicua eredità alla fondazione Nobel , con la specifica prescrizione di impiegare il suo patrimonio per la ricerca sul cancro, indicando nel professore siculo-partenopeo Giulio Tarro il terminale ultimo dell’eredità.  Il marchese Bonelli –Beaumont, però, aveva lasciato l’usufrutto dei suoi beni alla moglie, Teresa Berger, una bellissima francese che aveva conosciuto a Parigi, dove i rampolli delle famiglie nobili del nostro Meridione usavano andare a divertirsi, e che, pare, fosse una ballerina del Lidò. A questo punto fa il suo ingresso un avventuriero di grande lignaggio del quale non diciamo il nome, il quale, un bel giorno, si presenta alla vedova, porge le sue condoglianze e dice di essere debitore al defunto di un bel po’ di milioni che il marchese gli aveva prestato, per amicizia, in un momento di difficoltà finanziarie. Poi, stacca un assegno e lo porge alla nobildonna, rinnovandole i sensi del suo cordoglio. La marchesa Berger ne rimane vivamente impressionata, tanto che di lì a poco il nostro diventa un assiduo frequentatore di casa Beaumont, proprio alla Masseria della Battaglia, stupendamente arredata e impreziosita da quadri di autore che il marchese aveva raccolto in giro per il mondo, ma, soprattutto, in Francia. L’amicizia si stringe a tal punto che il nostro avventuriero propone alla vedova di sostenerlo nella sua intenzione di fare un’offerta alla Fondazione Nobel per rilevare l’eredità immediatamente, pagandone il corrispettivo, senza aspettare la sua morte, ma assicurandole che ella, Teresa Berger, sarebbe rimasta lo stesso padrona dei beni mentre era in vita. Accolta la proposta, i due si recano a Stoccolma e, inaspettatamente, la Fondazione Nobel, pur di realizzare subito, accetta l’offerta e, per qualche centinaio di milioni di lire (trecento o poco più), cede tutta l’eredità al nostro, senza neppure darsi pena di farsi fare una stima che avrebbe appurato essere il patrimonio del marchese Carlo di molti miliardi di lire. Da sole le masserie della Battaglia e di Levrano-D’Aquino, tipico esempio di “masserie compatte” che, più che di masserie, si dovrebbe parlare di dimore-palazzo, in quanto, si distinguono da tutti gli altri tipi per la linearità delle loro unità volumetriche e distributive, formate da un fabbricato unico a due piani con i locali e la cappella a pianterreno e con una differenziazione nelle volte dei vani: a botte nei locali di servizio, a crociera nella cappella, a padiglione e a lunetta negli ambienti residenziali, valevano ben oltre quella cifra incassata dalla Fondazione Nobel. In ogni caso, ben prima che la marchesa morisse (nel 1973) i rapporti tra i due si erano gravemente incrinati, con Teresa Berger che non esitò ad accusare il suo ex amico di averle trafugato gran parte delle sue preziosissime tele, con strascichi ed accuse pesanti nelle aule di giustizia. Furti che non furono mai provati, tanto che il nostro intelligentissimo avventuriero, alla dipartita della marchesa, divenne proprietario di un grandissimo patrimonio. E’ anche vero che fu costretto, in seguito, a rispondere ai giudici di “lottizzazione abusiva”, in quanto la vastissima area in prossimità della Masseria della Battaglia in venti anni o poco più, divenne una sterminata colata di cemento, prendendosi anche qualche condanna. Ma forse di una cosa dobbiamo essergli grati: quello di aver preservato e, anzi, sapientemente restaurato la “Masseria della Battaglia”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-4425822288544544300?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/4425822288544544300/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=4425822288544544300' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4425822288544544300'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4425822288544544300'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/la-masseria-battaglia-di-lama-e-le-sue.html' title='La masseria Battaglia di Lama e le sue vicende storiche'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S25_iKlokzI/AAAAAAAACKo/Nv-RtFDMfiM/s72-c/Masseria+Battaglia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-611398399239602038</id><published>2010-03-10T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.322+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (31 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S27-I-oO31I/AAAAAAAACLI/dgsimyQ78jw/s1600-h/Articolo+Masseria+Solito+-+Extra+31_07_2009.bmp"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 150px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S27-I-oO31I/AAAAAAAACLI/dgsimyQ78jw/s320/Articolo+Masseria+Solito+-+Extra+31_07_2009.bmp" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435561230486921042" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Articolo tratto dal settimanale "Extra magazine", anno III, n° 30, 31 luglio 2009 pp. 6-7&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;“Non demolite la Masseria Solito”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Masseria Solito rischia la demolizione. Al suo posto un palazzo di cinque piani. Il dibattito ha coinvolto studiosi e ricercatori impegnati nella difesa dello storico edificio. Per Extra il parere dello storico Gianluca Lovreglio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Massimo Prontera&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potrebbe apparire come la solita polemica da ombrellone di questa torrida stagione estiva se non si trattasse invece di una questione particolarmente seria perché riguarda la storia e il futuro della città di Taranto. Ci riferiamo alla querelle di cui si discute in queste settimane circa la sorte della antica Masseria Solito, o meglio di ciò che resta della stessa masseria, incastonata all’interno di un isolato composto di moderni e grigi palazzoni in via Plateja. Vera “macchina del tempo” realmente calata nella nostra città, la masseria Solito è una sorta di "astronave" aliena miracolosamente atterrata in una delle strade più antiche di Taranto, riportata nelle antiche mappe cittadine e il cui tracciato è rimasto immutato anche durante l’espansione edilizia degli ultimi quarant’anni. Si tratta di una masseria dalla datazione incerta, che alcuni indizi collocano tra la fine del '600 e l'inizio del '700, mentre per alcuni potrebbe essere ancora più antica. Un esempio di architettura rurale miracolosamente scampato, finora, alle ruspe e alla "Taranto che si rinnova autodistruggendosi". I proprietari dell’isolato in questione vorrebbero procedere alla demolizione del fabbricato della masseria per dare avvio ai lavori per la realizzazione di un edificio per appartamenti di cinque piani. Il consiglio circoscrizionale Tre Carrare-Solito ha momentaneamente bloccato l’iter amministrativo per la demolizione della masseria, preferendo non esprimere il proprio parere e non dar seguito alla procedura istruita dagli uffici dell’edilità del Comune. Inoltre il Consiglio ha chiesto all'assessorato comunale che sulla questione venga acquisito il parere della Soprintendenza ai Beni Culturali. Anche l'Assessore all'Urbanistica ed Edilità Cervellera ha bloccato la pratica edilizia in corso, e ha promesso battaglia per la salvaguardia della Masseria Solito. Dall’Amministrazione Comunale arriva addirittura una proposta alternativa proposta alla proprietà in cui si prevede di costruire una sola palazzina con tutti i volumi previsti dallo "ius edificandi", ma di recuperare, a scomputo degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune, la Masseria Solito e di donarla al Comune. In tempi di dissesto, di gran lunga la proposta più avanzata che l'ente comunale potesse fare. Ma perché si è mossa tutta questa attenzione nei confronti di questo apparentemente anonimo fabbricato rurale, totalmente decontestualizzato e ridotto ormai ad un rudere? L’abbiamo chiesto a Gianluca Lovreglio, giovane ricercatore di storia medievale e moderna e socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia, curatore del blog “Sulle sponde del Galeso”, tra i più attivi difensori delle sorti della Masseria Solito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Prof. Lovreglio, ma qual è l'importanza storica della masseria?&lt;/span&gt; “Molto probabilmente quello stesso manufatto è stato per anni la residenza di Luigi Viola, l’archeologo fondatore del Museo Archeologico. Lo scopriamo perché alla Masseria Solito Cesare Giulio Viola, lo scrittore figlio di Luigi, dedica un brano di "Pater", l’opera dedicata proprio al padre. «La dote di mia madre - si legge in "Pater" - fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito. La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica. (…) La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco (…)».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Un brano che ci rende una eccezionale testimonianza della storia di questo edificio che rischia adesso di venire demolito. Sulla vicenda si è aperto un serrato dibattito per difendere la masseria dalla demolizione. Cosa si porta a difesa dello storico edificio?&lt;/span&gt; “Sulla vicenda un quotidiano locale ha dedicato una meritoria campagna stampa, seguito poi dagli altri giornali jonici, attraverso interviste sia agli storici e ai "tecnici", sia alla proprietà. Apprendiamo quindi che per la famiglia proprietaria l'immobile non sarebbe databile al '600, ma alla metà dell'800, e che non sarebbe neppure la stessa masseria descritta dal Viola, ma una masseria vicioniore. Non sono dello stesso parere gli storici, tra cui il sottoscritto, pur ammettendo che sulla questione occorrerebbe uno studio serio, condotto sulle mappe catastali ottocentesche e su altre fonti storiche ed iconografiche. A mio parere ci sono degli indizi che inducono a ritenere che la Masseria Solito fosse davvero la residenza di campagna di Luigi Viola. In effetti quella non era l’unica masseria della zona. Nel 1700 c’era anche la Masseria del Carmine, vicina alla chiesa Santa Maria di Murivetere, che oggi non esiste più. Erano tutti possedimenti dei Padri Carmelitani. Se ne trova traccia in una mappa del ‘700 di Ottone de Berger. Poi però gli indizi: nel 1876 direttore della rivista “Il Nettuno” era tale Angelo Solito de Solis e questa circostanza conferma la ricostruzione di Cesare Giulio Viola, che parla proprio della famiglia Solito quale proprietaria, in quegli stessi anni, della masseria acquistata dal padre. Un quindicennio dopo, nel 1902, inoltre, il giornale satirico “Il solletico” prende di mira proprio Luigi Viola. Questo è il brano, riportato nel volume “La città al Borgo”: “L’archeologo a riposo scappi dal Palazzo degli Uffici con confino perpetuo a Solito, con l’obbligo di studiare le scienze vinicole”. Si fa quindi riferimento a Solito e si deve ritenere che in quella zona vi fossero terreni coltivati a vigna. Alle masserie erano infatti legate attività produttive agricole. Intorno ad esse, quindi, c’erano estensioni di terreni. Difficile pertanto che tra la Masseria Carmine e la Masseria Solito ve ne fosse una terza, così come mi sembra improbabile che vi sia un’altra famiglia Viola che in qualche modo si possa confondere con quella di Luigi e Cesare Giulio.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Anche altri ricercatori sono concordi con la sua tesi?&lt;/span&gt; “Anche l'assessore Lucio Pierri, sulla base della lettura di una carta del 1881 e di una più corretta interpretazione di un altro passo del romanzo "Pater", sostiene che non possa essere messa in dubbio l'equivalenza dell'immobile odierno con la masseria Solito. Dello stesso parere gli studiosi Antonio Vincenzo Greco, che alle masserie del territorio ha dedicato il volume "Masserie del Tarantino", inserendo in copertina proprio la masseria Solito, e il prof. Cosimo D'Angela, docente universitario e presidente della Società di Storia Patria per la Puglia".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella querelle si è inserita, a sorpresa, anche Caterina Viola, discendente di Cesare Giulio, che nella masseria Solito è nata ed ha vissuto nell'infanzia. Caterina Viola ha anche fornito una fotografia della sua casa natale, dalla quale purtroppo non è possibile fugare completamente i dubbi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Oltre al Viola però c’è un grande problema che riguarda la conservazione delle ultime tracce della Taranto che fu, in un territorio ormai stravolto urbanisticamente. &lt;/span&gt; "Sì. Una considerazione accomuna tutti gli studiosi intervenuti nel dibattito: a prescindere dal fatto che la masseria di via Plateja sia o no la stessa della quale parla Cesare Giulio Viola nel suo romanzo, essa va salvata, ad ogni costo. Fermo il diritto della proprietà di disporne come meglio crede, i vari D'Angela, Pierri, Greco, il vicesindaco, il presidente della Circoscrizione, e buon ultimo il sottoscritto, ritengono che salvare un pezzetto di storia del territorio così miracolosamente arrivato sino a noi, seppure in pessime condizioni, sia un dovere che la nostra Taranto deve a se stessa, un dovere che deve alla sua storia e alla sua tradizione, a quella civiltà contadina che l'arsenale prima e l'italsider poi hanno provveduto a cancellare, a resettare, diremmo oggi, sostituendo l'acciaio agli ulivi e le gru alle vigne che arredavano il nostro territorio urbano sino agli inizi degli anni '60. La nostra città deve dimostrare di meritare questo piccolo miracolo urbanistico, questa piccola moneta sporca improvvisamente trovata sulla strada. Per farlo occorrerà certamente risarcire la proprietà, ma soprattutto, una volta acquisito il bene alla disponibilità pubblica, proporre e realizzare un piano di recupero statico e funzionale. Tanti, forse troppi sono i sogni realizzabili: casa delle associazioni, centro sociale, caffè letterario... Questa città ha il bisogno e il diritto di riprendere a sognare, dopo decenni di incubi mostruosi dalle gambe d'acciaio e dal fiato di minerale”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-611398399239602038?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/611398399239602038/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=611398399239602038' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/611398399239602038'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/611398399239602038'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/salviamo-la-masseria-solito-31-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (31 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S27-I-oO31I/AAAAAAAACLI/dgsimyQ78jw/s72-c/Articolo+Masseria+Solito+-+Extra+31_07_2009.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2917091495781628756</id><published>2010-03-08T20:52:00.002+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.323+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Un anno fa ci lasciava De Franchis</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y9_TqWi2I/AAAAAAAACHU/_DUSZ1SjoLM/s1600-h/5.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 239px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y9_TqWi2I/AAAAAAAACHU/_DUSZ1SjoLM/s320/5.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424090959033305954" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Pubblico oggi un articolo apparso sul Corriere del Giorno di Martedì 10 marzo 2009, p. 31, in ricordo di una persona che ho avuto la fortuna di conoscere. Spero non me ne avrà l'amico Trevisani se cambio qualche frase del suo articolo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Addio ad Antonio De Franchis&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fu un esponente dell'arte ionica. Tra gli anni '60 e '70 fu nel gruppo di artisti seguiti da Franco Sossi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Silvano Trevisani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un anno fa, nella Chiesa di santa Rita, si sono svolti i funerali del grafico e artista Antonio De Franchis, prematuramente scomparso l'8 marzo 2009, artefice dello studio grafico che, dal 1990, portava il suo nome e del quale è titolare il figlio Michelangelo. De Franchis, che era stato sottoposto a un intervento chirurgico a Bari per problemi cardiaci, affiancava il figliolo nell'attività che aveva già curato egli stesso negli anni del lavoro nell'Italsider, prima del prepensionamento maturato in uno dei tanti “scivoli” attraverso i quali la siderurgia si è liberata ciclicamente delle sua risorse lavorative più consolidate. In realtà Antonio De Franchis aveva svolto, negli anni passati, l'attività artistica a buoni livelli, venendo tra l'altro inserito da Franco Sossi, il grande critico d'arte tarantino, promotore dell'arte contemporanea, in alcuni suoi progetti espositivi. Ricordiamo fra tutti. “La scelta del presente, ultimi modelli d'arte in Puglia” del 1969, nella quale egli compariva assieme a Nicola Andreace, Vitantonio Russo, Alfredo Giusto, Francesco Boniello, Salvatore Spedicato, Piero Guida, Lino Sivilli, Mimmo Conenna e altri. Solo qualche giorno fa, avevamo ricordato, in un incontro casuale, i suoi precedenti artistici e gli anni delle speranze di decollo delle sperimentazioni artistiche compiute a Taranto sotto la guida sapiente di Franco Sossi, quando il territorio ionico, in piena fase di sviluppo, sembrava ricco di potenzialità, poi andate smarrite. Ne gli anni giovanili, Antonio Aveva sperimentato tecnologie innovative in campo artistico, puntando al coinvolgimento del fruitore nel processo di creazione artistica. “Animate da luci multicolori e variamente riflesse - scriveva Sossi nel catalogo pubblicato per conto della rivista Tèchne nel novembre 1969 - le opereoggetto di De Franchis non sono fruibili plasticamente ma attraverso quei valori capaci di sollecitare fruizioni percettive polivalenti, e restano, a mio avviso, tra le indicazioni più positive che siano venute fuori in Puglia dalla crisi dell'Informale. E qui devo aggiungere che con la sua più recente e complessa opera (l'ambiente audio-cinetico) egli è uscito dai limiti che aveva ben definito con le strutture precedenti. Sincronizzando il ritmo luminoso a suoni elettronici, De Franchis ha posto maggiormente in evidenza i valori ottici che acquistano la dimensione spaziale delle strutture ambientali. A questo punto lo spettatore è talmente coinvolto, immesso in una situazione spettacolare, nella quale avrà modo di verificare la sua attitudine nei riguardi della realtà. di fatti, manovrando personalmente la pulsanteria ed avendo quindi la possibilità di scegliere e variare a sua volontà l'immagine, diviene parte attiva e complementare dell'opera stessa”. Conclusa la fase puramente artistica, anche per la dispersione di un patrimonio culturale e umano in una provincia sempre più marginale, De Franchis era passato ad approfondire professionalmente i temi della grafica applicati prima all'editoria poi a tutti i prodotti tecnologici e telematici, compresa la compugrafica e il web. Con lui scompare un altro dei testimoni di una stagione artistica, brave ma intensa, che andrebbe almeno ricordata alle giovani generazioni. Aveva 67 anni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2917091495781628756?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2917091495781628756/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2917091495781628756' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2917091495781628756'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2917091495781628756'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/un-anno-fa-ci-lasciava-de-franchis.html' title='Un anno fa ci lasciava De Franchis'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y9_TqWi2I/AAAAAAAACHU/_DUSZ1SjoLM/s72-c/5.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8261418126033030167</id><published>2010-03-06T07:30:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.324+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (16 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Eccoci al felice epilogo. Dopo una serie di articoli di stampa, il dibattito animato nel mondo della cultura - ma non solo - di Taranto ha portato ad un risultato concreto e per fortuna positivo per la salvezza della masseria Solito. Ad oggi, purtroppo, nessuna novità si registra in merito. Speriamo che l'aver riportato per intero tutta la vicenda sul mio blog contribuisca a far "muovere le acque" di nuovo intorno a questo bene così antico e prezioso.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di giovedì 16 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;La Masseria non si tocca&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Il Ministero per i Beni Culturali ferma le ruspe. La Masseria Solito, almeno per il momento, non si tocca. E’ questo il senso dell’autorevole intervento della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici, che ha inviato una nota ufficiale al Comune e alla Soprintendenza per i Beni Architettonici. La nota è del 30 giugno ed è stata scritta dal direttore regionale, l’architetto Ruggiero Martines, a seguito degli articoli sul destino della Masseria - citati nella lettera - pubblicati da TarantoSera.&lt;br /&gt;«Da quanto appreso da organi di stampa (Taranto Sera del 25/6/09) — scrive Martines nella lettera indirizzata al sindaco Stefàno — parrebbe che sarebbe stata autorizzata la demolizione della storica Masseria, già residenza di C.G. Viola, sopravvissuta all’urbanizzazione recente della città, che sembrerebbe rivestire particolare interesse storico e culturale ai sensi dell’art. 10 comma 1 del Dlgs 62/08. Nel trasmettere per opportuna conoscenza copia di detto articolo di stampa, si invita codesto Comune a fornire chiarimenti in merito. La Soprintendenza è invitata a condurre gli opportuni accertamenti del caso in ordine all’interesse storico-culturale ed ai susseguenti provvedimenti di tutela. Si resta pertanto in attesa di cortese e sollecito riscontro».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin qui il direttore generale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia. C’è da dire che il Comune, prima che il sindaco Stefàno azzerasse la giunta, aveva formulato una proposta alla famiglia Mazzilli, attuale proprietaria della Masseria. Come noto i proprietari hanno presentato un progetto che prevede la demolizione dell’edifico e la costruzione in quell’area di un palazzo di quattro piani. Il Comune, attraverso il vicesindaco Alfredo Cervellera, ha proposto di spostare i volumi edificabili in un’area adiacente, in modo da non toccare la Masseria, che verrebbe ristrutturata e donata al Comune, a spese dei proprietari, ai quali verrebbe garantito il beneficio di scomputare i costi sugli oneri di urbanizzazione. I Mazzilli si sono riservati di dare una risposta. Il consiglio circoscrizionale ha invece sospeso l’iter chiedendo di acquisire il parere della Soprintendenza.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8261418126033030167?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8261418126033030167/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8261418126033030167' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8261418126033030167'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8261418126033030167'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/salviamo-la-masseria-solito-16-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (16 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8333869592832335093</id><published>2010-03-04T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.325+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (10 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S27_Z1rHozI/AAAAAAAACLU/H1AxnEjOgLM/s1600-h/26.bmp"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 255px; height: 230px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S27_Z1rHozI/AAAAAAAACLU/H1AxnEjOgLM/s400/26.bmp" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435562619652514610" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di venerdì 10 luglio 2009, p. 26&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Le tante “singolarità” della Masseria Solito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Antonio Vincenzo Greco&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A proposito della Masseria, Solito. Come è stato giustamente detto quegli edifici costituiscono uno dei pochi relitti architettonici di un’organizzazione dello spazio extraurbano (il paesaggio agrario) che è stato superato dalla moderna espansione urbana e delle aree industriali. Già questa considerazione dovrebbe essere sufficiente per intraprendere azioni volte alla tutela, alla ristrutturazione ed alla rivalutazione culturale, facendo naturalmente salvi i diritti della attuale proprietà. A ciò si aggiungono tuttavia anche singolarità prettamente architettoniche (Masseria Solito costituisce il paradigma di fabbricati a torre affiancati e tetti con coperture ad imbrici, che è tipica del territorio tarantino) e di richiami storici, come l’essere appartenuta a Cesare Giulio Viola. Mi preme altresì fornire alcuni ragguagli di natura storica relativi a questa struttura, in parte frutto di rinvenimenti d’archivio successivi a quelli già pubblicati, quindi inediti. Come per altre masserie, anche la struttura architettonica di Masseria Solito va inquadrata in una diacronia che spazia per diversi secoli, nel corso dei quali le mutevoli fortune economiche delle famiglie proprietarie, le ristrutturazioni edilizie ed agronomiche ed i mutamenti del gusto hanno condizionato l’evoluzione delle forme architettoniche. Le prime notizie di una azienda agricola nelle contrade Musico, Corvisea e Murivetere rimontano al 1576, quando risultava in possesso alla famiglia (A)montinato. Le prima annotazioni relative a strutture edilizie datano invece al 1637, allorquando Nicola Amontinato vendeva, per 225 ducati, a Camillo Gnettari la sua possessione alla Corvisea, consistente in case terranee, cortile e palmento. Per il tramite del canonico Camillo Gnettari, figlio del precedente, la masseria pervenne quindi in potere del Capitolo metropolitano tarantino, il quale nel 1717 la concedeva in enfiteusi al reverendo Domenico Antonio Solito; in quella circostanza veniva riferita la presenza di una torre o casamento di campagna, la quale tuttavia si trovava molto malridotta ed era inabilitabile, onde per sistemarla occorreva una ingente spesa. Al sacerdote si deve quindi il definitivo rilancio dell’azienda, essendosi impegnato nell’acquisto di molte terre, nell’impianto di oliveti ed in altri miglioramenti che andavano molto al di là degli obblighi contrattuali. A lui si deva ad esempio l’edificazione di un nuovo fabbrico, adiacente alla torre diruta, e la creazione di un elegante giardino con vigneto su pergolato a colonne. Dopo sua morte, avvenuta nel 1757, la masseria rimase nella disponibilità della sorella del sacerdote, Camilla, pervenendo in seguito al nipote ex fratre Tommaso e da questi a suo figlio Ciro Solito, uomo molto attivamente impegnato nella conduzione di masserie e di interi feudi a cavallo dei due secoli, il quale a lungo la tenette, risultandone possessore ancora al momento dell’impianto del Catasto Murattiano, del 1811.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Riferimenti al Viola e alla Masseria Solito:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://galeso.blogspot.com/2009/06/masseria-solito-un-brano-di-c-g-viola.html"&gt;Masseria Solito: un brano di Cesare Giulio Viola&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8333869592832335093?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8333869592832335093/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8333869592832335093' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8333869592832335093'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8333869592832335093'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/salviamo-la-masseria-solito-10-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (10 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S27_Z1rHozI/AAAAAAAACLU/H1AxnEjOgLM/s72-c/26.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2702416820813587059</id><published>2010-03-02T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.326+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (09 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Ancora altri interventi a difesa della Masseria Solito, per scongiurarne la demolizione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di giovedì 9 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Masseria Solito non va demolita. Ecco perché»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Demolire o no la Masseria Solito? Gli attuali proprietari hanno presentato un progetto per la sua demolizione e successiva costruzione, al suo posto, di un palazzo di quattro piani. L’ipotesi ha riaperto il dibattito sul valore storico di questo edificio e sulla sua ritenuta appartenenza a Luigi Viola, il fondatore del Museo Archeologico. Difficile dire se quella sia stata davvero la residenza di campagna del famoso archeologo, quella della quale parla il figlio Cesare Giulio nel romanzo “Pater”. TarantoSera ieri ha pubblicato un documento esclusivo: una fotografia di circa quant’anni fa nella quale è ritratta l’abitazione della famiglia Viola. La foto è stata inviata al nostro giornale da Caterina Viola, discendente diretta di Luigi. Lei in quella casa ci è nata ed ha vissuto per i primissimi anni di vita. Ma dai suoi ricordi e dalla stessa comparazione di quella foto con quelle attuali non è facile accertare la verità, anche perché è presumibile che l’edificio, oggi completamente in rovina, nel corso degli anni abbia subito modifiche e manomis–sioni. Ma la questione-Viola è, nel complesso, secondaria rispetto alla filosofia da applicare in questi casi: come salvaguardare una costruzione d’altri tempi senza intaccare i legittimi interessi dei proprietari. Lo abbiamo chiesto al professor Mario Laruccia, docente di storia dell’arte. «Tutte le operazioni che comportano demolizione di un bene di memoria — afferma il professore — sono sempre da respingere. E questo al di là delle caratteristiche estetiche del bene in questione. Prendiamo ad esempio l’Altare della Patria: viene irriso in tutto i modi, ma nessuno si sognerebbe mai di demolirlo». Per quanto riguarda la masseria Solito il ragionamento è ancora più netto: «L’unico problema può essere relativo alla impossibilità tecnica di sopravvivenza del manufatto, per via del suo cedimento strutturale. Ma anche in questo caso esiste una corrente di pensiero, il “ruinismo”, secondo la quale anche una rovina è testimonianza della memoria storica di una comunità. La Masseria Solito è sì proprietà privata, ma la questione è pubblica». Come rispettare, tuttavia, i diritti del privato e le sue legittime aspettative di investimento? «Devono essere gli enti pubblici, penso a Regione, Provincia e Comune, a farsene carico: devono ristorare il privato e acquisire il bene al patrimonio pubblico. Al privato non compete la tutela del patrimonio storico di una città»&lt;br /&gt;Enzo Ferrari&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2702416820813587059?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2702416820813587059/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2702416820813587059' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2702416820813587059'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2702416820813587059'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/03/salviamo-la-masseria-solito-09-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (09 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1481920593307433227</id><published>2010-02-28T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.327+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (07 luglio 2009) - 2</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S28DdSeIMPI/AAAAAAAACLg/PLXzivqrvbw/s1600-h/Solito+corriere1.bmp"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 293px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S28DdSeIMPI/AAAAAAAACLg/PLXzivqrvbw/s400/Solito+corriere1.bmp" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435567076968771826" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di martedì 7 luglio 2009, pp. 26-27&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il monumento. Antico edificio in via Plateia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Masseria Solito, un reperto che rischia di essere demolito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Indagine storica sugli antichi proprietari di un bene dimenticato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Paolo Domenico Solito&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trent’anni fa Antonio Rizzo scriveva di una “Taranto che si rinnova autodistruggendosi”, di una “nuova Taranto autolesionistica che sobolliva nelle viscere della classe dirigente”. Claudio De Cuia dice che i tarantini sono come gli indiani, che camminano cancellando le loro tracce dietro di sé. Temo che i “demoni dell’autodistruzione” cui alludeva Rizzo siano presenti in buon numero anche oggi (“Legione è il mio nome, poiché siamo in molti”, scrive il nostro compatrono S. Marco); e che per esempio abbiano dettato l’ordinanza del 15 settembre 2004, con la quale il sindaco Di Bello imponeva con somma urgenza ai proprietari l’abbattimento del corpo di fabbrica della masseria Solìto, per la sua condizione di degrado e di pericolosità. Quella somma urgenza fu scongiurata, per il lodevole sforzo di benemeriti cittadini, tra i quali il consigliere comunale Carmine De Gregorio, il difensore civico Mario Guadagnolo e, più di tutti, l’architetto Nevio Conte che, con l’Osservatorio sulla Legalità, raccolse centinaia di firme in difesa della storica masseria, ottenendo dal Sovrintendente ai Beni Architettonici una dichiarazione di interesse per il monumento con l’auspicio di un suo rapido restauro e riutilizzo. Senza dimenticare il consigliere comunale Italo Notaristefano, che già alla metà degli anni ’90 si era battuto per salvare la masseria e per una sua destinazione per scopi sociali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma i diavoli, si sa, non dormono mai; e difatti le ruspe sono tornate a minacciare la masseria Solìto, che tra l’altro ha dato il nome all’intero quartiere. Sull’edificio – che si data al ‘600 – incombe ora un progetto che ne prevede la demolizione per far posto ad un moderno palazzo di quattro piani. E considerati i precedenti, c’è da temere che venga definitivamente cancellata quella che l’ex sindaco Guadagnolo definì “una importante testimonianza della storia e della cultura della nostra città”. E con riferimento alla storia e alla cultura, va detto che la masseria non merita rispetto solo per la sua vetustà, per essere un importante toponimo, nonché “una residua testimonianza del primitivo assetto agricolo dell’area”, come scrisse la Soprintendenza; è notevole anche per essere appartenuta, e per averli ospitati nei lunghi periodi di villeggiatura, a personaggi talvolta non trascurabili della storia cittadina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Angelo Vincenzo Greco, nel suo bel volume “Masserie del Tarantino”, la cui solare immagine di copertina è guarda caso proprio la masseria Solìto, traccia in grandi linee la storia della tenuta. Apparteneva nel Cinquecento alla famiglia patrizia Amontinato (antenati dei Solìto attraverso le famiglie Catapano, Trani e Schinaja), che la vendettero nel 1637 a Camillo Gnettari. In quel secolo sulla proprietà gravava un lieve canone dovuto alla Commenda di Monopoli dell’Ordine Gerosolimitano di Malta. Erede di Camillo fu il figlio abate don Francesco Antonio, canonico del Capitolo Metropolitano e dottore in medicina, che ne era proprietario negli anni ’70- 80 del sec. XVII. Alla morte dell’abate Gnettaro la masseria pervenne al Capitolo della Cattedrale, che nel 1717 la concesse in enfiteusi perpetua, per 45 ducati e 10 grana annui, a don Domenico Antonio Solìto, “potente esponente del clero tarantino, alla cui famiglia rimase a lungo, finendo con dare il nome a tutta la contrada, nota sino allora come lo Musico” (Greco). Don Domenico Antonio era nato nel 1685; il suo primo nome era invero Orazio; ma per motivi devozionali usò sempre i nomi con cui è ricordato. Suoi genitori erano Tommaso Solìto e la nobildonna Camilla Capasino, appartenente ad una famiglia giunta a Taranto nel Seicento da San Severino in Calabria, ove era ascritta al locale patriziato. I Capasino, che nel ‘700 ebbero ufficiali dell’esercito borbonico, e che ottennero riconoscimento del patriziato tarantino con real dispaccio del 1761, vantavano addirittura di discendere dai normanni Sanseverino, potentissimi “primi baroni del Reame di Napoli”, avendo assunto il nuovo cognome per il possesso del feudo di Capasino; pretesa genealogica avallata ufficialmente dalla Real Camera di S. Chiara nel 1779. Nipote di donna Camilla fu don Matteo Capasino, patrizio di San Severino, dottore in legge, del quale il Catasto Onciario dice che “vive nobilmente a Napoli”, e che fu proprietario, come già il padre, di tre masserie nei dintorni di Taranto e di un palazzo nel pittaggio S. Pietro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nostro don Domenico Antonio, pur essendo primogenito, lasciò al fratello Angelo il compito di accasarsi e preferì invece l’abito talare, onorando una radicata e pia tradizione dei Solìto, che sono la famiglia tarantina che ha espresso il maggior numero di ecclesiastici (ben 24 nei soli secoli XVII-XVIII-XIX, incluse due monache benedettine tra cui una sorella di don Domenico Antonio). Il reverendo Solìto, che fu prete partecipante del Capitolo Metropolitano (come suo zio don Giuseppe Maria Solìto) e titolare del beneficio di S. Cataldo, ingrandì la proprietà con acquisti di terre confinanti e vi realizzò restauri e miglioramenti; alla sua morte nel 1768, essendogli premorto bambino il nipote Tommaso, fu ereditata dalla nipote Camilla Solìto, che sposò nello stesso anno il cugino di terzo grado Pasquale Solìto (anche lui fratello e nipote di ecclesiastici); pertanto i beni restarono in famiglia. In quegli anni donna Camilla figura tra i maggiori fornitori di grano della piazza tarantina, insieme con i Calonico, i d’Afflitto, i Nitti, i de Sinno, i Ciura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I coniugi Solìto non ebbero però figli, e la masseria toccò in eredità ad un biscugino, don Ciro Solìto (1748-1828), che ne risulta padrone già nel 1781. Questi (nipote, fratello e padre di ecclesiastici, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;cela va sans dire&lt;/span&gt;), fu uno dei più agiati proprietari tarantini, come si rileva dal Catasto Murattiano del 1812, o dalla donazione fatta al suo primogenito nel 1826 (atti not. Domenicantonio de Vincentiis); ma, spirito intraprendente, non si limitò a godere delle proprie rendite agrarie, ma condusse in fitto delle grandi proprietà terriere della mensa arcivescovile. Si occupò anche della cosa pubblica, occupando più volte nell’ultimo quarto del ‘700 la carica di decurione dell’Università (oggi diremmo consigliere comunale), e di deputato annonario (qualcosa come l’assessore all’annona, però la carica era collegiale). Uomo d’ordine e di principî, nel burrascoso periodo rivoluzionario si mantenne fedele al trono e all’altare; fu poi membro del Collegio elettorale dei possidenti, istituito dai Napoleonidi. Alla sua morte volle essere sepolto nella chiesa della Madonna del Carmine, perché particolarmente devoto a quel titolo mariano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quei tempi la masseria ebbe come ospite assiduo un suo ben più noto fratello, l’abate don Angelo Solìto (nato nel 1743), dottore in utroque Iure, che fu canonico tesoriere del Capitolo Metropolitano, stimato dall’arcivescovo Capecelatro, e dal 1818 vicario generale del pio arcivescovo Giuseppe Antonio de Fulgure. Padre Domenico de Vincentiis, lo ricorda nel V volume della “Storia di Taranto” (1879), dedicato agli uomini celebri, dicendo che “fu uomo di somma dottrina”. Ma ancor più celebre fu l’ultimo figlio maschio di don Ciro, ossia Domenico. Nato nel 1790, fu dottore in sacra teologia, prete non partecipante del Capitolo Metropolitano, poi a Roma (dove viveva nel rinascimentale palazzo Caccialupi nei pressi della Cancelleria Apostolica) cappellano di S.A.R. l’infanta Luisa Carlotta di Borbone, duchessa di Sassonia, e protonotario apostolico onorario, col titolo di monsignore; negli ultimi anni di vita, dopo l’unità d’Italia, fu vice presidente e canonista della Società Emancipatrice del Clero. Storiografo e naturalista, fu socio corrispondente dell’Accademia Gioenia di Catania, e autore, a partire dagli anni ’40, di varie pubblicazioni (sulla storia di Taranto, del Regno di Napoli, sulle conchiglie tarantine, sulla tarantola e sul tarantismo, su S. Cataldo…) che gli valsero ampia notorietà. Gaetano Moroni, nel suo monumentale “Dizionario Storico Ecclesiastico”, alla voce “Taranto” tra i moderni cita solo l’abate Domenico Solìto (più volte) e Cataldantonio Carducci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1899, il numero dedicato a Taranto de “Le cento città d’Italia”, nell’introduzione tra i “sommi uomini che vi nacquero” ricordava, per l’era cristiana, solamente Morone, Valentini, Paisiello e Solìto; segno inequivocabile del prestigio che il dotto monsignore godeva nel secolo decimonono. Undici anni fa, nel bicentenario della fondazione della Biblioteca arcivescovile, fu pubblicato “Civitatis Decus. Memoria per il futuro. 20 brevi ritratti di Tarantini illustri del passato”, tra i quali compare Domenico Solìto (fu trascritto erroneamente, come Maria La Pinna, il nome della madre, che era invece La Diana).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ottimo modo per onorarne la memoria sarebbe ora quello di salvarne la casa di campagna. La masseria, con la citata donazione del 1826, passò a suo fratello Giuseppe (1771-1850). Questi, dottore in leggi, fu un funzionario delle Finanze borboniche; negli Almanacchi del Regno delle Due Sicilie compare prima come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ricevitore di fondaco&lt;/span&gt;, poi come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;ricevitore de’diritti riservati&lt;/span&gt;, infine come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;controloro&lt;/span&gt; (ispettore) del Ministero delle Finanze. Vestì l’abito delle Confraternite del SS. Nome di Dio, dell’Immacolata e della SS. Trinità. Dopo la sua morte iniziò un periodo di decadenza economica della famiglia, tanto che il figli maschi superstiti don Domenico (1806-1875), sacerdote della Cattedrale di S. Cataldo, e don Francesco Paolo (1816-1886), avvocato, che abitava prevalentemente a Napoli, - il fratello primogenito don Ciro, pure sacerdote, era morto quarantenne nel 1844 – dovettero vendere man mano la masseria Poggio Pizzone, la masseria Solìto, vari terreni, infine il palazzo gentilizio sei-settecentesco nella strada Maggiore (via Duomo) e persino, nel 1873, la cappella gentilizia di S. Irene, nella navata destra della Cattedrale, che fu acquistata dal conte comm. Francesco de Notaristefani. Gli ultimi proprietari illustri della masseria furono, come è noto, l’archeologo e sindaco di Taranto Luigi Viola, ed il figlio Cesare Giulio, insigne scrittore e commediografo, celebrato lo scorso anno nel cinquantenario della sua morte. Quest’ultimo è stato anche l’unico, nel panorama locale, a scrivere, nel romanzo Pater, il cognome (e quindi il toponimo) Solìto in modo corretto, cioè con l’accento sulla i; esempio purtroppo da nessuno imitato, ché tutti confondono un onorato cognome con un aggettivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla masseria Solìto, già denominata Murivetere - e presso la quale era anche la scomparsa chiesa di S. Maria di Murivetere (alla quale Giovangualberto Carducci ha dedicato nel 1993 un’interessante monografia), di cui resta la cripta del Redentore, una delle più importanti cripte paleocristiane di Puglia - sono legati molti ricordi familiari dei personaggi citati, che per ragioni di spazio non posso qui riportare. Appare però evidente quale patrimonio di umanità e di storia possa celarsi dietro la triste facciata di un antico edificio abbandonato. Inutile parlare di storia, di cultura, di turismo, se non abbiamo rispetto delle nostre radici. Per chi sa intendere la loro voce, anche le pietre sanno parlare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1481920593307433227?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1481920593307433227/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1481920593307433227' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1481920593307433227'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1481920593307433227'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-07-luglio_28.html' title='Salviamo la masseria Solito (07 luglio 2009) - 2'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S28DdSeIMPI/AAAAAAAACLg/PLXzivqrvbw/s72-c/Solito+corriere1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-7696148801854501276</id><published>2010-02-26T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.328+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (07 luglio 2009) - 1</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Vicenda Masseria solito. Ennesimo colpo di scena. Dopo il proprietario che disconosce il valore storico di quella casa, interviene Caterina Viola, una discendente diretta di Cesare Giulio Viola.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di martedì 7 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Sono nata in quella casa»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Pensava che la Masseria Solito fosse stata demolita da decenni. Ed invece l’ha riscoperta attraverso TarantoSera. Caterina Viola, una delle discendenti di Luigi, lo storico fondatore del Museo Archeologico, ha scritto al nostro giornale per dare la sua testimonianza su quell’edificio che ora rischia di essere spazzato via dalle ruspe.&lt;br /&gt;«Ho letto — scrive Caterina Viola — l’articolo sulla Masseria Solito del 6 luglio; io sono una delle pronipoti di Luigi Viola, nonno di mio padre Luigi Viola figlio di Ettore Viola fratello di Cesare Giulio Viola. Io e mia sorella Gerarda, nonché mio fratello Ettore, siamo nati in quella casa; ci avevano detto che era stata demolita quando costruirono i palazzi di via Dante e via Cagliari. Mi piacerebbe saperne di più».&lt;br /&gt;Poche ma significative righe, nelle quali la signora Caterina ricorda anche di essere la nipote del giornalista Sandro Viola, fratello di suo padre Luigi. Caterina Viola afferma dunque di essere nata nella Masseria Solito e credeva che la sua casa natale non ci fosse più ormai da un pezzo. E’ lo stesso edificio in rovina tra via Plateja e via Cagliari sul quale incombe un progetto di sostituzione edilizia? In questi giorni Tarantosera ha raccolto numerosi indizi che lascerebbero pensare di sì. Quella vecchia masseria abbandonata dovrebbe essere proprio quella che Luigi Viola acquistò con la dote della moglie per farne la sua residenza di campagna. E’ la casa della quale Cesare Giulio, figlio di Luigi, parla nel suo libro “Pater”.&lt;br /&gt;A ritenere che proprio la masseria, oggi di proprietà Mazzilli, sia la stessa della famiglia Viola sono autorevoli studiosi e ricercatori. In questo senso si sono già espressi dalle colonne di questo giornale il professor Cosimo D’Angela, il professor Gianluca Lovreglio e l’assessore comunale Lucio Pierri. Tutti, comunque, hanno sottolineato un aspetto fondamentale: al di là di chi in quella casa ci abbia abitato, quel che resta della Masseria Solito va comunque tutelato, perché è un bene che appartiene alla storia della città. Il progetto di costruzione, al suo posto, di un palazzo di quattro piani si è al momento arenato in consiglio circoscrizionale.&lt;br /&gt;Enzo Ferrari&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-7696148801854501276?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/7696148801854501276/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=7696148801854501276' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7696148801854501276'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7696148801854501276'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-07-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (07 luglio 2009) - 1'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-6448539871927618896</id><published>2010-02-24T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.329+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (06 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Campagna di stampa per salvare la masseria Solito. Pare che tutto sia iniziato proprio da questo blog, grazie ad un testo tratto dal romanzo Pater di Cesare Giulio viola, che avevo inserito il giorno &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di lunedì 6 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Ci sono le prove: quella era l’abitazione di Viola&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Ci sono degli indizi che inducono a ritenere che la Masseria Solito fosse davvero la residenza di campagna di Luigi Viola, il fondatore del Museo Archeologico di Taranto e padre dello scrittore Cesare Giulio. Proprio quest’ultimo parla di Solito nella sua opera forse più conosciuta, il “Pater”. Il brano che descrive quella dimora bucolica è stato recentemente recuperato dal professor Gianluca Lovreglio e pubblicato sul suo blog, proprio dopo che TarantoSera aveva riacceso le luci su quella masseria abbandonata da decenni e sulla quale oggi incombe un progetto di demolizione: gli attuali proprietari vogliono buttarla giù per costruire al suo posto un palazzo di quattro piani. Della masseria hanno messo in dubbio il valore storico e persino che sia stata la residenza della famiglia Viola. E’ di tutt’altro avviso Lovreglio, socio della Società di Storia Patria, docente di lettere e studioso che collabora attivamente con alcuni siti specializzati nella ricerca storica.&lt;br /&gt;«In effetti — spiega a TarantoSera — quella non era l’unica masseria della zona. Nel 1700 c’era anche la Masseria del Carmine, vicina alla chiesa Santa Maria di Murivetere, che oggi non esiste più. Erano tutti possedimenti dei Padri Carmelitani. Se ne trova traccia in una mappa del ‘700 di Ottone de Berger. Poi i Carmelitani vendettero quelle proprietà».&lt;br /&gt;Si diceva degli indizi. Il primo:&lt;br /&gt;«Nel 1876 direttore della rivista “Il Nettuno” era Angelo Solito de Solis e questa circostanza confermerebbe la ricostruzione di Cesare Giulio Viola, che parla proprio della famiglia Solito». Anche il secondo indizio è rintracciabile in una rivista d’epoca:&lt;br /&gt;«Siamo nel 1902: il giornale satirico “Il solletico” prende di mira proprio Luigi Viola. Il brano è riportato nel volume “La città al Borgo”: “L’archeologo a riposo scappi dal Palazzo degli Uffici con confino perpetuo a Solito, con l’obbligo di studiare le scienze vinicole”. Si fa quindi riferimento a Solito e si deve ritenere che in quella zona vi fossero terreni coltivati a vigna. Alle masserie erano infatti legate attività produttive agricole. Intorno ad esse, quindi, c’erano estensioni di terreni. Difficile pertanto che tra la Masseria Carmine e la Masseria Solito ve ne fosse una terza, così come mi sembra improbabile che vi sia un’altra famiglia Viola che in qualche modo si possa confondere con quella di Luigi e Cesare Giulio. La questione merita comunque un approfondimento».&lt;br /&gt;Ma anche Lovreglio — come ha già sottolineato il professor Cosimo D’Angela da queste stesse colonne e come sostiene oggi l’assessore Lucio Pierri — ritiene che la “questione Viola” non sia rilevante ai fini della decisione sul destino della masseria:&lt;br /&gt;«Quella costruzione rappresenta in ogni caso un bene da recuperare, perché è intimamente legata alla storia di Taranto».&lt;br /&gt;Allo stato l’iter burocratico dell’istruttoria avviata dopo la presentazione del progetto è fermo al consiglio circoscrizionale, dove è stato chiesto di acquisire il parere della Soprintendenza. Che però non è vincolante. L’ organo sovrano al quale toccherà esprimersi è il consiglio comunale, che prossimamente dovrà pronunciarsi su un altro caso storico-urbanistico che sta appassionando l’opinione pubblica: quello del palazzo di via Acclavio, 139.&lt;br /&gt;Enzo Ferrari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di lunedì 6 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Abbiamo il dovere di salvarla&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Lucio Pierri*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Masseria attualmente esistente nei pressi di via Plateia dovrebbe essere la Masseria Solito, comprata dall’archologo Luigi Viola con il ricavato della dote della moglie. Nelle antiche carte, in particolare quella dell’ingegner Iascone del 1881, disegnata cinque anni prima che nascesse&lt;br /&gt;Giulio Cesare Viola, cioè in una data vicinissima all’acquisto, figura una sola costruzione:la masseria Solito. Nelle vicinanze non figura nessuna altra costruzione, se quella attuale non fosse la masseria Solito bisognerebbe che qualcuno indicasse il nome di questa seconda supposta masseria e il riferimento topografico in qualche carta dell’epoca. Invero un dubbio sorge dalla lettura di Pater, la biografia del padre scritta da Giulio Cesare, perché nel riferire la scoperta della Cripta del Redentore, ubicata a un centinaio di metri da Solito, il Viola racconta che una sera il torriere disse:&lt;br /&gt;"Professore... l’acqua del pozzo s’è ridotta un filo"&lt;br /&gt;“bisognerbbe ripulire il fondo”.&lt;br /&gt;Era il pozzo d’acqua sorgiva che serviva la casa. La casa dei Viola sembrerebbe dunque da ubicare a cento metri circa dall’attuale masseria, dando ragione a coloro che asseriscono che la costruzione esistente non è quella dove sarebbe nato Giulio Cesare Viola. Ma di quale casa si parla qui, quella dei Viola o quella del torriere e dei coloni? Sappiamo sempre da Pater, che l’archeologo aveva ingrandito la masseria con numerose case coloniche, addirittura un villaggio: “giù a valle, mio padre ha costruito un villaggio: una ventina di casupole con i tetti d’embrici.. abitati dai nostri contadini”. Si trattava evidentemente della casa del colono, che veniva a chiedere aiuto per la ripulitura del pozzo, se vi fosse stata un’altra costruzione importante, una masseria, nei pressi della Cripta del Redentore a Via Terni, bisognerebbe trovarla sulle carte. Ma non è questo il punto, quell’edificio va salvato per il suo valore urbanistico intrinseco, non solo perché puo essere la casa natale dello scrittore tarantino. Rappresenta all’interno della cinta urbana un paesaggio antico, una costruzione e un modo di vivere tipico della Puglia e del Meridione. Archeologia urbana sopravvisuta miracolosamente alla devastazione delle masserie del Tarantino. Nella zona occidentale a causa della industrializzazione, nella zona orientale per incuria e miopia culturale. Altro grande esempio di colpevole abbandono è l’altra masseria urbana, quella di Capitignano: con chiesa, frantoio ipogeo e giardino, che cade di anno in anno in pezzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*Assessore al Comune&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-6448539871927618896?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/6448539871927618896/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=6448539871927618896' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/6448539871927618896'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/6448539871927618896'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-06-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (06 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8396958736566805584</id><published>2010-02-22T08:00:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.330+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (04 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;La vicenda della masseria Solito inizia ad essere complessa. Meglio affidarsi agli storici, allora, per comprendere con esattezza di cosa stiamo parlando&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(153, 0, 0);"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di sabato 4 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il prof. D’Angela: il Comune salvi la Masseria Solito&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Era o non era la casa di Luigi Viola? Ha o non ha un valore storico? E’ preferibile demolirla per farne un palazzo, come vogliono gli attuali proprietari o è meglio salvaguardarla come bene culturale della città? Sul destino della Masseria Solito, oggi nascosta in un cortile in via Plateja, il dibattito è aperto. Vivacizzato, peraltro, dall’intervista concessa a Tarantosera dall’avvocato Beniamino Mazzilli, figlio del proprietario, il quale ha persino messo in dubbio che quella sia stata la residenza dei Viola. Un dubbio al quale gli storici sono chiamati a dare una risposta.&lt;br /&gt;«Devo essere sincero — dice il professor Cosimo D’Angela, autorevole docente universitario e ricercatore — da giovane non ho mai pensato che quella potesse essere la casa di campagna di Luigi Viola. Ho sempre pensato che la sua abitazione fosse vicina alla Chiesa del Redentore. C’è una fotografia del 1900 nella quale sono visibili in quell’area (tra vie Elio e via Terni, ndr) dei caseggiati rurali. Fino ad una trentina di anni fa all’interno di un cortile erano ancora visibili dei resti scultorei che si diceva fossero appartenuti a Viola. Devo però dire che la mia opinione è cambiata dopo aver letto una documentata ricerca del Greco sulle masserie del tarantino. Leggendo quel lavoro mi sono convinto che quella masseria potrebbe anche essere proprio quella dei Viola. Per averne la certezza vanno fatte però delle ricerche catastali. Comunque i nomi delle due donne citate dall’attuale proprietario non mi sembrano riconducibili a Luigi e a Cesare Giulio Viola».&lt;br /&gt;Ma Viola o non Viola, la Masseria Solito merita tutela? Qui dubbi non ve ne sono. Dice sempre il professor D’Angela:&lt;br /&gt;«Che lì Viola ci abbia dormito o meno è del tutto ininfluente. Quella masseria è però un bene da tutelare, perché è l’ultima testimonianza di un mondo agricolo oggi completamente inglobato in un contesto urbanizzato. Va però rispettato anche il diritto del proprietario, che giustamente non vuole rimetterci. La proposta di farla acquistare al Comune mi sembra corretta. Del resto il Comune ha già fatto una operazione di questo tipo con Palazzo Carducci, in Città Vecchia, acquistato ai tempi dell’amministrazione Di Bello. Si potrebbe fare la stessa cosa oggi. Il Comune potrebbe poi coinvolgere i privati per un progetto di valorizzazione che non preveda, naturalmente, la costruzione di palazzi».&lt;br /&gt;Enzo Ferrari&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8396958736566805584?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8396958736566805584/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8396958736566805584' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8396958736566805584'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8396958736566805584'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-04-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (04 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1926389900774402258</id><published>2010-02-20T19:38:00.001+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.331+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (03 luglio 2009)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S4F44lNB1QI/AAAAAAAACQA/PfXYaXm1JrM/s1600-h/Masseria+Solito.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S4F44lNB1QI/AAAAAAAACQA/PfXYaXm1JrM/s320/Masseria+Solito.jpg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: #000099; font-weight: bold;"&gt;Continua la campagna di stampa per salvare la masseria Solito dalla demolizione. Questo articolo è il "colpo di scena" nella vicenda, che inizia a tingersi di giallo. &lt;/span&gt;&lt;span style="color: #000099; font-weight: bold;"&gt;Prossime puntate: 22, 24, 26, 28 febbraio; 02, 04, 06 marzo 2010.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #990000; font-weight: bold;"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di venerdì 3 luglio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;«Non è la casa di Viola»&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa è una faccenda che ha un interesse privatistico, non della collettivit&lt;/span&gt;à».&lt;br /&gt;L’avvocato Beniamino Mazzilli è il figlio del proprietario della Masseria Solito, l’edificio sul quale incombe il rischio di demolizione, per via di un progetto che prevede in quell’area la costruzione di un palazzo di quattro piani, al quale la famiglia Mazzilli non intende rinunciare.&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Su quell’edificio&lt;/span&gt; — spiega l’avvocato Mazzilli a Tarantosera — &lt;span style="font-style: italic;"&gt;si stanno raccontando molte cose non vere, a cominciare dalla sua datazione storica&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Sembra che risalga al 1600...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;No. C’è una perizia tecnica d’ufficio voluta dal Tribunale nella quale si dice che quella costruzione risale alla metà dell’800&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lo sa che quella è stata la casa di Luigi Viola, fondatore del Museo Archeologico, e di suo figlio, lo scrittore Cesare Giulio?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Anche qui c’è un grosso equivoco. Nella sentenza di Corte d’Appello del 1979 sull’attribuzione della proprietà, non c’è traccia di Luigi e Cesare Giulio Viola. Le uniche persone a nome Viola che vengono citate sono due signore: Silvia e Livia e per quanto mi riguarda potrebbe essere un semplice caso di omonimia&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Non potrebbero essere parenti o eredi dei Viola più famosi?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ciò non dimostrerebbe che in quella casa ci abbiano abitato Luigi e Cesare Giulio&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Guardi che Cesare Giulio Viola nel suo libro “Pater” fa persino una descrizione della Masseria Solito (gli leggiamo il passo, ndr).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa descrizione non corrisponde assolutamente all’edificio di proprietà di mio padre. E’ possibile che il riferimento sia ad altre costruzioni che insistevano in quell’area, andate giù nel corso degli anni per costruire i palazzi che ci sono intorno&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lo sa che il consiglio circoscrizionale ha chiesto il parere della Soprintendenza?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La Soprintendenza nel 2006 ha già rilasciato un parere, su richiesta di una associazione, e si è limitata ad “auspicare” che l’immobile venga restaurato. Non c’è alcun vincolo. Quell’edificio è in rovina e negli anni ’80 ci fu persino una ordinanza di sgombero e demolizione da parte del Comune&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il problema non è tanto burocratico, quanto relativo al valore storico della masseria.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Siamo proprietari di altre case storiche e vi assicuro che qui di storico non c’è nulla. Se fosse davvero un edificio storico non ci sogneremmo mai di demolirlo&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Siete disposti a lasciar stare la Masseria Solito in cambio dello spostamento dei volumi edificabili in altra area?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Abbiamo già aspettato quarant’anni e sostenuto una lunga battaglia legale per l’attribuzione della proprietà. Quanti altri anni dovremmo aspettare ancora? Se il Comune è interessato acquisisca il bene e ci paghi quello che è il suo valore&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;Enzo Ferrari&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1926389900774402258?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1926389900774402258/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1926389900774402258' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1926389900774402258'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1926389900774402258'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-03-luglio.html' title='Salviamo la masseria Solito (03 luglio 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S4F44lNB1QI/AAAAAAAACQA/PfXYaXm1JrM/s72-c/Masseria+Solito.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2502204888418772543</id><published>2010-02-18T08:00:00.003+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.332+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (28 giugno 2009)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3zn1PDnvgI/AAAAAAAACPw/QRM4vMafrvY/s1600-h/26.bmp" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3zn1PDnvgI/AAAAAAAACPw/QRM4vMafrvY/s320/26.bmp" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: #000099; font-weight: bold;"&gt;Continua la rassegna del mio blog sulla campagna di stampa e la mobilitazione per salvare la masseria Solito dalla demolizione. Prossime puntate: 20, 22, 24, 26, 28 febbraio; 02, 04, 06 marzo 2010.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #990000; font-weight: bold;"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di domenica 28 giugno 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Masseria Solito, la casa di Luigi Viola&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Era stata per anni la residenza di Luigi Viola, l’archeologo fondatore del Museo Archeologico. Alla Masseria Solito, Cesare Giulio Viola, lo scrittore figlio di Luigi, dedica un brano di Pater, l’opera dedicata proprio al padre. «La dote di mia madre — scrive Viola — fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito. La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica. Vasta e varia di culture, man mano che i suoi proprietari precipitavano verso la rovina, si era andata liberando dei suoi campi, dei suoi oliveti, dei suoi giardini a noria, e intanto era rimasto il suo cuore, lì dove s’apriva il grande frantoio. Quell’ultimo lotto era stato acquistato da un tal canonico Vergine, che a sua volta s’era alzata una casetta per i suoi ozi estivi. La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco. Nella ferrata che chiudeva l’arco del portone campeggiava la lettera V: mio padre non ebbe bisogno di mutar quelle lettere». Il brano, tratto dalla edizione Scorpione, è stato riproposto sul web dal professor Gianluca Lovreglio ed è una significativa testimonianza della storia di questo edificio che ora rischia di essere demolito. Come per il palazzo di via Acclavio, infatti, anche sulla Masseria Solito incombe un progetto di sostituzione edilizia: al suo posto si vorrebbe costruire una palazzina costituita da piano terra e quattro piani per civili abitazioni. La pratica è già arrivata al consiglio circoscrizionale Tre Carrare Solito, che ha opportunamente sospeso l’iter chiedendo che venga acquisito il parere della Soprintendenza. Per il Comune è solo una questione burocratica o la storia di questa città ha ancora un valore?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #990000; font-weight: bold;"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di domenica 28 giugno 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Salviamola&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Era stata per anni la residenza di Luigi Viola, l’archeologo fondatore del Museo Archeologico. Alla Masseria Solito, Cesare Giulio Viola, lo scrittore figlio di Luigi, dedica un brano di Pater, l’opera dedicata proprio al padre. «La dote di mia madre — scrive Viola — fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito. La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica. Vasta e varia di culture, man mano che i suoi proprietari precipitavano verso la rovina, si era andata liberando dei suoi campi, dei suoi oliveti, dei suoi giardini a noria, e intanto era rimasto il suo cuore, lì dove s’apriva il grande frantoio. Quell’ultimo lotto era stato acquistato da un tal canonico Vergine, che a sua volta s’era alzata una casetta per i suoi ozi estivi. La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Articoli del blog sulla masseria Solito:&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) &lt;a href="http://galeso.blogspot.com/2009/06/masseria-solito-un-brano-di-c-g-viola.html"&gt;Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;2) &lt;a href="http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-24-28.html"&gt;Salviamo la masseria Solito (24-28 giugno 2009)&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2502204888418772543?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2502204888418772543/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2502204888418772543' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2502204888418772543'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2502204888418772543'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-28-giugno.html' title='Salviamo la masseria Solito (28 giugno 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3zn1PDnvgI/AAAAAAAACPw/QRM4vMafrvY/s72-c/26.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2051610868479196260</id><published>2010-02-16T08:00:00.003+01:00</published><updated>2010-10-15T08:10:40.333+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Salviamo la masseria Solito (24-28 giugno 2009)</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3qKObGIKVI/AAAAAAAACOw/XGIbIu6-bJg/s1600-h/26.bmp" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3qKObGIKVI/AAAAAAAACOw/XGIbIu6-bJg/s320/26.bmp" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: #000099; font-weight: bold;"&gt;La scorsa estate il "caso" della masseria Solito ha attivato una di solito dormiente classe intellettuale tarantina. La questione mi ha coinvolto in prima persona, quale storico ed amante delle "cose antiche" di questa martoriata città. Riporto qui sul mio blog, passo passo, l'intera campagna di stampa sulla masseria Solito. consiglio ai miei lettori la lettura di tutti gli articoli, perchè ad ognuno di essi va il merito di aver contribuito a risvegliare la coscienza storica di Taranto. Un risveglio che è durato lo spazio di una estate, purtroppo. Ad oggi, per la masseria Solito, non è cambiato nulla, ed il mio sospetto è che la si voglia volutamente lasciare in abbandono, fino al crollo finale, per consentire l'edificazione dei palazzoni aviti. alla testata giornalistica Tarantosera e ad Enzo Ferrari va il merito storico di aver iniziato la campagna di stampa sulla masseria Solito. Prossime puntate: 18, 20, 22, 24, 26, 28 febbraio; 02, 04, 06 marzo 2010.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #cc0000; font-weight: bold;"&gt;Articolo tratto da Tarantosera di mercoledì 24 giugno 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Masseria Solito: stop alle ruspe. Per ora&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TARANTO - Le ruspe possono attendere. Il consiglio circoscrizionale Tre Carrare Solito ha bloccato l’iter amministrativo per la demolizione della storica masseria Solito. Il consiglio ha preferito non esprimersi, non dando quindi seguito alla procedura istruita dagli uffici dell’edilità del Comune. Il presidente Adriano Tribbia ha già contattato l’assessore Alfredo Cervellera affinché venga acquisito il parere della Soprintendenza ai Beni Culturali. Sull’antica masseria, che risale al 1300 ed oggi ridotta ad un rudere dopo decenni di colpevole abbandono, oggi incombe un progetto che contempla la demolizione del manufatto e la costruzione di un palazzo a carattere residenziale composto da piano terra più quattro piani. Il progetto è stato proposto dal proprietario dell’area, Gaetano Mazzilli, e firmato dall’architetto Domenico Palmisano. Negli ultimi anni diverse associazioni si sono mosse per salvare quella che fu anche la residenza di Cesare Giulio Viola. Nessuna idea per un suo recupero funzionale è stata però mai presa in considerazione. Adesso ci prova il consiglio circoscrizionale: l’idea sarebbe quella di acquisire il bene al Comune, recuperarlo e trasformarlo in un luogo culturale. In cambio si offrirebbe al proprietario la possibilità di spostare i volumi edificabili in altra zona. «Non è possibile — afferma Tribbia — che l’iter per la demolizione della masseria vada avanti nell’indifferenza generale dell’amministrazione come se la questione riguardasse soltanto il tecnico responsabile del procedimento». Un caso che pare analogo a quello dell’edifico umbertino di via Acclavio, per il quale è prossimo il pronunciamento del consiglio comunale. Anche qui prevista demolizione e ricostruzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #990000; font-weight: bold;"&gt;Articolo tratto dalla pagina personale su Facebook di alfredo Cervellera il 26 giugno 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Da Facebook:  La proposta del Comune di Taranto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alfredo Cervellera: Come Assessore all'Urbanistica ed Edilità ho bloccato la pratica edilizia in corso che prevede l'abbattimento e la costruzione di due palazzine per richiedere un ulteriore parere alla Soprintendenza ai Beni Monumentali ed approfondire l'argomento in Consiglio Comunale. Ho scoperto che il Sindaco Di Bello nel 2004 aveva firmato un'ordinanza di abbattimento del manufatto in quanto pericolante (è resistito altri 5 anni) e c'è un parere della Soprintendenza del 2006 che considera la masseria fuori dal contesto urbanistico. Non sono assolutamente convinto di ciò e farò una battaglia istituzionale e pubblica per la salvaguardia della Masseria Solito. Ho parlato con l'architetto proponente e con la proprietà per proporre loro di costruire una sola palazzina con tutti i volumi previsti dallo "ius edificandi", ma di recuperare, a scomputo degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune, la Masseria Solito e di donarla al Comune. Vi assicuro che non demorderò.  Alfredo CERVELLERA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: #990000; font-weight: bold;"&gt;Commento sulla pagina personale su Facebook di Alfredo Cervellera, all'articolo precedente datato 28/06/2009:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Da Facebook:  Il parere della Circoscrizione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Grazie vicesindaco!  la circoscrizione da ma presieduta concorda con quanto da lei detto.  l'abbattimento non poteva passare nell'indifferenza totale.  lo stesso consiglio circoscrizionale tenutosi martedi' 22 giugno ha bloccato l'iter procedurale non esprimendo parere in merito e rispedendo la pratica nelle sue mani!  Mi raccomando aspettiamo notizie ufficiali in merito.  Non facciamoci ingannare!!!!&lt;br /&gt;Grazie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adriano Tribbia&lt;br /&gt;(Presidente Circoscrizione Solito-Corvisea)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Articoli del blog sulla masseria Solito:&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) &lt;a href="http://galeso.blogspot.com/2009/06/masseria-solito-un-brano-di-c-g-viola.html"&gt;Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2051610868479196260?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2051610868479196260/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2051610868479196260' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2051610868479196260'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2051610868479196260'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/salviamo-la-masseria-solito-24-28.html' title='Salviamo la masseria Solito (24-28 giugno 2009)'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3qKObGIKVI/AAAAAAAACOw/XGIbIu6-bJg/s72-c/26.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2475425783339818568</id><published>2010-02-09T08:00:00.001+01:00</published><updated>2010-10-15T11:36:31.585+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Scritti sul medioevo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Quando i musulmani eravamo noi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3GSpvxV2ZI/AAAAAAAACLs/ZAxSzBKqP0s/s1600-h/Vicolo2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 188px; height: 297px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3GSpvxV2ZI/AAAAAAAACLs/ZAxSzBKqP0s/s400/Vicolo2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5436287471108610450" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Quando i musulmani eravamo noi&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Gianluca Lovreglio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0); font-style: italic;"&gt;(già edito a stampa in "Voce del Popolo", anno 7, numero 25, del 20 dicembre 2009, pp. 34-36).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;© Gianluca Lovreglio 2009. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione dell’autore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una storia conosciuta dagli studiosi, molto meno da molti di quei tarantini che amano ancora definirsi figli della Magna Grecia. Taranto fu, per un quarantennio, un caposaldo saraceno di dominatori bérberi, un avamposto dell'Islam di allora nel cuore dell'Europa post-romana, ufficialmente cristiana, ma ancora attraversata dalla sferza energetica e dalle divisioni delle popolazioni germaniche che vi si erano insediate già da una decina di generazioni. Che i musulmani fossero un pericolo reale, ne era cosciente persino l'imperatore Lotario I, che nel capitolare dell’846 “&lt;span style="font-style: italic;"&gt;de expeditione facienda contra Saracenos&lt;/span&gt;”, confermava l’urgenza di porre termine allo stato d’insicurezza e di terrore diffuso dalle incursioni musulmane nelle indifese popolazioni del centro-sud dell’Italia.  Qualche decennio prima era infatti niziata la penetrazione saracena in Italia meridionale: una guerra di aggressione che infiammava in Sicilia, strappata gradualmente ai Bizantini con l’occupazione di Palermo (831) e Messina (843).  Anche a Taranto l'inizio del IX secolo fu caratterizzato dalle lotte interne e dalle asperrime divisioni che indebolirono ulteriormente il potere longobardo. Nell'840 un principe longobardo di Benevento fu tenuto prigioniero a Taranto, ma alcuni suoi sostenitori lo liberarono, lo riportarono a Benevento e lo proclamarono principe.  Alla fine, la questione dirimente era proprio questa: la guerra civile tra Siconolfo e Radelchi per il controllo del ducato di Benevento. Entrambi i rivali utilizzarono i Saraceni per distruggere l’avversario (Khalfūn di Libia assoldato da Radelchi contro Capua; Apolaffar a sua volta vincitore, per conto di Siconolfo, alle Forche Caudine), e questo comportamento aveva prodotto quella disgregazione politica in cui si inserivano a meraviglia i piani espansionistici dei bérberi.  Taranto, in quanto centro importante per il controllo delle rotte ioniche e punto di espansione nell’entroterra pugliese, era uno snodo essenziale. Fu per questo che subì nell’840 l’assalto di Saba e delle sue bande.  Identica sorte ebbe Bari ad opera di Khalfūn che nell’847 vi istituì un emirato, la cui importanza fu direttamente proporzionale allo stato di confusione e debolezza che le controversie dinastiche avevano prodotto nella &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Langobardia minor&lt;/span&gt; (il nome che veniva dato ai domini longobardi dell'Italia centro-meridionale).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma chi erano e da dove venivano i conquistatori islamici di Taranto? Si trattava di Aglabiti di Qairawān, in Tunisia, molto determinati nel tentativo di trasformare politicamente delle semplici incursioni piratesche (che erano la norma, nel IX secolo) in un disegno strategico unitario. La libertà d'azione degli Aglabiti e dell’emiro Al-Aghlab era legittimata dalla autorità suprema del califfo abbasside, in quanto si esprimeva nell’ambito dell’unità politico-religiosa che teneva in Baghdad il suo centro istituzionale.  Procediamo per gradi. I principi longobardi Radelchi e Siconolfo, rivali per il controllo del ducato beneventano, avevano scatenato una lunga guerra che impiegava i Saraceni stanziati nel sud della penisola.  Entrambi sottovalutarono capacità e aspirazioni di tali mercenari. Fu proprio il bérbero Khalfūn, alleato di Radelchi, a volgere a proprio vantaggio il vuoto di potere che si venne a creare tra i domini longobardi.   Dapprima si impadronì di Bari: nel volgere di pochi anni consolidò la sua posizione sull'intera Puglia centromeridionale e sulla Basilicata, al punto tale da rendere vano il tentativo dell’imperatore Lotario I (852) di riportare il territorio al suo controllo.  Fu solo nel 864 che l’emirato di Bari, guidato dal suo terzo ed ultimo emiro, Sawdan al-Mazari, chiese ed ottenne, col titolo di walì, il riconoscimento da parte del Califfo di Baghdad di stato autonomo all’interno dell’impero islamico. Taranto al contrario, pur essendo stata occupata per prima, non risulta avesse una struttura statuale, ma questo dato potrebbe essere falsato dalla mancanza di fonti storiche a riguardo.  La città jonica fu tuttavia, sotto il dominio islamico, una munita base navale da cui partivano periodicamente spedizioni che, risalendo l’Adriatico, saccheggiavano le città costiere, arrembavano navi da carico, o si scontravano, vittoriosamente, con la flotta veneziana che, organizzata dall’imperatore Teofilo, tentava di contrastare tali scorrerie.   Il successore di Saba, Apolaffar (Abu Gia’far), verso l'840, partendo da Taranto, arrivò nella pianura metapontina, si diresse verso il Bradano e cercò di risalire il fiume, ma fu respinto dai Longobardi del castaldato di Acerenza. Non molto tempo dopo Apolaffar tentò ancora di penetrare all'interno della Basilicata attraverso le valli del fiume Cavone, ma anche quella volta il suo tentativo fallì poiché fu respinto dagli uomini del castaldato di Latiniano, fedeli a Sichenulfo, signore del principato di Salerno. Con questo secondo tentativo andato male, i Saraceni persero anche la loro roccaforte di Anglona e così abbandonarono la pianura metapontina, ritirandosi definitivamente a Taranto. Ma il walì tarantino non si arrese, e ritentò per la terza volta di conquistare l'interno della regione Basilicata. Riconquistò il Metapontino, riprese Anglona e la fortificò, quindi occupò Tursi, per controllare le valli dei fiumi Agri e Sinni.  Apolaffar parteggiò alternativamente per Siconolfo o Radelchi, ma questa strategia gli costò la vita. Fu infatti tradito e messo a morte da Radelchi, cui aveva imprudentemente concesso la propria alleanza. Bari e Taranto, intanto, pur dipendendo nominalmente dai principati longobardi di Benevento e Salerno, rimasero in saldo possesso dei Saraceni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'unica straordinaria fonte diretta sulle vicende storiche di Taranto nel periodo preso in esame, è la testimonianza del monaco franco Bernardo, che ci illumina sulla drammaticità della situazione subita dalle popolazioni. In viaggio con due confratelli alla volta della Palestina, Bernardo assistette nel porto di Taranto all’imbarco di migliaia di prigionieri beneventani, destinati ad essere venduti come schiavi sui mercati africani e della Siria. Il testo (in latino) si legge in "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Early travels in Palestine&lt;/span&gt;", ed. T. Wright, Londra 1948, pp. 23-31. La traduzione è di F. Porsia:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nell'anno dell'incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo 867, vo­lendo nel nome del Signore visitare i Santi luoghi a Gerusalemme, io Ber­nardo, avendo preso per miei compagni due fratelli monaci, uno dei quali era del monastero di San Vincenzo a Benevento e si chiamava Teudemundo, l'altro era Spagnolo e si chiamava Stefano, venimmo a Roma dal papa Nicola e ottenemmo la desiderata licenza di partire con la sua benedizione ed as­sistenza.     Di là venimmo al Monte Gargano, dove è la chiesa di San Michele sotto una roccia, coperta dal di sopra da alberi di quercia. [...] Lasciando il monte Gargano viaggiammo per 150 miglia, ad una città in mano ai Saraceni, chiamata Bari che era formalmente soggetta a Benevento. E' posta sul mare ed è fortificata a sud da due grandi muri; a nord sporge alta sul mare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui ottenemmo dal principe della città, chiamato sultano, il necessario equipaggiamento per il viaggio, con due lettere di salvacondotto che descrivevano le nostre persone e l'oggetto del nostro viaggio al prin­cipe di Alessandria e al principe di Babilonia. Questi principi sono sotto la giurisdizione dell'Emir-al-Mumenin, che governa su tutti i Saraceni e risiede a Bagdad e ad Axinarri che sono oltre Gerusalemme.  Da Bari andammo al porto della città di Taranto, alla distanza di 90 miglia, dove trovammo sei navi che avevano a bordo 9000 schiavi cristiani di Benevento. In due navi che salpavano per prime e che erano dirette in Africa c'erano 3000 schiavi; nelle due seguenti che erano destinate a Tu­nisi ce ne erano altri 3000. Le ultime due che contenevano parimenti lo stesso numero di schiavi cristiani, ci portarono al porto di Alessandria dopo un viaggio di 30 giorni. Qui ci fu proibito di sbarcare dal capitano dei marinai (che ne ha 60 sotto il suo comando) fino a che non gli demmo 6 aurei per la nostra partenza. Allora andammo dal principe di Alessandria e gli mostrammo le lettere che il sultano ci aveva dato, alle quali, comun­que, egli non mostrò attenzione, ma obbligò ciascuno di noi a pagare 13 soldi, e allora ci diede lettere per il principe di Babilonia. E' costume di questo popolo di prendere in considerazione solo ciò che può essere pe­sato; e 6 dei nostri soldi e 6 denari fanno 3 soldi e 3 denari della loro moneta&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nuovo imperatore Ludovico II cercò con ogni mezzo di metter fine alla grave crisi politica e alla conseguente frammentazione del Mezzogiorno. Nell’866, alla fine di un lungo lavoro diplomatico, si mise a capo di una robusta spedizione che puntò alla conquista dell’emirato di Bari. Tuttavia la città adriatica, ben difesa, riuscì a resistere ad un lungo assedio e fu sconfitta solo nel febbraio dell’871. A Ludovico rimase l’effimera illusione di essere riuscito a comporre in un disegno unitario il sempiterno particolarismo del Sud. Ebbe modo di ricredersi immediatamente, visto che ad agosto dello stesso anno fu attaccato nel suo palazzo, a Benevento, dalle forze longobarde guidate Adelchi, duca della città. La prigionia dell'imperatore fu l'amaro risvolto una congiura ordita dai potentati longobardi e dal duca di Napoli. Venne liberato solo dopo aver promesso solennemente che non si sarebbe vendicato.  Mentre ad Occidente le fazioni prendevano il sopravvento sugli interessi generali, a Oriente si riaccendeva l’interesse per le opulente province occidentali. A Bisanzio fu il nuovo imperatore Basilio I il Macedone ad organizzare una poderosa spedizione verso la Puglia.  Il primo assaggio della nuova strategia fu, nell’876, l’occupazione dello stratega Gregorio di Otranto, che aveva sottratto Bari ai Beneventani. Taranto, intanto, sotto la signoria di Othmàn, continuava a svolgere il suo ruolo di centro nevralgico delle scorrerie saracene, ricca per il commercio di schiavi e quasi completamente islamizzata. Lo scontro decisivo avvenne nell’880. Due eserciti bizantini al comando di Procopio e Leone Apostyppes, mentre la flotta dell’ammiraglio Nasar chiudeva dal mare ogni via di scampo, misero fine al quarantennio di occupazione musulmana e restituirono la città ionica all'ambito politico cristiano, seppure in salsa greco-bizantina.  L’occupazione greca di Taranto non risparmiò alla città alcuna violenza: moltissimi abitanti di origine latino-longobarda, ormai di costumi essenzialmente islamici, furono per questo epurati dei propri beni e venduti come schiavi dal generale Apostyppes. Il vuoto demografico fu colmato da circa 3.000 coloni fatti immigrare forzatamente dalla Grecia, in particolare dal Peloponneso, a ripopolare una città ormai avviata verso un inesorabile declino economico e sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una nuova incursione saracena si ripropose il 15 agosto del 927, allorquando le schiere musulmane guidate dallo slavo Sabir distrussero completamente la città, uccidendo gran parte dei suoi abitanti e deportando gli scampati. Riferisce, nella sua cronaca, Lupo Protospatario: “&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Anno nongentesimo vicesimo septimo fuit excidium magnum Tarenti patratum et perempti sunt omnes viriliter pugnando: reliqui deportati sunt in Africam et factum est mense augusti in festivitate S. Maria&lt;/span&gt;".     Come scrive F. Gabrieli nel suo saggio "&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Taranto araba&lt;/span&gt;", soddisferebbe molto la nostra curiosità capire dati ed elementi che mancano nel silenzio delle fonti storiche tra l'840 e l'880. Poco o nulla sappiamo sull'eventuale riconoscimento di Taranto come stato musulmano, alla stregua di Bari, così come ignoriamo l'ubicazione dei luoghi di culto, dal momento che i fedeli islamici dovevano pur adunarvisi in preghiera, o dei rapporti con le popolazioni cristiane, apparentemente buoni, se non sono registrati episodi di ribellione. Insomma, tanti interrogativi ai quali solo recentemente la storiografia sta rispondendo in maniera più compita.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Bibliografia essenziale:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;F. Gabrieli, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Taranto araba&lt;/span&gt;, in "Cenacolo", IV (1974), pp. 3-8;&lt;br /&gt;G. Musca, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'emirato di Bari, 847-871&lt;/span&gt;, Bari 1967&lt;br /&gt;Porsia-Scionti, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Taranto&lt;/span&gt;, Roma-Bari 1989&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2475425783339818568?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2475425783339818568/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2475425783339818568' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2475425783339818568'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2475425783339818568'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/02/quando-i-musulmani-eravamo-noi.html' title='Quando i musulmani eravamo noi'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S3GSpvxV2ZI/AAAAAAAACLs/ZAxSzBKqP0s/s72-c/Vicolo2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1278999047444097860</id><published>2010-01-15T21:30:00.001+01:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.565+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>La peste a Taranto, tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZE28sDvqI/AAAAAAAACH4/Sg5lPGEpmOg/s1600-h/8.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 161px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZE28sDvqI/AAAAAAAACH4/Sg5lPGEpmOg/s320/8.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424098512008887970" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Qualche mese fa vi fu un interessante confronto sulla peste a Taranto. Tutto prese inizio dall'articolo di Mario Gianfrate apparso sulle colonne del Corriere del Giorno del 13 settembre 2009, p. 26. A questo articolo rispose, con competenza, il dott. Alberto Carducci, sulle colonne dello stesso quotidiano il 19 settembre, a p. 31. Consiglio di leggere entrambi gli scritti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Primo articolo:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando Taranto conobbe l'incubo della peste bubbonica&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Mario Gianfrate&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La notizia è di quelle che fanno accapponare la pelle. Dapprima bisbigliata, si diffonde con la rapidità del fulmine di casa in casa, nelle strade e nei vicoli della città vecchia, gettando una luce sinistra sulla popolazione: la peste, il terribile morbo che, solo nominare, genera terrore, è approdata a Taranto. E’ quanto basta per evocare nell’immaginario collettivo, scene raccapriccianti di morti accatastati e di improvvisati lazzaretti, di bubboni ascellari e di cinici monatti, descritte dal Manzoni nei “Promessi Sposi”. Casi accertati di peste bubbonica si sono, infatti, verificati il 7 settembre 1946 nell’Arsenale. Nei primi giorni, però, la notizia è stata tenuta sotto stretto riserbo per evitare inconsulti allarmismi; solo dieci giorni dopo l’Alto Commissariato per l’Igiene e per la Sanità pubblica emette un comunicato nel quale si conferma la presenza di focolai di peste bubbonica localizzata nell’Ufficio Spedizioni della Direzione armi dello stesso Arsenale. Il morbo ha già contagiato dieci operai che operavano all’interno dell’Ufficio; quattro di essi sono deceduti mentre gli altri sono stati isolati nel Lazzaretto. Qui spirerà un altro degli operai infettati dall’epidemia. Misure profilattiche scattano, comunque, tempestivamente con la sospensione del lavoro all’Arsenale per due giorni e del servizio tranviario; i provvedimenti predisposti dal Prefetto, d’intesa con le Autorità Militari italiane e alleate, decretano anche la chiusura di tutti i locali di pubblici ritrovi. Malgrado nei giorni successivi altri due operai – uno dei quali di Grottaglie, cittadina dove la sera fa ritorno – hanno contratto la peste, i divieti vengono revocati: all’Arsenale il 12 si riprende l’attività lavorativa e i pubblici locali possono riaprire a condizione però, come precisa un’ordinanza prefettizia, “siano sistematicamente sottoposti a trattamento con sostanze parassiticide, in conformità alle disposizioni che verranno impartite dal medico provinciale”. I cittadini sono, invece, invitati a segnalare “senza timore” al Laboratorio Provinciale di igiene e profilassi, la presenza di topi morti. Sono proprio i topi, infatti, veicolo dell’infezione che sembrava definitivamente debellata nel Paese. La popolazione però è atterrita dallo spettro di una epidemia che non lascia scampo e, come sempre accade in circostanze analoghe, più che nei consigli medici cerca rifugio e protezione nell’intervento salvifico dei santi e della religione. Il 26, l’Ufficio Sanitario della Prefettura emette un nuovo comunicato: “La distruzione delle pulci – si rileva – e degli insetti in genere è il miglior mezzo di profilassi della peste. E’ quindi opportuno usare polveri e liquidi insetticidi per le abitazioni e per gli abiti ed è necessario la pulizia della persona”. Presso la Prefettura viene, intanto, costituito un Comitato per la lotta contro la peste composto dal Medico Provinciale, da due ufficiali medici alleati, dal direttore della Sanità Militare territoriale di Bari, da un batteriologo della Direzione di Sanità Militare Marittima di Taranto e dal Direttore del locale Laboratorio provinciale igiene e profilassi. Due giorni dopo, però, un nuovo caso seppur isolato. Proseguono, comunque, gli interventi di profilassi: dal 1° ottobre le Autorità Alleate, d’intesa con quelle italiane, iniziano un trattamento con sostanze parassiticide negli scantinati, nei pianterreni e ai piani alti delle abitazioni, strade comprese, tra le palazzine e il ponte girevole: Via Cesare Battisti, Acclavio, Mazzini, Leonida, Di Palma, Piazza Immacolata, Piazza Rammellini e Via D’Aquino. Il 4 viene affisso un manifesto del Prefetto che consiglia ai cittadini alcune misure pratiche da adottare in “carenza di trappole per topi e di veleni”; si tratta di spargere, in prossimità delle proprie abitazioni, una miscela composta da “gesso in polvere parti 6, farina parti 2, zucchero parti 1”, facendo ben attenzione, quando la si prepara, di far uso “di cucchiaio senza toccarla con le mani perché i topi la fuggono sentendo odore dell’uomo”. Il miscuglio va, quindi, “disposto a mucchietti davanti ai quali è opportuno disporre un recipiente pieno di acqua perché i topi, bevendo dopo aver mangiato, muoiono per occlusione del tubo digerente”. Viene altresì suggerito di “bruciare i topi morti”. In ogni caso si dà corso a una vaccinazione di massa consistente in due iniezioni fatte a distanza di una settimana. Lo spettro della peste che, per un attimo, ha fatto tremare Taranto – e Grottaglie -, si dissolve, consentendo il ritorno della vita di tutti i giorni alla sua normalità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0); font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;Secondo articolo&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;La verità sulla peste a Taranto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Alberto Carducci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul Corriere di domenica scorsa 13 settembre è comparsa una pillola di storia a firma di Mario Gianfrate, a proposito della peste bubbonica tarantina del “settembre 1946”. Mi preme avvertire i lettori che l’anno indicato nell’articolo è inesatto, poiché l’episodio epidemico pestoso di Taranto – l’ultimo segnalato in Europa – rimonta agli inizi del settembre dell’anno precedente e risulta già concluso entro la fine del 1945. Il focolaio epidemico ha preso corpo durante l’occupazione militare alleata della città, in concomitanza allo sbarco in Arsenale di un carico di cascami di cotone arrivati da Malta con un mercantile inglese, che durante la navigazione aveva presentato a bordo un caso di peste con decesso, non denunciato alle nostre autorità. La pillola di storia indica inoltre un numero inferiore di contagiati a Taranto (in realtà nel 1945 ce ne furono circa trenta, tra civili e militari, con una mortalità del 50%), segnala un clima di panico cittadino che in realtà non si verificò e, in particolare, non rende giustizia alla convulsa opera di contrasto a una patologia non di routine attuata da alcuni ufficiali medici della Marina Militare Italiana (Umberto Monteduro, Giuseppe Barbagallo, Alfonso Leone, ecc.) che, con i precari mezzi a disposizione, riuscirono a spegnere l’epidemia in soli quattro mesi, giovandosi (la circostanza va sottolineata) della fattiva collaborazione degli Inglesi, che misero a disposizione, oltre alle prime dosi di vaccino antipestoso, anche alcune novità terapeutiche (DDT, Penicillina), nonché l’esperienza di due ufficiali medici indiani in servizio nell’ospedale militare alleato di Statte (all’epoca in India la malattia era allo stato endemico) e dei due artefici della derattizzazione nel porto fluviale di Londra. A chi volesse approfondire l’argomento, estremamente interessante, consiglio la lettura di alcune pubblicazioni: a partire da quella del direttore del Lazzaretto Municipale di Taranto (A. Gentile, 1946) agli articoli giornalistici comparsi in occasione del 40° anniversario dell’episodio di peste tarantina su alcuni quotidiani pugliesi, con i ricordi di due protagonisti del tempo: gli ufficiali medici in pensione Giuseppe Barbagallo, (“Corriere del Giorno”, 26 settembre 1985) e Alfonso Leone, (“Gazzetta del Mezzogiorno” , 17 settembre dello stesso anno). Il secondo autore è ritornato sull’argomento nel 2000, in forma esaustiva, con una preziosa documentazione inedita e con un’ampia prefazione di Giovangualberto Carducci sulla rivista di storia patria tarantina “Cenacolo”. Nel 2001, dopo aver esperito ricerche in alcuni archivi (Leone, Storico del Comune di Taranto, ecc.) e interrogato a lungo i due ufficiali medici, ho avuto modo di riferire sulla peste tarantina (misconosciuta per il veto imposto nel 1945 dagli Alleati) al XLI Congresso Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina (vedi Atti, Mesagne 2002), in un momento di viva attualità per l’incombente minaccia bioterroristica. Nel maggio 2002 l’argomento è stato ulteriormente analizzato a Taranto in occasione del Convegno (con mostra documentaria) organizzato da Ada Del Conte, (presidente della locale Associazione Culturale L’Immagine) a Palazzo di Città, con l’intervento dei due ultranovantenni protagonisti dell’evento all’epoca ancora in vita: l’ammiraglio medico Giuseppe Barbagallo (nel 1945 direttore della Sala Medica dell’Arsenale) e il capitano medico Alfonso Leone (all’epoca ufficiale addetto alla Direzione di Sanità di Taranto), nonché i familiari del Direttore di Marisan generale medico Umberto Monteduro e del dott. Arturo Gentile, direttore del Lazzaretto Municipale. A tutti i personaggi, già premiati nel 1948 con una medaglia per i benemeriti della Sanità italiana, in occasione del Convegno è stata donata una targa di riconoscenza dell’Amministrazione tarantina. Nel 2004, al generale medico Umberto Monteduro, il vero protagonista della lotta antipestosa, è stata poi intitolata una strada cittadina. Più di recente, il periodico tarantino “Voce del Popolo” ha dedicato alcune pagine, a più voci, a “L’ultima peste d’Europa” (15 gennaio 2005).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1278999047444097860?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1278999047444097860/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1278999047444097860' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1278999047444097860'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1278999047444097860'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/01/la-peste-taranto-tra-ricostruzioni.html' title='La peste a Taranto, tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZE28sDvqI/AAAAAAAACH4/Sg5lPGEpmOg/s72-c/8.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8210285178093263182</id><published>2010-01-13T21:14:00.004+01:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.566+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Una fetta di storia di Taranto tra Chiese e conventi cappuccini</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZBPorXhuI/AAAAAAAACHg/D1_aejyOAs8/s1600-h/6.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 252px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZBPorXhuI/AAAAAAAACHg/D1_aejyOAs8/s320/6.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424094538087499490" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Dal Corriere del Giorno di venerdì 5 dicembre 2008, pp. 32-33&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;Una fetta di storia di Taranto tra Chiese e conventi cappuccini&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di &lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Ornella Sapio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(direttore Archivio di Stato&lt;/span&gt;)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sino a metà ottocento, momento della nascita del borgo, Taranto era ristretta alla odierna parte della città vecchia: sorgeva su una piccola lingua di terra estesa poco più di 25 ettari di superficie. Quando nel XVI secolo l'arcivescovo monsignor Brancaccio effettuò la sua visita pastorale (1576 - 1578), nei quattro pittaggi della città vi era un numero davvero notevole di chiese e cappelle: 13 nel pittaggio Baglio, 7 in S. Pietro, 6 in Turripenna e 6 nel pittaggio Ponte. Vi erano “intra menia” i monasteri di S. Domenico, di S. Giovanni Battista, dei Francescani, degli Agostiniani e dei Celestini, “extra menia” i Riformati di S.Antonio, i Paolotti , i Carmelitani, i Cappuccini e i Benedettini olivetani di S. Maria della Giustizia. Dal censimento effettuato nel 1746 per compilare il Catasto Onciario risulta inoltre che a metà 700 Taranto era abitata da 11.526 anime di cui 398 erano religiosi, oltre il 3% della popolazione, con una media approssimativa di 1 religioso ogni 29 abitanti, 16 erano le Confraternite in attività. Alla luce di quanto detto è evidente il peso che sino all'arrivo dei francesi hanno avuto nella organizzazione sociale le strutture ecclesiastiche. Esse per altro si accollavano anche compiti non esclusivamente spirituali come la gestione di un delicatissimo settore, quello caritativo - assistenziale. Inoltre Monasteri, Confraternite, Chiese, Capitolo e Clero erano fortemente radicati nel tessuto economico cittadino: possedevano case, terre, masserie e peschiere. La loro solidità economica, garantita da continui lasciti e donazioni e sorretta da una serie di privilegi ed esazioni da tasse e balzelli, permetteva loro di esercitare anche una notevole attività creditizia. Premessa questa notevole e significativa presenza delle strutture ecclesiastiche nella vita economica, sociale, architettonica, artistica, spirituale e culturale della città di Taranto, ne consegue una ricchezza di documentazione da esse prodotta nei secoli; documentazione, laddove non sia andata dispersa, conservata soprattutto negli archivi parrocchiali, diocesani o nelle case generalizie dei diversi ordini religiosi. Ma la forte presenza prima accennata degli apparati ecclesiastici nella vita economica e civile della città, ci permette di reperire molta documentazione anche nell'Archivio di Stato. Ed è appunto un veloce viaggio nei secoli attraverso alcuni documenti, reperiti nei diversi fondi conservati nell’Archivio di Stato di Taranto ed utili a suggerire alcuni temi d’indagine sulla presenza dei Cappuccini nella città bimare, ciò che si propone questa breve comunicazione. I Cappuccini giungono a Taranto nel 1534 e fondano il loro Convento di S. Maria della Consolazione vecchia sul fiume Galeso: qui nel 1536 si svolge il primo Capitolo Provinciale. Di quel Convento ci resta la descrizione del già citato Monsignor Brancaccio durante la sua visita pastorale nella diocesi effettuata nel 1578, testo conservato presso la Curia Arcivescovile di Taranto. All’epoca quell’edificio non era più sede dei padri Cappuccini che lo avevano abbandonato in quanto paludoso e quindi insalubre. Già dal 1556, infatti, i frati avevano edificato un nuovo convento sul Mar Grande, un sito di particolare importanza sulla via che giungeva dalla Capitale, vicino al porto e poco distante dalla porta di accesso alla città fortificata: ciò rese il Convento dei Cappuccini luogo di passaggio e spesso di sosta per chiunque avesse voluto entrare in città. Li si rifugiarono ad esempio durante i moti rivoluzionari del 1799 alcuni rappresentanti del governo democratico cittadino in attesa del sovrano perdono prima di essere riammessi in città; lì un secolo prima (1613) sostò per il pranzo e dovuto riposo il neo eletto Arcivescovo di Taranto Bonifacio Caetani prima di entrare trionfalmente in città e prendere possesso nella sua nuova Diocesi. Dediti alla follatura dei panni con lane tessute dai vicini conventi, ben presto i frati Cappuccini sentirono l’esigenza di una gualcheria che costruirono, nel 1597, poco distante dal loro primo convento sul Mar Piccolo, non più però sulle foci del Galeso ma a ridosso del fiume Cervaro, su un terreno donato dai nobili tarantini Francesco e Scipione Marrese, il Convento dei Battendieri. Un luogo anch’esso spesso malsano, tant’è che i Cappuccini della vicina terra di Grottaglie lamentavano che i frati ivi residenti (5 o 6) spesso si ammalavano, giungevano a Grottaglie per curarsi, usufruendo per di più delle già scarse elemosine ad essi esclusivamente destinate. Il problema delle elemosine è uno dei temi più ricorrenti nei documenti rintracciati, perché spesso motivo di attrito tra i vari Conventi e all’interno delle stesse famiglie francescane.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Cappuccini di Grottaglie per tutto il Seicento si opposero alla formazione nella loro città di un nuovo Monastero dei Riformati per lo stato di assoluta povertà in cui vivevano a causa delle scarse elemosine loro elargite dalla Università. Anche i Cappuccini di Taranto lamentavano la scarsezza delle elemosine: nel 1736, quando furono dall’Arcivescovo Giovanni Rossi interrogati, insieme alle altre famiglie religiose presenti a Taranto, sull’opportunità della fondazione in città di un monastero degli Alcantarini, dettero il loro assenso (a differenza dei riformati del Monastero di San’Antonio) ma per soggezione -si disse- nei confronti di alcuni loro benefattori che gradivano tale fondazione. In realtà di elemosine avevano bisogno in città due Conservatori femminili e inoltre si stava costruendo un nuovo monastero di clausura, il Monastero delle Cappuccinelle sotto il titolo di San Michele Arcangelo, voluto per lascito testamentario, di un secolo prima, del nobile tarantino Giovanni Protontino: grande era l’ammirazione dei tarantini verso gli insegnamenti e l’azione dell’Ordine. Nel 1713 era stata posta la prima pietra della nuova struttura e nel 1766, con grande soddisfazione dei nostri frati, fecero il loro ingresso le prime monache cappucci nelle; prima direttrice fu una discendente della famiglia Marrese, a testimonianza ancora una volta della adesione della famiglia alla dottrina predicata dai frati Cappuccini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’affetto e ammirazione per lo stile di vita e le opere compiute in città dai frati, si univa la gratitudine di tutto il popolo tarantino per il loro prodigarsi nella cura degli infermi durante le varie ondate di pestilenza che colpirono la città. I frati non mancavano di accorrere a prestare le loro cure anche a coloro che da lontano arrivavano nel nostro porto e, ammalati, trovavano asilo nel lazzaretto ubicato vicino al loro Convento. Sulla scia di tale secolare abnegazione nell’Ottocento il decurionato cittadino decise di adibire ad Ospedale per la cura del colera, appunto, il monastero di Santa Maria della Consolazione. L’Ottocento è un secolo di sconvolgimenti per la storia delle nostre terre: cambiamenti nelle strutture amministrative, politiche ed economico sociali. Lo Stato si laicizza reclamando a sé la gestione della pubblica beneficenza. Con decreto murattiano del 1809 si sopprimono gli ordini religiosi: tutti i locali dei conventi soppressi, che già durante l’occupazione francese di inizio secolo erano stati requisiti per alloggiare le truppe, vengono destinati ad uffici pubblici. L’opera di smantellamento delle strutture ecclesiastiche prosegue con maggior forza con l’unità d’Italia: il decreto del 7 luglio del 1866 stabilisce la soppressione di tutti gli ordini religiosi, abbazie, collegiate, benefici. L’intero patrimonio da essi accumulato nel corso dei secoli viene rivendicato dallo Stato e passa tra i beni del pubblico demanio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Commovente nel 1864 la supplica rivolta dai frati Cappuccini al Comune di Taranto perché intervenisse presso il Ministero delle Finanze al fine di evitare che il loro convento fosse adibito a Caserma di finanza. Grandi erano stati i meriti dei frati -riconosceva la massima assise tarantina- nella cura spirituale delle anime, nella amministrazione del culto e grande tributo era stato da essi pagato all’epoca del brigantaggio. Nel 1866 dalla Cassa Ecclesiastica , cui era pervenuta nel 1812, viene invece ceduta al Comune la chiesa dei Cappuccini di Santa Maria della Consolazione, a patto che dal Comune non fosse eletto come cappellano un frate cappuccino. Interessantissimo l’atto di vendita del 18 marzo 1866 con il quale la società anonima per la vendita dei beni del Regno d’Italia cede al comune di Taranto per £ 11.510, 85 il Convento dei frati Cappuccini e annessi terreni. Più volte messo all’asta negli anni precedenti, sarà infine acquistato dal Comune per allocarvi la Guardia di Finanza. Analitica è la descrizione che nell’atto si dà dell’intero complesso. La presenza dei Cappuccini in città si identifica, inoltre, con una delle chiesette più cara ai tarantini, la Chiesa della Croce. E’ accreditata tradizione che questa Chiesa, posta su un poggio vicino al Convento di S. Maria della Consolazione, sia stata edificata per cura del frate cappuccino Beato Angelo di Acri. Dall’esame del ricco e affascinante fondo del notarile è emerso un prezioso documento che c’illumina circa la costruzione della chiesetta, già presente nel 1698; interessante perché si va a retrodatare quanto sino ad oggi riportato nella bibliografia. Nel 1698 i coniugi Pietro Paolo Zuccaretto e Caterina De Boscita ratificano la vendita effettuata qualche anno prima di sette ettari di terra sulle quali era stata edificata la nuova chiesa della Croce. La zona veniva ceduta al deputato della venerabile chiesa Giovanni Battista Dominoroberti per duc. 15: comprendeva l’edificio sacro, una abitazione per il”cercante e un orto per piantarci anco qualche poco di fogliame “Alla Cappella si accedeva per una strada larga e lunga palmi 14 che collegava la scalinata della chiesa alla via che portava ai Cappuccini. Suggestivo è anche il disegno inserito in un atto di vendita del 1783 del tutto estraneo ai frati cappuccini (ma il fascino del fondo notarile è appunto nel contenere dati preziosi spesso nascosti nel tessuto narrativo di atti attinenti affari diversi); esso ci mostra con pochi tratti la chiesetta della SS. Croce ubicata sull’Appennino dei Cappuccini vicino a taverne, botteghe e fornaci per cuocere creta. La chiesa era frequentata dai facchini del vicino porto, “i vastasi”, che per secoli l’ebbero in cura. Nel 1835 tale classe ottenne dal re Ferdinando II l’assenso per la fondazione di una Confraternita, che da quel momento si prodigò nel mantenere vivo il culto per il SS. Crocifisso e nelle necessarie opere di restauro all’edificio. Utilizzò probabilmente i proventi del lascito testamentario che nel 1836 accordò alla Confraternita il signor Cataldo De Benedictis in cambio di 30 messe e di una adeguata sepoltura nell’interno della stessa Chiesa. Negli anni Ottanta del secolo scorso la chiesetta rischiò di essere abbattuta; si è salvata, per intervento dei cittadini, dalla cancellazione ma non dal degrado in cui ancora oggi versa insieme al convento di S. Maria della Consolazione. Il Convento di Battendiero di proprietà privata è invece recentemente stato ristrutturato. I Cappuccini oggi sono presenti in città nella moderna chiesa di S. Lorenzo da Brindisi, eretta con decreto del 1957, ed edificata su progetto del 1970.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8210285178093263182?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8210285178093263182/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8210285178093263182' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8210285178093263182'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8210285178093263182'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/01/una-fetta-di-storia-di-taranto-tra.html' title='Una fetta di storia di Taranto tra Chiese e conventi cappuccini'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0ZBPorXhuI/AAAAAAAACHg/D1_aejyOAs8/s72-c/6.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-7414783388578078593</id><published>2010-01-11T20:29:00.000+01:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.567+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>La rivoluzione del 1799 a Martina e Locorotondo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y3gxDFjbI/AAAAAAAACG8/Iecqd44Uxqg/s1600-h/3.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 223px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y3gxDFjbI/AAAAAAAACG8/Iecqd44Uxqg/s320/3.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5424083837275966898" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Pubblico volentieri sul mio blog un articolo tratto dal Corriere del Giorno di sabato 5 dicembre 2009, p. 30, dal titolo: "Quando da Locorotondo partì l'attacco a Martina. L'albero della Libertà era piantato nella piazza comunale".Le notizie storiche fornite dall'autore non sono state controllate dal sottoscritto. Eventuali errori sono quindi da addebitare all'estensore dell'articolo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;La rivoluzione del 1799 a Martina e Locorotondo&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Martina Franca, sabato 16 marzo 1779, verso mezzogiorno. Dalla torre di cinta la sentinella avvista una fiumana di uomini armati di fucili e di cannoni convergere minacciosa sulla cittadina, proveniente da Locorotondo. Sono poco più di millecinquecento sanfedisti che danno luogo a una vera e propria rivolta antifrancese, decisi a piegare la giacobina Martina dove è stato innalzato l’albero della libertà. Alla loro guida c’è l’avventuriero De Cesare che si presenta come il Duca di Sassonia. Durante la marcia di confluenza sulla città jonica hanno fatto razzia e usato violenza nelle masserie presenti sul tragitto. Stessa ora, sulle alture di Monte Tullio. Anche qui si sono ormai concentrate le truppe di fanti e cavalieri giunti da Taranto con a capo Boccheciampe che, a sua volta, dice di essere il fratello del Re. Partita da Brindisi, l’armata si è man mano ingrossata attraversando vari paesi – Oria, Manduria, Francavilla, la stessa città di Taranto - : vi si sono aggregati sanfedisti, soldati sbandati di quello che fu l’esercito borbonico, ma, anche, masnadieri e individui di infima lega. L’avanzata è ostacolata dai detriti e dalle barricate che ostruiscono la strada e che ritarda di qualche ora l’azione guerresca dei realisti. Già nel pomeriggio, comunque, l’assedio può considerarsi concluso. Su Martina sono puntate numerose bocche di cannoni pronte a domare la resistenza dei difensori della causa repubblicana. Ma parte proprio d al l’interno della città, da Porta Stracciata che domina la depressione del Votano, la prima cannonata che scompiglia per un attimo le fila degli assedianti. Il cannone di legno, però, costruito da un falegname, si sfalda dopo aver sparato quel sol colpo. Ore diciotto circa: sotto una scrosciante pioggia, inizia il cannoneggiamento sulla città. I colpi, per il momento, risultano inefficaci perché, seguendo un tiro dal basso verso l’alto, provocano solo qualche danno agli edifici deflagrando sulla strada. Dalle ventiquattro torri di fortificazione, i martinesi rispondono con un nutrito fuoco di fucileria. Ore ventuno, sulla strada di San Michele. Narra nel suo manoscritto il patriota carbonaro Michele Santoro che, nel buio appare un uomo a cavallo con in mano una bandiera bianca. Chiede a gran voce l’armistizio. Per tutta risposta è abbattuto da una scarica di fucilate. Ma è chiaro ai repubblicani martinesi il precipitare degli eventi. Una improvvisata riunione per decidere se arrendersi o proseguire la lotta delibera la resistenza a oltranza. Sperano nell’aiuto del Duca e di una quarantina di armigeri posti a difesa del Palazzo Ducale. Sarà proprio il loro tradimento ad agevolare l’irrompere in Martina delle orde filoborboniche. 17 marzo, prime luci dell’alba. Riprende inesorabile il cannoneggiamento su Martina. Nella notte sono stati posizionati altri cannoni d’assedio al Largo dei Paolotti. I difensori della città si battono come possono ma il loro ardore ha i minuti contati. Verso le ore dieci, al Palazzo Ducale. Intere colonne di assedianti penetrano nella città attraverso un portone del Palazzo, attuando un piano stabilito in Fasano. Segue una fase convulsa: si combatte in ogni angolo della città, al Carmine come a San Francesco. I repubblicani martinesi capitolano però quando - si ricava dalla testimonianza del Santoro - un drappello di giacobini capeggiati dal fervente alfiere della libertà Angelo Martino Desiati, diretto al Palazzo Ducale per liberarlo dai realisti, è accolto da una salve di fucilate. Il Desiati resta a terra privo di vita. E’ la fine di ogni illusione. Il panico dilaga irrefrenabile tra la popolazione – anche i sanfedisti di Martina temono per la loro incolumità - : chi possiede armi in casa li getta nel pozzo per evitare di essere considerato un giacobino; c’è chi si traveste da contadino, chi cerca disperatamente un nascondiglio nelle chiese ritenute, a torto, un luogo sicuro; chi, tra i maggiori esponenti del giacobismo martinese come Martucci, Casavola, Simeone, Scatigna e altri, col favore delle tenebre riesce a mettersi in salvo attraverso un’uscita in prossimità della neviera di don Simini che conduce fuori dal Carmine. I fuggitivi raggiungeranno Napoli, dopo un lungo ed estenuante viaggio. La città di Martina è preda di ogni sorta di violenza. Diecimila e più invasori scorrazzano per le vie della città seminando morte e terrore. Sul Ringo, gli invasori scaricano all’impazzata i loro fucili contro i balconi in una caccia spietata ai giacobini. Le porte delle abitazioni vengono abbattute, come vandali i sanfedisti entrano nelle case, le devastano, le saccheggiano, stuprano le donne. Le prime a essere assalite sono state le abitazioni di Martucci, di Oronzo Basile e del medico D’Arcangelo. L’ottuagenario patriota, a letto perché ammalato, viene scaraventato giù nudo, sulla strada, morendo come un cane, tra spasimi atroci. Identica la fine di Mastro Michele Ceglie, sospettato di simpatie per i giacobini e per questo sottoposto a sevizie e ammazzato. Il suo cadavere rimarrà esposto, come monito, per ventiquattro ore. L’albero della Libertà piantato nella piazza comunale, è distrutto e i pezzi portati a Taranto per essere bruciati. Le ombre della sera di questa raccapricciante giornata di violenza e di terrore, calano sulla cittadina mentre continua incessante la pioggia. Gruppi armati girano ancora per le strade alla ricerca dei nemici e per depredare le case ma, anche, le chiese. Si viola persino il Convento delle Monache della Purità che, oltre a veder portar via le loro poche risorse, subiscono ogni sorta di violenza. Dai vari rioni, malgrado l’oscurità e la pioggia, si odono urla, gemiti di dolore, invocazioni di aiuto, schioppettate. I cadaveri, ormai, non si contano. Nelle giornate seguenti proseguono gli arresti dei repubblicani; l’arciprete don Francesco Semeraro viene catturato mentre celebra messa nella Chiesa Matrice. Domenico Colucci, padre domenicano, per non cadere nelle mani degli aguzzini, si getta in una cisterna collocata nell’atrio del Convento: il suo cadavere emergerà l’indomani, gonfio e irriconoscibile. Ma l’obiettivo dei borboni è l’Arcivescovo Capocelatro: sarà scovato in un nascondiglio nella casa del conte Tommaso Barnaba. Martina Franca, l’indomita cittadina fieramente fedele alla difesa degli ideali della Repubblica Partenopea, può considerarsi ricondotta all’ordine legittimista.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-7414783388578078593?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/7414783388578078593/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=7414783388578078593' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7414783388578078593'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7414783388578078593'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/01/la-rivoluzione-del-1799-martina-e.html' title='La rivoluzione del 1799 a Martina e Locorotondo'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Y3gxDFjbI/AAAAAAAACG8/Iecqd44Uxqg/s72-c/3.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-2752591184001274388</id><published>2010-01-08T10:47:00.001+01:00</published><updated>2010-10-15T11:36:31.586+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Scritti sul medioevo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0BouOB82NI/AAAAAAAACGc/RbpdlQFEi8M/s1600-h/torrenova.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 184px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0BouOB82NI/AAAAAAAACGc/RbpdlQFEi8M/s320/torrenova.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5422449094603626706" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’affascinante caso della vera “Torre Nuova” e delle finte torri centenarie.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Gianluca Lovreglio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0); font-style: italic;"&gt;(già edito a stampa in "Voce del Popolo", anno 7, numero 20, del 11 ottobre 2009, pp. 20-21).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;© Gianluca Lovreglio 2009. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione dell’autore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttora ignorato a favore di un più prestigioso e splendente passato magno-greco, il medioevo vissuto dalla nostra città nasconde tuttavia aspetti affascinanti e - a volte - misteriosi, tutti da scoprire. Per illuminare secoli di storia dimenticata, un ottimo angolo di osservazione è lo studio delle fortificazioni della città bimare.&lt;br /&gt;Il nuovo impulso ricevuto in questi anni dalle ricerche sul castello ha contribuito a far compiere un enorme passo in avanti rispetto alle troppe ricostruzioni, alcune delle quali decisamente fantasiose, che gli intellettuali tarantini attivi tra '800 e '900 avevano dato della storia della città. È un dato storiografico ormai acquisito, per esempio, che il primo castello (inteso come struttura fortificata autonoma) a Taranto sia stato opera dei Normanni prima della formazione del regnum meridionale.&lt;br /&gt;La fortezza aragonese è stata dunque riedificata o riadattata nello stesso sito del castello normanno, un luogo che ha conservato, nel corso dell'intera storia tarantina, le caratteristiche strategiche peculiari per la difesa della città. La storia del “castello vecchio” di Taranto è ancora tutta da riscoprire, e conserva il fascino di un periodo, il Rinascimento, che in qualche misura ha visto la città jonica protagonista e scenario di contese e passioni umane.&lt;br /&gt;All’interno di questa cornice, le vicende dei due principi di Taranto, Raimondello e Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, hanno un testimone d'eccezione: proprio il castello che i Normanni edificarono e che gli Svevi e i primi sovrani angioini trascurarono ignorando - per vari motivi - la sua manutenzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il quadro storico era in quel tempo tra i più complessi ed avvincenti: all’inizio del Quattrocento l'unione coniugale tra Maria d'Enghien e Ladislao D'Angiò si rivelerà controproducente sia per la principessa sia per il futuro del principato. Ma in questa sede c'interessa esaminare un altro aspetto della vicenda: il fatto che il matrimonio più famoso della città jonica fu fastosamente celebrato nella cappella situata all'interno del castello normanno, come attesta un manoscritto dell'Archivio Dipartimentale di Marsiglia del 1406 che riproduce il giuramento di fedeltà prestato assieme all'omaggio feudale da Maria d'Enghien, quale principessa di Taranto, al sovrano Luigi II.&lt;br /&gt;Dopo la morte di Ladislao, avvenuta nel 1414, il Principato di Taranto passò prima a Giacomo della Marca, marito della nuova regina Giovanna II, quindi, nel 1420, a Giovanni Antonio Del Balzo-Orsini il quale, dopo aver sposato nel 1417 Anna Colonna, nipote del papa Martino V, riottenne il principato con l'appoggio della madre ed ebbe molta importanza a corte, attirandosi però l'ostilità della regina Giovanna II.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma torniamo alle vicende più dei pressi del Galeso. La nostra macchina del tempo è un inventario dei beni posseduti dall'Orsini, definito "più potente del re", databile tra il 1420 e il 1435, a noi pervenuto grazie ad una copia napoletana. Grazie ad esso possiamo tracciare il punto delle fortificazioni della città nel periodo appena antecedente la loro ricostruzione. L'universitas tarantina rivendica al principe inutilmente il proprio dominio su fortificazioni, artiglierie, munizioni da guerra per averle allestite a proprie spese. In realtà si tratta di adempimenti di prestazioni obbligatorie, alle quali la città è tenuta e per le quali è autorizzata ad avvalersi del contributo dei casali e dei baroni del territorio. Grande impulso riceve in questo secolo la costruzione di torri e castelli. Per una volta soltanto nella sua storia, forse, gioca nel destino di Taranto un periodo di pace relativa, oppure il fatto che si ritenesse una città inespugnabile: contro ogni considerazione strategica, nella città ionica sembra non esserci traccia, riguardo alle fortificazioni, di interventi del suo ultimo principe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal passato rinascimentale emerge infine un nuovo protagonista in pietra, in parte ancora misterioso: la Torre Nuova. Un documento - tratto dal quaderno dei conti del razionale e uditore del principe Giovanni Antonio Orsini - conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli e datato al 1458, segnala le spese assegnate a tale Letterio de Lavello detto “castellano” della "Turris Nova" e Domenico Abbate di Martina, citato come castellano principale della "Turris de medio nominate domini principis Raymundi". Un bel dilemma da risolvere, dal momento che fino a questo momento le fortezze tarantine risultano essere due, vale a dire, oltre al castello, la torre di Raimondello.&lt;br /&gt;Citata anche come fortino, la Torre Nuova è una delle torri appartenenti alla cinta muraria, situata dalla parte del mar piccolo. Lo storico Speziale, pur non entrando nel merito, la riporta come una fortificazione innalzata dopo il 1480, contemporaneamente alla ricostruzione del castello e delle mura. Con maggiore precisione crediamo si possa affermare che la torre dei documenti del 1458 sia la stessa alla quale si riferisce Speziale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si hanno più notizie documentarie sulla torre nuova fino all’epoca della sua distruzione, ma essa ci appare variamente disegnata in tutte le riproduzioni della città che ci sono pervenute.&lt;br /&gt;Gli anziani tarantini ancora oggi ricordano questa costruzione, che nel dialetto prendeva il nome di “Ternova”, e alcuni sanno anche descriverla approssimativamente. Demolita per ordine di Mussolini nel 1936, in nome di quella cultura del piccone ancor oggi dura a morire, la torre aveva una forma rettangolare, con il lato più lungo rivolto verso la Marina. Le misure dovevano essere all’incirca m 150 in lunghezza e m 50 in larghezza. Negli anni ’30 si presentava come una costruzione a due piani.&lt;br /&gt;Guardando la torre dalla marina, appariva una scala esterna all’edificio, addossata al lato destro, che conduceva agli ambienti superiori; all’altezza della strada si aprivano due entrate per altrettanti locali, mentre solo due finestre, con arco a sesto acuto, si aprivano sul piano superiore, oltre all’ingresso in cima alla scalinata. Guardando dal mare piccolo, al primo piano si aprivano numerose finestre affiancate di forma rettangolare, e gli ingressi di due locali all’altezza della strada. Non erano presenti merli o cannoniere sul tetto, il che fa pensare, dopo aver osservato le riproduzioni pervenuteci, che la costruzione dovesse essere in origine più alta dei 30 metri con i quali si presentava negli anni ’30. L’interno era abbastanza povero, con le coperture voltate a botte o a crociera.&lt;br /&gt;Triste destino, quello della Torre nuova. Sino a qualche anno fa era possibile rintracciarne il disegno delle fondamenta rase al suolo, passeggiando dinanzi alla chiesa di San Giuseppe. La ricostruzione della banchina effettuata con i fondi Urban ha cancellato per sempre persino la memoria di questo monumento. La “Taranto che si rinnova autodistruggendosi” come lamentava Antonio Rizzo dalla “Voce”, ha colpito ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questa stramba città accade anche, ma solo a chi rispolvera testi di cento e più anni fa, di arrovellarsi intorno a costruzioni fantasiose inventate a bella posta dagli uomini di cultura del passato allo scopo di “nobilitare” la storia della propria provincia, così come era costume in quel tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di altre torri, di epoche diverse, alcuni studiosi tarantini hanno voluto tramandarci una falsa memoria. “Torri di carta” - si direbbe - che esistono tra pagine di inchiostro ingiallito ma che non hanno mai visto una sola pietra di quelle vere. Una di queste è la fantomatica torre definita la “centenaria”.&lt;br /&gt;Leggiamo lo storico seicentesco Merodio: Taranto era «dalla parte del mar grande [...] assicurata quella dagli insulti dei nemici da cento fortificatissime torri, una delle quali chiamata centenaria, si conservò in piedi sino all'anno 1480, nel quale fu demolita per ordine di Alfonso di Aragona, duca di Calabria, e le pietre di quella adibite per le fortificazioni dell'odierna città» ; insiste il Giovine, palesemente ricalcando: Taranto «in antico era munitissima perché circondata da cento torri, delle quali a tempo suo rimaneva ancora una, detta la centenaria, e con le pietre di questa e delle altre dirute il re Alfonso fortificò la città».&lt;br /&gt;Sia Merodio che Giovine copiano però un passo dell’umanista cinquecentesco Antonio De Ferraris detto il Galateo, che descrivendo la città di Otranto scrive: «La città antica era fortificatissima, si dice che il muro di cinta si congiungesse con cento torri [...]. L’ultima ha conservato il nome di Centenaria fino ai tempi nostri, i blocchi di pietra delle altre, per ordine di Alfonso, figlio di Ferdinando, furono trasportati e utilizzati per restaurare e fortificare la città» .&lt;br /&gt;Merodio, non contento del plagio, giunge a situare la torre a metà circa della cinta muraria che si affaccia sul mar Grande, tra la Cittadella e il Castello, un luogo sicuramente inutile per costruirvi una fortificazione di una qualche importanza. Persa dunque la possibilità di rintracciare i resti della cosiddetta torre “centenaria”, non ci resta che menzionarla tra le invenzioni degli uomini che per primi scrissero la storia della città.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-2752591184001274388?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/2752591184001274388/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=2752591184001274388' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2752591184001274388'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/2752591184001274388'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/01/anche-taranto-ha-avuto-il-suo-medioevo.html' title='Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0BouOB82NI/AAAAAAAACGc/RbpdlQFEi8M/s72-c/torrenova.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-266158674092375579</id><published>2010-01-05T10:25:00.002+01:00</published><updated>2010-10-15T11:36:31.587+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Scritti sul medioevo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Maruggio, città dei cavalieri</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0BnarVtYKI/AAAAAAAACGU/ikfJPwRbVOE/s1600-h/maruggio.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 199px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0BnarVtYKI/AAAAAAAACGU/ikfJPwRbVOE/s320/maruggio.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5422447659362115746" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Maruggio, città dei cavalieri&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Gianluca Lovreglio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0); font-style: italic;"&gt;(già edito a stampa in "Voce del Popolo", anno 7, numero 22, del 8 novembre 2009, pp. 20-21).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;© Gianluca Lovreglio 2009. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione dell’autore&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In tempi di riscoperte o approfondimenti storici sull’Ordine dei Templari, è doveroso segnalare l’opera di ricerca ed analisi certosina che ha compiuto &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Vito Ricci&lt;/span&gt; con la pubblicazione “I Templari nella Puglia medievale” (Edizioni dal Sud, pp. 144, euro 12).&lt;br /&gt;Ricci indaga sulla presenza dell’Ordine templare in Puglia seguendo un percorso rigidamente scientifico con l’utilizzo di fonti e documenti attendibili. Ne scaturisce uno studio solido e ben strutturato, fondato su una bibliografia ragionata e su grande cautela nella discussione di fonti e problemi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungi da qualsiasi indulgenza nei confronti delle recenti suggestioni letterarie, cinematografiche e televisive sui Templari, l’autore parte dagli aspetti storici sull’origine dei cavalieri cristiani rossocrociati – intorno al 1118 – per poi disegnare i loro insediamenti in Puglia, e la conseguente interazione con la dimensione sociale, politica, religiosa ed economica del territorio.&lt;br /&gt;La Puglia, grazie all’importanza strategica e commerciale dei suoi porti, ha accolto le prime &lt;span style="font-style: italic;"&gt;domus&lt;/span&gt; dei templari, che avevano il compito di difendere l’incolumità dei pellegrini diretti in Terra Santa. Lo studio analizza i pessimi rapporti con Federico II di Svevia, il periodo angioino e il declino (dal XIV secolo), conclusosi con le inquisizioni e il processo di Brindisi (15 maggio 1310).&lt;br /&gt;Le interpretazioni sulla fine dei monaci-cavalieri, spiega Ricci, sono in continuo aggiornamento,  Comprese le accuse – probabilmente costruite ad arte dagli inquisitori – di riti come il rinnegamento di Cristo o i baci osceni dei novizi agli anziani, oggi tanto di moda in tv.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella Puglia meridionale il numero degli stanziamenti templari, come in genere degli ordini religioso-cavellereschi, fu piuttosto esiguo. L’insediamento principale fu Brindisi, importante porto di imbarco verso la Terra Santa che aveva una posizione strategica e il ruolo di base della marina militare. In misura minore il medesimo discorso vale per Otranto. La limitata presenza è dovuta a diversi fattori, tra cui spicca la mancanza di donazioni a favore dell’Ordine, il carattere paludoso delle aree costiere e il numero esiguo di masserie. Di recente lo studioso Fiori ha individuato nella masseria di S. Sidero, tra Maglie e Melpignano, il tenimento di S. Isidoro appartenuto ai Templari. Oltre ai due porti di Brindisi e Otranto, i Templari ebbero una propria domus a Lecce, con possedimenti in tutto il Salento, tra cui a Manduria come ricordato in un documento del 1309, nel quale è riportato che il giudice Pietro Porcario di Aversa, al quale erano stati affidati i possedimenti templari in Terra d’Otranto, nominava dei procuratori affinché redigessero l’inventario delle proprietà dell’Ordine a Casalnuovo, nome con il quale era nota Manduria nel Medioevo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel tarantino vi è un paese fondato molto probabilmente dai cavalieri templari: si tratta di Maruggio, che assieme ad Alberona in Capitanata, sarebbe un caso di centro di fondazione templare accertato in Puglia. L’unico riferimento alla presenza di un insediamento templare a Maruggio ci è fornito da un atto del 1320. In tale documento è riportato: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Casale Marigii, fuit quondam Templariorum&lt;/span&gt; ossia che il che il casale di Maruggio un tempo fu proprietà dei cavalieri del Tempio. Di altre notizie non disponiamo. La studiosa Capone si è occupata ampliamente di Maruggio con una ricostruzione storica molto dettagliata. Nei registri di Carlo I d’Angiò viene riportato che la famiglia De Marresio era feudataria di Maruggio, ove si trovava un commenda gerosolimitana, senza ulteriore specificazione. La denominazione gerosolimitano, trattando di ordini monastico-cavallereschi, viene di solito attribuita ai Giovanniti. La Capone sostiene che nel caso di Maruggio si sia fatta confusione fra Giovanniti e Templari, anch’essi di fatto gerosolimitani, poiché il loro ordine venne fondato a Gerusalemme (Ordine del Tempio di Gerusalemme).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le attività svolte dai cavalieri a Maruggio sono da ricordare i lavori di bonifica e di prosciugamento dei terreni paludosi che circondavano la zona, nonché l’estrazione del sale dalle acque degli stagni costieri. Nel marzo 1308 anche i Templari di Maruggio furono arrestati, e approfittando di ciò Giovanna Caballaro si sarebbe impossessata della mansione dei templari e dei loro beni o quanto meno li ebbe in custodia dal giudice Pietro Porcario di Aversa, responsabile dei beni templari in Terra d’Otranto. Nel maggio 1312 papa Clemente V decretò l’assegnazione dei beni dei Templari ai Giovanniti e probabilmente la Caballaro si rifiutò di consegnare il feudo ai nuovi legittimi proprietari: la consegna avvenne solo nel 1317, forse dietro intimidazione di Roberto d’Angiò, e in cambio dell’ingresso nell’Ordine Giovannita del figlio di Giovanna Caballaro, Nicola de Pandis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il casale di Maruggio fu molto probabilmente fondato da Templari, sebbene di quel periodo non si dispongono di notizie e documenti. Con l’assegnazione dei beni templari ai Giovanniti anche Maruggio fu attribuito a questi ultimi che ne fecero un loro possedimento tra il 1315 e il 1317. Una prova che il casale fosse in toto sotto la giurisdizione di questi cavalieri trova conferma negli Statuti  compilati nel 1473; da essi si apprende che Maruggio dipendeva dalla commenda di Brindisi: «&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Capitoli e Ordinazioni fatti e conclusi e ordinati inter lo Spettabile Homorusso de Mutiis de Florenza Generale Procuraore e Gubernatore del Magnifico e Religioso Milite Gyerosolomitano Francesco Carducij de Florenza Commendatore Commendae Brundusij e Signore di Maruggio exuna. E Vitale Duro Sindico et Sindicario nomine exparte Universitatis Terrae Marrulij…&lt;/span&gt;».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corso del Quattrocento la commenda brindisina perse gradualmente di importanza probabilmente a causa della decadenza del porto dopo il cambiamento delle rotte marine, in seguito alla caduta di Rodi, e quella di Maruggio aumentò il suo prestigio diventando dopo nel 1500 camera magistrale. I Giovanniti, divenuti prima cavalieri di Rodi (1309) e poi di Malta (1530), ebbero una Commenda a Maruggio sino al 1819.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In merito all’ubicazione dell’insediamento templare ci sono due ipotesi: in un edificio nei pressi del luogo in cui, tra la fine del XIV e il XV secolo, i Giovanniti edificarono il proprio castello, oppure, tenendo conto che le domus dei Templari sorgevano lontano dai centri abitati, si può ipotizzare che fosse ubicata presso la Madonna del Verde, cappella del cimitero, e possesso dei Cavalieri di Malta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Biblioteca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;B. CAPONE,  Ricerche sul nome e sulle origini di Maruggio, sede di mansione templare in Atti del II Convegno di Ricerche Templari - Maruggio (Ta), 8-9 settembre 1984,  Torino 1984, pagg. 10-21.&lt;br /&gt;B. CAPONE, L. IMPERIO, E. VALENTINI, Guida all’Italia dei Templari. Gli insediamenti templari in Italia, Roma 1989, pagg. 255-258.&lt;br /&gt;F. D’AYALA VALVA, La Commenda Magistrale di Maruggio, in “Studi Melitensi”, I, (1993), pagg. 53-88.&lt;br /&gt;N. DE MARCO, Cenni storici su Maruggio : in provincia di Lecce, già magistrale commenda gerosolimitana, Manduria 1985.&lt;br /&gt;E. FILOMENA, Maruggio antica:aspetti editi ed inediti di storia feudale e commendale, araldica e diplomatica, personaggi e costumi tra le pieghe della vita locale d'altri tempi, Martina Franca 1997.&lt;br /&gt;A. PELLETTIERI, Le città dei Cavalieri in Puglia, in La Puglia dei Cavalieri. Il territorio pugliese nelle fonti cartografiche del Sovrano Militare Ordine di Malta a cura di A. Pellettieri ed E. Ricciardi, Viterbo 2009, pagg. 67-74.&lt;br /&gt;V. RICCI, I Templari nella Puglia medievale, Bari 2009.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-266158674092375579?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/266158674092375579/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=266158674092375579' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/266158674092375579'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/266158674092375579'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/01/maruggio-citta-dei-cavalieri.html' title='Maruggio, città dei cavalieri'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0BnarVtYKI/AAAAAAAACGU/ikfJPwRbVOE/s72-c/maruggio.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-4926410751076613236</id><published>2010-01-03T10:04:00.002+01:00</published><updated>2010-01-03T10:13:24.115+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Personaggi'/><title type='text'>Leonida Spedicato, studioso di lettere greche e latine</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Bfm7vlDNI/AAAAAAAACGA/SEiOESeKlfg/s1600-h/Immagine1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 239px; height: 257px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Bfm7vlDNI/AAAAAAAACGA/SEiOESeKlfg/s320/Immagine1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5422439073830997202" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Leonida Spedicato, studioso di lettere greche e latine&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E’ stato ricordato dall’Associazione di cultura classica in un incontro svoltosi all’Archita, con tanti suoi ex alunni  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Francesca Poretti&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;dal Corriere del Giorno (Taranto) di mercoledì, 25 giugno 2008, p.6 (tit. orig.: Spedicato, preside mitico scomparso un anno fa)     &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leonida Spedicato, illustre docente di Lettere Greche e Latine al Liceo Classico “Archita” di Taranto, dal 1954 al 1972, e studioso del mondo antico, spentosi nella sua casa di Bari-Palese il 29 giugno dello scorso anno [2007], è stato ricordato dalla delegazione tarantina dell’Aicc e dal Liceo “Archita”, in un incontro che ha visto riuniti in gran numero ex alunni e colleghi che hanno ascoltato con partecipe attenzione le rievocazioni che i relatori hanno fatto dell’esperienza umana e professionale di Spedicato. La preside del Liceo, Ada Grassi, pur non avendolo conosciuto personalmente, ma avendone sentito parlare nei suoi anni universitari, quando si diceva che solo gli alunni di Spedicato non trovavano difficoltà nell’affrontare gli esami di Latino e Greco, ha rammentato il “clima di rigore intellettuale e morale mai disgiunto dalla cordialità, umanità e disponibilità, dal rispetto e dall’affetto verso colleghi e studenti”, creato dal docente. Molti ancora lo ricordano mentre “chiosava, analizzava e sviscerava i classici con trasporto e passione, conquistando gli alunni con il fascino della sua cultura”, che spaziava dal mondo classico a quello contemporaneo, dalla letteratura alla musica, alla pittura, all’arte, “senza ostentazione, ma con la gioia della scoperta e della comunicazione”. Il suo metodo d’insegnamento era moderno per quegli anni, poiché si basava sulla centralità dei testi, da lui sempre studiati con particolare cura. Dei suoi studenti richiamava alla memoria, a distanza di anni, frasi o episodi che gli stessi avevano dimenticato, segno dell’attenzione con cui li aveva curati, quando gli erano stati affidati. Adolfo Mele ha rievocato che, quand’era studente liceale, sentiva parlare dai suoi coetanei del professor Spedicato come di un docente rigoroso, preciso, conoscitore anche del sanscrito, che non aveva bisogno di imporre la propria autorità, poiché, senza mettere distanza tra sé e gli altri, incuteva quello che gli antichi greci definivano aidòs (rispetto). Egli lo ha conosciuto successivamente, negli anni Ottanta, quando veniva a tenere, con particolare piacere, conferenze per i soci dell’Aicc, frutto di suoi studi e approfondimenti costanti. Da filologo qual era fondamentalmente aveva poi allargato i suoi orizzonti a un confronto di civiltà, in particolare, all’influenza della cultura classica nel mondo tedesco. Su Leonida Spedicato uomo ha diffusamente trattato, ricordando numerosi episodi di vita quotidiana a scuola e fuori, suscitando nei presenti forti emozioni, Paolo de Stefano, suo collega e “compare” come ci tiene a precisare, per via di battesimi e di nozze. A parlare del profilo dello studioso è stata a Silvana Cagnazzi, sua ex allieva, ora docente di storia della storiografia antica alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bari, curatrice anche della raccolta di alcuni saggi del professore in un volume, dal significativo titolo “La mia passione: il mondo antico”. A questa “passione” per la classicità, soprattutto greca, Spedicato era stato spinto anche dalla temperie culturale degli anni in cui si era formato, che erano stati quelli, per usare una espressione famosa, del “miracolo greco”, ovvero, dell’ammirazione estatica propria del neoclassicismo e del neoidealismo, di fronte a capolavori considerati eterni. Spedicato era anche favorito dalla sua “raffinata capacità di cogliere certe sfumature della lingua e di lasciare inalterata nella traduzione la forza evocativa del greco”, anche in virtù del suo personalissimo modo di esprimersi, “con un linguaggio forbito ed elevato, piano e disteso, anche se parlava della più banale quotidianità, un linguaggio però non incomprensibile, né tanto meno buffo, e che si potrebbe definire con un solo aggettivo: “antico”. “Tornato a Taranto, dopo la laurea conseguita all’Università di Milano, il giovane professore aveva continuato a studiare (era uno dei suoi tanti insegnamenti), recandosi una volta al mese, con sacrifici fisici ed economici (era già sposato e aveva figli), alla Biblioteca del Germanico a Roma, dove trovava i testi utili per le sue ricerche di letteratura greca e latina. Unico scopo dei suoi studi: “imparare e gioire”, non “l’ansia della pubblicazione a fini concorsuali”, non un capriccio o un hobby, ma “un altro lavoro, fatto con dedizione e con amore nelle ore libere dall’insegnamento, che comunque non veniva minimamente trascurato, anzi si arricchiva di quella linfa”; con umiltà e con semplicità, inoltre, si accontentava di pubblicare i suoi saggi, lavori non facili, sull’annuario della scuola, Galaesus, destinato ad un pubblico non troppo esigente. I suoi studi sull’Elettra e sull’Antigone di Sofocle, commenta la Cagnazzi, rappresentano “un momento magico nella storia dello studioso Spedicato”. Quando la prof.ssa Cagnazzi ha cominciato a lavorare sugli studi di Spedicato, ha rivisto il suo professore “in classe parlare felice e rapito di ogni singolo autore, leggere con commozione ogni singolo verso” e ha capito che “lo studioso alimentava il docente e l’uomo, nel senso che la sua preparazione di docente era sorretta dall’impegno dello studioso e che la sua sensibilità umana aveva radici antiche”.Tra i ricordi personali relativi al docente ci sono la sua severità e le versioni intraducibili e lunghe. La cultura classica era la sua seconda natura: “gli antichi diventavano maestri sia che si discutesse di amore, di amicizia, di lealtà, di gioia, sia che si discutesse di dolore, di vendetta, di morte”; le loro frasi, che erano un formidabile veicolo di trasmissione della loro umanità, erano continuamente usate in occasioni diverse. Il professore era molto schivo, quindi, non parlava di sé, della sua famiglia, né del suo lavoro. Dai suoi studi fu distolto solo quando la moglie, già malata, peggiorò e richiese le costanti cure del marito. “Come un personaggio tragico il Professore ha cominciato a non studiare più, il suo tempo, dedicato soltanto alla moglie, doveva - confidava alla Cagnazzi - compensare gli anni in cui la sera, per studiare, aveva un po’ trascurato la famiglia. Un cruccio che ha turbato la sua vecchiaia”. Particolarmente commovente è stato l’intervento della signora Rosaria che al professore e alla moglie ha dedicato gran parte della sua vita, finendo col diventare la sua allieva privilegiata, cui egli spiegava e leggeva le tragedie greche. Rosaria si sente molto sola ora che Spedicato che le ha insegnato tanto non c’è più. Domenico Lassandro, docente di Lingua e Letteratura Latina presso la facoltà di Lettere dell’Università di Bari, ha portato i saluti del rettore di Bari, Corrado Petrocelli, che ha rivolto un saluto particolare al Liceo “Archita”, cui l’Università barese si lega attraverso il ricordo dell’illustre statista Aldo Moro, vittima delle Brigate Rosse nel 1978, brillante studente del Liceo tarantino e dell’Ateneo barese, dove ha poi insegnato. Lassandro non ha avuto il piacere di conoscere personalmente Spedicato, ma ne ha sempre sentito parlare da Raffaele Perna, suo professore di latino e greco al Liceo classico “Orazio Flacco” di Bari, da De Stefano e dalla prof.ssa Cagnazzi, cui suggerì la raccolta dei saggi dello studioso. Attraverso le pagine del libro, emerge il ritratto di un docente che operava in una scuola diversa da quella attuale, che, purtroppo, è spesso caratterizzata da negligenza e scarso attaccamento al lavoro. Era, invece, quella di Spedicato, una scuola ricca di valori, legata ad una tradizione di studi seri e rigorosi, che oggi, purtroppo, non c’è più. Anche nel suo incarico di preside Spedicato si era fatto apprezzare come uomo di grande interesse per la cultura, attenzione ai problemi personali, umanità. Il suo insegnamento più fecondo, suggerito come metodo di lavoro ai suoi studenti, ma anche a giovani colleghi, è stato l’invito a spiegare gli autori latini e greci attraverso la lettura diretta dei testi, come è stato già ricordato da altri relatori. Molto appassionato, sincero, quasi un “vagabondaggio attraverso frammenti di realtà e di vissuto … unici e irripetibili, fragili e meravigliosi”, è stato l’intervento di Jolanda Leccese, che è stata sia allieva, anzi con diritto di primogenitura, nel lontano 1955, sia collega di Spedicato. Ella ha ricordato “il modo di guardare del docente, il movimento dei suoi occhi che vagavano vivacissimi posandosi, come indagatori”, sugli alunni che ascoltavano attenti le sue lezioni. Indimenticabile era il suo modo di parlare, di “articolare frasi insieme vigorose e allo stesso tempo leggere e precise, intervallate, ogni tanto, da quella formula fatica “fo per dire” come un vezzo tipico del suo dialogare”. Come insegnante non era mai annoiato o depresso, era se stesso, senza indulgere alla chiacchiera, tanto meno sulla sua vita privata, era discreto, non si abbandonava a esternazioni personali, la sua “figura era come avvolta in un’aura di mistero che stimolava rispetto ma anche curiosità e interesse”, era un insegnante che, quando non era in classe, studiava, leggeva, scriveva saggi, tutto immerso in un mondo diverso da quello attuale. Le sue lezioni di letteratura erano brillanti analisi, frutto della lettura diretta dei testi, poiché riteneva “immorale ogni interpretazione che non si sforzi di ricavare il senso dal testo, ma pretenda di introdurvelo dall’esterno”. La sua era una “sapienza con leggerezza quasi calviniana, con humour. Era insieme sapiens e ludens in quel continuo spostarsi tra la serietà dell’analisi e delle documentazioni e lo scherzo, l’aneddoto brillante, l’ironia che è solo dei grandi esegeti”. La docente ricorda, inoltre, che amava citare una frase di Pasolini, alla fine di “Uccellacci e uccellini”: “Lo studente mangi in salsa piccante il proprio maestro”, poiché meglio di altre gli suggeriva l’impegno principale di un docente, che è quello di favorire negli studenti l’esercizio della libertà critica, dell’autonomia di giudizio. Spedicato, conclude la Leccese, ha amato a distanza i suoi allievi, ne ha parlato bene “alle spalle”, “ed ora che la sua vicenda esistenziale si è conclusa, chi lo ha conosciuto non può che ricordarlo e rimpiangerlo”. Lina Vozza, ora docente di Letteratura latina all’Università di Bari e Lingua latina presso i Corsi di Lettere moderne e Scienze dei Beni Culturali per il Turismo e l’Ambiente di Taranto, quand’era studentessa del Liceo “Archita”, conosceva di fama il “mitico” Spedicato, attraverso l’ammirazione, l’orgoglio e la stima dei suoi allievi. Ebbe l’onore e il piacere di conoscerlo ai tempi in cui già insegnava all’Università, quando entrò nel suo studio, “distinto, gentile”, con occhi che “sorridevano simpaticamente”. Cercava un testo molto importante, di Eduard Norden, in tedesco, “Dio Ignoto, Ricerche sulla storia della forma del discorso religioso”. La docente ricorda ancora la felicità che traspariva dai suoi occhi unita all’ansia di mettersi subito a tradurre; le sue traduzioni erano artistiche, non meccaniche né superficiali, padrone com’era delle strutture linguistiche e attento alle potenzialità del lessico e della retorica. Era tornato a dedicarsi a tempo pieno alla lettura e al commento dei testi letterari antichi, attività a lui più congeniale di quella di Preside, a cui era passato dopo l’insegnamento. Iniziò la composizione di un libro di versioni latine particolare, con letture dagli scrittori più rappresentativi della letteratura latina, e riferimenti ai fenomeni linguistici, alla storia delle parole, un libro di difficile collocazione editoriale, dato il progressivo impoverimento degli studi classici nelle scuole italiane. Il suo interesse per la tragedia scaturì non tanto da una inclinazione al pessimismo o da un’indagine psicologica dell’animo umano, quanto dal suo desiderio di conoscere meglio forme e aspetti del paganesimo classico attraverso la voce dei personaggi tragici, in particolare, delle eroine come Elettra. Lo affascinava la “fortuna” degli autori antichi, soprattutto nei poeti tedeschi classicisti e romantici dell’Ottocento, o anche in Dostojevsky con la sua maledizione del delitto e del castigo. Negli ultimi anni usava prendere appunti, poiché la memoria cominciava a tradirlo. Personalmente, gli è grata per averla fatta accostare ad Hermann Hesse, al mal di vivere, comune agli antichi e ai moderni, incarnato dai personaggi dei suoi romanzi, Siddharta, Narciso, Boccadoro. A Palese Spedicato aveva ritrovato il contatto con la natura, cui si dedicava nelle pause dello studio quotidiano, e dove dominavano la serenità, la quiete e il silenzio necessari al suo otium letterario. Spedicato amava rendere chiunque lo andasse a trovare partecipe delle sue ultime letture e interpretazioni, sollecitandolo ad esprimere le proprie. Ed era anche molto semplice nell’esposizione delle conoscenze.&lt;br /&gt;Ciò che poi scriveva era sempre il frutto di un lungo labor limae. Non è difficile per la Vozza pensare a lui e immaginarlo con gli occhi ancora sorridenti. La Vozza si augura che il suo personale contributo su Leonida Spedicato suoni come un elogium inlustris viri e un commosso ricordo della loro amicizia, delle loro conversazioni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-4926410751076613236?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/4926410751076613236/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=4926410751076613236' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4926410751076613236'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/4926410751076613236'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2010/01/leonida-spedicato-studioso-di-lettere.html' title='Leonida Spedicato, studioso di lettere greche e latine'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/S0Bfm7vlDNI/AAAAAAAACGA/SEiOESeKlfg/s72-c/Immagine1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5128149280275569906</id><published>2009-11-27T12:46:00.005+01:00</published><updated>2010-10-15T11:36:31.588+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Scritti sul medioevo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Glocal - nonsolotaranto'/><title type='text'>Io, Castel del Monte e i misteri svelati</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.stupormundi.it/images/cdm1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 600px; height: 213px;" src="http://www.stupormundi.it/images/cdm1.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(51, 0, 153);"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Q&lt;/span&gt;uesta intervista, apparsa sulle pagine de La Repubblica ed. Bari del 29/08/2002 fu l'inizio di una vicenda che si concluse tra le aule giudiziarie. Cristina Zagaria, in seguito divenuta una giornalista famosa, mi intervistò al telefono. Ricordo che tutta la vicenda fu una brutta esperienza tra cause e avvocati, durata quattro anni. Da non ripetere.&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 0, 153);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;A&lt;/span&gt; gennaio del 2009, lo storico Francesco Magistrale mette la parola "fine" al cosiddetto enigma dei criptogrammi. In fondo all'articolo trovate il video.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Contestate le teorie di Vincenzo Dell'Aere su Castel del Monte. Gli storici: "Non ci sono le prove del suo esoterismo"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I misteri di Federico II è guerra tra gli studiosi &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Cristina Zagaria&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ogni estate ha un suo giallo: un delitto o un caso irrisolto. Quest'anno il mistero è quello dell'Imperatore Federico II e del suo Castello in terra di Bari. E non è una dissertazione storica. Tutt'altro. Castel del Monte ha più di settecento anni ma è più vivo che mai. È assediato, attaccato, difeso e soprattutto studiato. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Vincenzo Dell'Aere su Repubblica ha sostenuto la tesi che la fortezza federiciana è un tempio esoterico, dove l'imperatore faceva delle riunioni segrete con i più potenti ordini religiosi dell'epoca. Il professore Gianluca Lovreglio, esperto in storia medievale, invece crede che l'imperatore di Svevia in quel Castello non ci abbia mai messo piede. Anzi forse il maniero è stato ultimato dopo la sua morte. E i due esperti hanno alle spalle fan e sostenitori e soprattutto prove, documenti, teorie, libri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Qual è la verità? Cerchiamo di tornare in dietro nel tempo e capire quali sono le "prove" che portano i due testimoni, alla ricerca dell'Imperatore e delle sue tracce nelle campagne baresi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lovreglio&lt;/span&gt;: «Ho scritto un &lt;a href="http://galeso.blogspot.com/1995/01/federico-ii-e-la-simbologia-del-potere.html"&gt;saggio&lt;/a&gt; per la rivista "&lt;a href="http://galeso.blogspot.com/1995/01/federico-ii-e-la-simbologia-del-potere.html"&gt;Economia e potere&lt;/a&gt;". Secondo la mia tesi Castel del Monte è la rappresentazione del potere di Federico II in Puglia. Ed è un tipico castello medioevale, non certo un tempio dell'esoterismo. Tutte le altre teorie non sono supportate scientificamente».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dell'Aere&lt;/span&gt;: «Lo ammetto sono un bancario. Ma da 36 anni studio Castel del Monte dal vivo e non sui testi di storia. E non sono uno stregone che fa degli incantesimi, sono uno studioso di cabala, matematica sacra, trigonometria, ghematria. Nel Medioevo chi studiava queste scienze finiva sul rogo. E a quanto sembra nel 2002 siamo ancora in regime di Santa Inquisizione, i giudici sono i professori universitari».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lovreglio&lt;/span&gt;: «Non è un dibattito con i professori universitari da un lato della barricata e i non accademici dall'altra. Per fare storia non è importante essere bancari o docenti, bisogna semplicemente seguire delle regole, che sono universali. Cioè non bisogna fidarsi di affermazioni e teorie, ma solo di prove e documenti».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dell'Aere&lt;/span&gt;: «Io ho le prove. E parlano le pietre. Tutte le mie teorie derivano dalla decodificazione dei crittogrammi sulle pareti del castello».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lovreglio&lt;/span&gt;: «Per gli storici parlano i documenti. E non ci sono prove scritte che Federico II mise mai piede ad Andria. Castel del Monte è un castello come tutti gli altri, dotato di una cintura muraria e di tutti gli ambienti tipici di una fortezza medievale: come il castello di Oria aveva delle stalle, degli ambienti per i soldati e tutti i comfort del caso. In più chi parla di esoterismo partendo dalla forma ottagonale della costruzione sbaglia in partenza. Non è un ottagono perfetto, per comodità si disegna la pianta con i lati uguali, ma non é così. All'interno del cortile ci sono pareti più lunghe, non fosse altro per il fatto che è sorto su uno sperone di roccia e perciò chi l'ha costruito ha dovuto assecondare le asperità e le irregolarità del terreno. La forma è stata scelta semplicemente perché la corona imperiale era ottagonale e il castello rappresentava la famiglia reale fisicamente sul territorio».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dell'Aere&lt;/span&gt;: «L'ottagono ha un significato preciso».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lovreglio&lt;/span&gt;: Non c'è nessun significato nascosto. Il maniero rientrava in una rete di castelli, come quello del Garagnone, tra Gravina e l'attuale Poggiorsini, che è andato distrutto da un terremoto nel 1731. Insomma faceva parte di una rete di castelli costruiti dai normanni prima e da Federico poi, per la difesa del territorio. Secondo alcuni documenti, per esempio, quando Federico II catturava prigionieri importanti durante la guerra con i comuni del nord li portava in un "tour" dei castelli del sud Italia per dimostrare, più che altro al papato, che un'eventuale invasione sarebbe stata respinta. È tutto qui, forse è noioso, forse no. Ma non c'è nessuna magia se non quella della storia e di un grande imperatore. Riconosco che le teorie esoteriche sono molto più affascinanti e magari hanno anche più presa sui turisti, ma non sono vere. E possono solo creare falsi miti e disinformazione».&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dell'Aere&lt;/span&gt;: «Va bene, io non sono un professore. Ma come mai a pagina 223 del suo libro "Archeologia magica" l'archeologo torinese Alberto Fenoglio parlando di Castel del Monte parla del patto segreto?»&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Lovreglio&lt;/span&gt;: «Castel del Monte non ha mai avuto nulla a che fare con l'esoterismo né con patti segreti. E per convincerci non ci basta la traduzione di alcuni graffiti. Come sono fantasie le presunte variazioni magnetiche al solstizio d'estate. Non dimentichiamoci delle antenne di Montecaccia e che tutti gli andriesi non vedono bene la tv. Basterebbe solo questo particolare per smontare tutta la teoria del castello 'magico'».&lt;br /&gt;E la guerra di Federico II continua.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;La foto in alto è di Toti Calò, tratta dal sito http://www.stupormundi.it/&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;******************&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Servizio Tg3 Puglia sui presunti "criptogrammi" di Federico II:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/1pNXT4IQQWg&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1&amp;amp;"&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/1pNXT4IQQWg&amp;amp;hl=it_IT&amp;amp;fs=1&amp;amp;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5128149280275569906?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5128149280275569906/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5128149280275569906' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5128149280275569906'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5128149280275569906'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/11/questa-intervista-apparsa-sulle-pagine.html' title='Io, Castel del Monte e i misteri svelati'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-894823354474691866</id><published>2009-11-25T13:43:00.003+01:00</published><updated>2010-10-15T08:13:23.114+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>Il passo di un operaio</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www1.icoa.it/www.ecoradio.it/newsite/ecomostri_foto/photos/ilva_taranto.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 512px; height: 384px;" src="http://www1.icoa.it/www.ecoradio.it/newsite/ecomostri_foto/photos/ilva_taranto.jpg" alt="" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Il 28 novembre prossimo si terrà a Taranto una marcia contro l'inquinamento e gli inquinatori, organizzata "dal basso", come si usa dire, cioè senza l'apporto di partiti e sindacati, ma con la forza dei singoli e di alcune associazioni. Pubblico una nota - bellissima - di Maristella Bagiolini sul dibattito che sta animando la mia città, in vista della marcia e per via di un referndum che un giorno potrebbe far scegliere i tarantini tra salute e lavoro. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dedicato al passo di un operaio&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Maristella Bagiolini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma cejè sta marcia…no ve ne sciat? C’avit fa?&lt;br /&gt;Avit bloccà u traffich…eh si ca quidd ce mangh a Tarand!&lt;br /&gt;E addoè ca agghie venè a mangià, a casa tua?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal vocabolario del “qualunquista” (mi scuso per la pessima trascrizione in vernacolo – ndr) prendo in prestito alcune delle frasi che mi son sentita dire in questi giorni.&lt;br /&gt;Una città cresciuta sempre all’ombra di qualcosa o di qualcuno che ha smesso di sentirsi comunità da chissà quanto tempo. Eh ci vorrebbero psicologi, sociologi, analisti per capire quando.&lt;br /&gt;Ma so per certo che non tutto è perduto quando incontro una persona, un operaio dell’ILVA, quasi 36 anni, dieci dei quali passati in un reparto di quella grande fabbrica.&lt;br /&gt;E’ lui che ieri mi ha chiarito le idee raccontandomi con molta semplicità il suo turbamento.&lt;br /&gt;Sai – mi dice – io so che quella fabbrica inquina e so anche che molti di noi sono giudicati dal mondo fuori come dei poveretti senza palle che hanno paura di perdere il posto di lavoro. E invece no, non è così. Io sarò alla marcia e ho provato a convincere tanti miei colleghi a partecipare, ma è difficile, molto difficile.&lt;br /&gt;Così comincia a raccontare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anni fa ci prendevano da parte e prelevavano, prima di iniziare il turno e subito dopo, la nostra urina. Non ricordo bene che ne facevano. So che veniva analizzata dall’istituto che si occupa dell’ambiente, una cosa del genere, ma sai non capivo il nesso.&lt;br /&gt;Dopo un po’ di tempo in fabbrica cominciarono a dire in giro che quella pipì la usavano per capire quante sostanze inquinanti rimanevano nel nostro corpo dopo una giornata di lavoro.&lt;br /&gt;C’era arsenico, mi dissero. Anche nella mia urina ce n’era.&lt;br /&gt;Molti si sarebbero incazzati, ribellati o avrebbero imprecato al posto mio. Io invece no!&lt;br /&gt;Lasciai che questa notizia mi attraversasse il corpo, come lo stesso arsenico, e che piano piano avvelenasse i miei sensi.&lt;br /&gt;Chi lavora in fabbrica sa a cosa va incontro e non lo fa per piacere, per diletto o per comprarsi la macchina nuova, lo fa per poter vivere in mancanza d’ altro. Lo fa per campare una famiglia, per sottrarsi alla sua, per poter guardare la propria vita con più dignità. Non siamo dei “senza palle” .&lt;br /&gt;Forse e più semplicemente siamo “senza sogni”, come molti ragazzi fuori da qui, gli stessi che sabato marceranno insieme a te perché come me ci credono. Ma ogni passo a me costerà il doppio della loro fatica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non avevo mai pensato al passo di un operaio in quella marcia.&lt;br /&gt;Eppure ieri quel quasi 36enne ha saputo mettere il suo passo davanti al mio e mi ha indotto a pensare.&lt;br /&gt;Quando ci hanno divisi? Quando abbiamo smesso di vedere le persone che sono attorno a me?&lt;br /&gt;Qual è stato il nostro anestetico?&lt;br /&gt;Cosa ci ha fatto dormire così profondamente in questi anni?&lt;br /&gt;Forse noi, i cosiddetti “liberi” dal ricatto non siamo migliori di quegli operai che pur con tanta facilità spesso giudichiamo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buona Marcia a tutti!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-894823354474691866?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/894823354474691866/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=894823354474691866' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/894823354474691866'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/894823354474691866'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/11/il-passo-di-un-operaio.html' title='Il passo di un operaio'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-631945030666680603</id><published>2009-11-24T09:59:00.004+01:00</published><updated>2010-10-15T08:13:23.115+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Cronache Racconti Aneddoti'/><title type='text'>L'archeologia di scena a Paestum: ma Taranto quanto ci crede?</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SwuhTg2SfSI/AAAAAAAACD0/vjRz2aiswvc/s1600/7327131.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 234px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SwuhTg2SfSI/AAAAAAAACD0/vjRz2aiswvc/s320/7327131.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5407593134195637538" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Pubblico nel mio blog un articolo molto interessante dell'archeologo Gianluca Guastella.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;L'archeologia di scena a Paestum: ma Taranto quanto ci crede?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Gianluca Guastella&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;da "Tarantoggi" del 23 novembre 2009, p. 9&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sinecismo greco”, era quel fenomeno, si sono affannati a spiegarci gli storici, che tendeva al rafforzamento della compattezza di un popolo, di una etnìa, per far fronte comune agli attacchi delle popolazioni indigene. Insomma la colonizzazione achea del Sud della nostra penisola passava anche attraverso la creazione di altri insediamenti urbani con la medesima lingua e cultura (Koinè) in luoghi simmetrici, in questo caso nel Tirreno. Così anche la lacedemone Taranto, portatrice di una cultura forse ormai troppo lontana da noi, entrò in contatto, per fini commerciali, con l’antica Posidonia, oggi meglio nota come Paestum. In base a questi riferimenti storici ha un senso la partecipazione della provincia ionica alla dodicesima Borsa Internazionale del Turismo Archeologico, in svolgimento proprio in questi giorni nell’antica città campana. Solo che, come amaramente dobbiamo constatare, stavolta il “sinecismo” ci vede non più come attori, ma come spettatori, o se volete, come semplici invitati. Ma se questa partecipazione fosse il sintomo di un risveglio di quella che fu una delle più potenti città della Magna Grecia, sarebbe confortante in quanto, per forza di cose, i nostri amministratori dovranno confrontarsi con una realtà, questa dell’appuntamento campano, da farci riflettere sulle nostre inerzie e sulla nostra neghittosità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Paestum, infatti, ci si trova di fronte ad un vero e proprio vortice di cultura, di archeologia, di turismo colto da fare invidia, da lasciarci senza fiato, da farci, ancora una volta, raffrontare la caratura dei nostri amministratori locali, per alcuni dei quali, il massimo degli avvenimenti culturali sono rappresentati da stucchevoli concerti di piazza, o dalle sagre delle “salsicce” e delle “chiancarelle” nostrane. L’archeologia di scena a Paestum: ma Taranto quanto ci crede? Parliamo di una manifestazione di respiro internazionale, capace di catalizzare l’attenzione di circa 35 paesi, sostenuta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e da organizzazioni mondiali quali l’ICCROM (Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali), l’OMT (Organizzazione Mondiale del Turismo) e l’UNESCO in collaborazione con l’Enit (Agenzia Nazionale del Turismo). Promossa e realizzata dalla Provincia di Salerno, insieme alla Regione Campania. Un’imponente macchina organizzativa, dunque, al servizio dell’archeologia, una regione, la Campania, che già da oltre dieci anni ha saputo credere in un’economia basata sulla cultura, non a parole, ma a suon di quattrini. Importantissimi siti archeologici come Ercolano, Pompei, Paestum, Velia, Baia rappresentano un’immensa risorsa turistica, non solo per la Campania, ma per tutto il mezzogiorno d’Italia, nonché un esemplare modello di programmazione ed investimento da parte delle Istituzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paestum, dunque, come sede ideale della Borsa internazionale del turismo archeologico, con i suoi 10.000 visitatori nel 2008, tour-operator da tutto il mondo. Soprintendenze Archeologiche, Università ed archeologi di fama internazionale. Dal 19 al 22 novembre, una quattro giorni di esposizione di prodotti turistici, promozione di aree archeologiche, conferenze, workshop, laboratori di archeologia, ma, soprattutto, una vetrina per tutte le realtà nazionali che operano nel settore e la possibilità di confrontarsi e creare una rete di collaborazioni. Il territorio di Taranto, dicevamo, registra la sua presenza a Paestum per far conoscere al mondo le sue inestimabili risorse archeologiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Tavolo per il Turismo, nato nel 2007 dall’accordo di dieci sottoscrittori, fra Organismi di promozione turistica, Enti ed Associazioni di categoria, ha occupato uno stand messo a disposizione della Regione Puglia. Una presenza che se non fosse per anni di dimenticanze e di omissioni potrebbe inorgoglirci. Un’offerta archeologica che scaturisce, purtroppo, dall’impegno di pochi: della Soprintendenza Archeologica Pugliese che è impegnata strenuamente nella promozione del MARTA’ (Museo Archeologico di Taranto), o di aree archeologiche quali il Parco Archeologico di Saturo e di Manduria, dell’Azienda di Promozione Turistica di Taranto, della Fondazione Magna Grecia e di pochissimi altri. L’iniziativa turistica, intitolata “Greci e Messapi in terra di Taranto” e valida dal 27 novembre 2009 al 2 maggio 2010, vede operatori di settore locali schierati in prima fila per accogliere turisti, tra cultura, archeologia e gastronomia. Ma un discorso a questo proposito va fatto e che deve servire a farci finalmente capire quanto realmente si è disposti ad investire sull’archeologia nel territorio ionico. Un raffronto con altre realtà a noi vicine basterebbe a dare un’idea di come, in alcuni casi, tanto sbandierato entusiasmo possa semplicemente risolversi nel più classico “fumo negli occhi”. Ci si trova molto spesso a discutere di archeologia tra addetti ai lavori, appassionati e, sempre più spesso, tra semplici cittadini, per andare ad arenarsi nel solito “vorrei ma non posso”, a fronte di altre città, archeologicamente meno ricche di noi, che riescono magnificamente a valorizzare quel poco che hanno. E tutti li a cercare una risposta plausibile che, in fin dei conti, è sotto gli occhi di tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Semplicemente non c’è una reale intenzione di investire sui beni culturali, perché è facile credere, qui da noi, che la cultura serva solo a pochi eletti e che non possa cambiare l’economia di una comunità. Per la cultura non si deve pagare un biglietto, pensano in tanti. In quanti dicono che la cultura deve essere gratis, in quanti chiedono sconti per entrare nelle nostre aree archeologiche, ignorando il fatto che dietro le stesse operano fior fiore di professionisti, dopo anni ed anni di studio, lauree, specializzazioni e dottorati di ricerca? In quanti preferiscono spendere i propri soldi per visitare aree archeologiche in altre città dell’Italia, non avendo ancora conosciuto le proprie evidenze culturali? Ma non è un problema ristretto al semplice cittadino, una mentalità che, ahinoi, coinvolge anche le nostre istituzioni, aduse a vantare l’operato di questa o quella amministrazione comunale, salvo poi tirarsi indietro al momento di dover investire denaro sulla cultura e sui beni culturali. E, dunque, diventa un miracolo se aree archeologiche quali Saturo o Manduria riescono a sopravvivere grazie alle sole risorse dei propri gestori, mentre non fa più notizia la chiusura di tantissimi siti archeologici come il sistema di tombe a camera di Taranto, o il Parco Archeologico di Roccaforzata, o, ancora, il Parco Archeologico delle mura di Taranto e si potrebbe continuare all’infinito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ giunto il momento di chiedere alle singole amministrazioni comunali del nostro territorio o alle istituzioni in genere quanto del proprio budget annuale viene messo a bilancio per i beni archeologici, per la loro manutenzione, recupero, promozione. La risposta la sappiamo già, purtroppo. E’ necessario allinearsi alla regola nazionale di un impegno concreto da parte delle istituzioni per la sopravvivenza dei propri beni culturali, attraverso un investimento costante di soldi pubblici, destinati, in fondo, ad aree che appartengono alla comunità. Comuni, Province, Regione, perciò, in prima linea per tutelare i propri beni, non scaricando ogni spesa a privati, ma investendo propri fondi, così come avviene in Basilicata, Campania, Sicilia o Lazio, per fare solo alcuni esempi. Si rende necessario un piano di interventi finalizzati, prima di tutto, al recupero di aree di interesse storico- archeologico e, poi, di promozione delle stesse. Altrimenti cosa si promuove? Solo in questo modo il territorio di Taranto potrà ricoprire un ruolo di primo piano a livello nazionale, con una programmazione seria e lungimirante, con la convinzione che cambiare un’economia, ancora oggi basata sulla grande industria, si può.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La comunità tutta pretende un segnale concreto, per non sentire più parlare di fumi inquinanti, raddoppio Eni e fantomatici posti di lavoro, ma di mare, archeologia, cultura e turismo. Definirci ancora come capitale della Magna Grecia sa, ormai, troppo di demagogica campagna elettorale. Lasciamo che lo facciano altri al posto nostro, ma per meriti che, si spera, già dal 2010 possano renderci degni della nostra storia e non la brutta copia di quella Taras madrepatria di cultura che continua ad impregnare il pensiero logico europeo ed occidentale.. Il territorio di Taranto, dunque, torna dalla XII Borsa Internazionale del Turismo Archeologico con soddisfazione, ma con la consapevolezza che i nostri amministratori ancora tanto, troppo, devono dimostrare al mondo dell’archeologia. E che, per una volta, la Hybris (superbia), la iattanza con cui sono soliti affrontare questi discorsi venga messa da parte in uno slancio di dignitosa autocritica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;Foto prelevata dal sito www.Panoramio.com&lt;br /&gt;© All Rights Reserved by La statua mobile &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-631945030666680603?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/631945030666680603/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=631945030666680603' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/631945030666680603'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/631945030666680603'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/11/larcheologia-di-scena-paestum-ma.html' title='L&apos;archeologia di scena a Paestum: ma Taranto quanto ci crede?'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SwuhTg2SfSI/AAAAAAAACD0/vjRz2aiswvc/s72-c/7327131.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-7973050928023478122</id><published>2009-11-07T08:04:00.002+01:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.570+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Nicola Lazzaro, Quasimodo e la Taranto degli anni '70</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_WqhnHIkI/AAAAAAAACDg/upaVBNwdA-I/s1600-h/quasi1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 305px; height: 273px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_WqhnHIkI/AAAAAAAACDg/upaVBNwdA-I/s320/quasi1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399770504305779266" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Nicola Lazzaro, Quasimodo e la Taranto degli anni '70&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Massafra ricorda la venuta nel capoluogo del Premio Nobel, l’11 aprile 1967&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di  Gianni Iacovelli&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic; color: rgb(0, 0, 0);"&gt;dal "Corriere del Giorno" di venerdì 4 luglio 2008, p. 5&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicola Lazzaro fu un protagonista di primo piano di un’epoca straordinaria per la storia di Taranto e della sua provincia. Già sindaco democristiano di Massafra negli anni difficili del dopoguerra, fu eletto consigliere provinciale nel 1961 e divenne presidente della Provincia nel 1963. In quegli anni Taranto e il suo territorio erano investiti da profonde trasformazioni economico-sociali e culturali: l’Italsider e il suo indotto, la riforma agraria che aveva trasformato gli acquitrini e le paludi in terre fertilissime, il flusso migratorio da ogni parte d’Italia. Una vera e propria rivoluzione in ogni campo che investì l’urbanistica, i servizi, l’ambiente, i modi di vita. Un grande, universale cambiamento che coinvolse (o sconvolse) la città e il territorio e che non sempre la classe politica, quella comunista prima, nell’immediato dopoguerra, e quella democristiana poi, fu capace di governare, schiacciata dalla pressione della grande industria da un lato e dalle esigenze della gente comune dall’altro. Salvo pochi dirigenti, fra cui Nicola Lazzaro. Egli comprese che, al di là della retorica della "città dell’acciaio", andava recuperata la dimensione storico-antropologica della città cercando di inserirla, nel contempo, nei circuiti vivi della cultura moderna. Da uomo politico intelligente, utilizzò la cultura non solo come instrumentum regni, ma come incentivo, potentissimo ed efficace, allo sviluppo economico-sociale e alla crescita civile della comunità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_W5AsbakI/AAAAAAAACDo/H8QdjhQMSUA/s1600-h/quasimodo.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 303px; height: 245px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_W5AsbakI/AAAAAAAACDo/H8QdjhQMSUA/s320/quasimodo.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399770753167747650" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Quasimodo a Taranto con Nicola Lazzaro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Nel variegato panorama della Taranto di quegli anni individuò e scelse come interlocutore un operatore culturale d’eccezione, Antonio Rizzo, con il quale condusse a termine alcune operazioni importanti, come quella di portare a Taranto il poeta Quasimodo, che qualche anno prima, nel 1965, aveva ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Alla fine del ’66, tramite l’amico comune Guido Le Noci, Rizzo accompagnato da Lazzaro si recò a Milano per invitare a Taranto il Poeta, che aderì in linea di massima alla proposta, con qualche titubanza e perplessità. L’operazione era complessa e di vasta portata. Non si trattava solo di far venire a Taranto il Poeta, già di per sé un fatto eclatante, quanto caricare la sua venuta di un significato culturale e di un interesse più generale: far tradurre a Quasimodo gli epigrammi di Leonida, il poeta tarantino di epoca ellenistica esule in Oriente dopo la conquista romana. Quasimodo si era già interessato di Leonida e aveva tradotto otto dei suoi epigrammi nel "Fiore dell’Antologia Palatina" pubblicato nel ’57. Si trattava di far uscire il poeta tarantino dal limbo di una critica letteraria meramente filologica, o peggio - come qualcuno lo considerava - dalla minorità di uno scrittore di epigrafi funerarie, una sorta di Spoon River di età alessandrina. L’impresa non si presentava facile, dati gli impegni letterari, sociali, mondani di Quasimodo. Per questo fu dato incarico a Le Noci di seguire da vicino la questione e di stare addosso al Poeta. Guido Le Noci era di Martina e gestiva a Milano la galleria "Apollinaire". Più che un mercante d’arte, era un operatore culturale di livello internazionale, amico di artisti e di poeti, un occhio a Parigi e l’altro a New York. Negli anni ’50 aveva aiutato Rizzo nell’organizzazione del "Premio Taranto" e nella intricata vicenda del monumento a Paisiello. Il fallimento di quell’iniziativa lo aveva addolorato e, come Carrieri, lo aveva indisposto nei confronti di una città e di un territorio che sembravano sordi a qualsiasi innovazione della cultura e dell’arte. Non era popolare, a quel tempo, nella sua Martina. A Massafra, invece, che era diventata una sorta di laboratorio per l’arte di avanguardia, nel settembre ’69 gli organizzammo, nell’ambito della mostra "Co-incidenze", una sezione dedicata ai "Manifesti dell’Apollinaire". Era un uomo estroso e amabilissimo. Tra l’altro era molto amico dei Quasimodo e frequentava la casa del Maestro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riuscì nel suo intento (di portare il Poeta a Taranto) e Salvatore Quasimodo, in una memorabile serata, l’11 aprile 1967, lesse altri quindici epigrammi di Leonida da lui tradotti, in una conferenza che ebbe un titolo significativo, parafrasato da un verso del poeta tarantino: "Il nome di Leonida non è morto". Quella sera, oltre millecinquecento persone affollavano il salone di rappresentanza della Provincia: più di settecento erano stipati nel salone e nelle salette adiacenti, gli altri si dovettero accontentare dei corridoi, dello scalone e del piazzale antistante al palazzo. Rizzo mi dette l’incarico, piuttosto gravoso, di salvaguardare Quasimodo dagli assalti dei fans, che volevano un suo autografo o almeno riuscire a toccarlo come una Madonna o una star. I ventitre "Epigrammi di Leonida" tradotti da Quasimodo furono stampati in edizione speciale da Guido Le Noci (nel colophon era impressa l’impronta della mano del Poeta) e in edizione normale da Lacaita. Esattamente due anni dopo, nel corso di un ciclo di conferenze che, sempre ad opera di Rizzo e auspice l’illuminato presidente della Provincia Nicola Lazzaro, richiamò a Taranto il meglio della cultura nazionale e internazionale (Sanguineti, Brandi, Paratore, Vigolo, Rohlfs ed altri), Carlo Bo parlò de "L’ultimo Quasimodo", commemorando il Maestro morto l’anno prima. Anche in quella occasione Alessandro Quasimodo lesse i versi del padre, davanti ad un commosso, attentissimo uditorio. Ma le aperture di Lazzaro nei confronti della cultura non si fermarono a Quasimodo. Dette modo a Rizzo di organizzare il ciclo di conferenze di cui prima s’è detto, che portò ad una rilettura critica delle "Deliciae tarentinae" di Tommaso Niccolò D’Aquino e a una ripresa di interessi per il musicista Giovanni Paisiello, di cui fu aperta al Comune una mostra di reperti d’epoca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le "conferenze" ebbero un sucesso straordinario. Ripagarono Totò Rizzo delle amarezze che aveva subito nel decennio precedente e costituirono una rivalsa nei confronti di tutti i suo nemici. Nicola Lazzaro era un uomo di grande disponibilità, che non disdegnava l’impegno diretto e personale: nel maggio 1969, per esempio, "accompagnò" a Bari un gruppo di giovani artisti che tennero alla Pinacoteca Provinciale una mostra d’avanguardia che avevo organizzato, insieme con Sossi, Perfetti, Andreace ed altri, per celebrare i vent’anni del Premio Massafra, assecondando così il tentativo, che s’era sviluppato proprio nella sua città, di rinnovare il vecchio modo di pensare e di fare ar te. La collaborazione con Totò Rizzo fu strettissima, malgrado il personaggio non fosse ben visto nell’ambiente politico e intellettuale tarantino, per le molte asperità del carattere e per i suoi giudizi caustici e pungenti, specie in materia culturale. Finanziò, come presidente della Provincia, la famosa trilogia di volumi stampati da Bestetti, che illustravano gli aspetti paesaggistici e monumentali di Taranto e provincia (Adriano Prandi), il museo archeologico, definito giustamente "Il tesoro di Taranto" (Carlo Belli) e la civiltà rupestre in terra jonica (Cosimo Damiano Fonseca).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lazzaro non potè assistere alla presentazione dei volumi perché la morte lo colse il 29 ottobre 1969, distrutto a soli 58 anni da un male rapidissimo e incurabile. Oggi lo ricordiamo con le stesse parole che egli pronunciò l’11 aprile 1969 per commemorare Salvatore Quasimodo da poco scomparso, come avverrà anche per lui, dolorosamente, qualche mese più tardi: "ebbe a lasciarci per sempre, in silenzio, con la modestia dei Grandi".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I protagonisti:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guido Le Noci era un gallerista di Martina Franca, emigrato a Milano nel dopoguerra, il quale era a contatto con gli artisti e i letterati di ogni parte d’Italia e di Europa. Fu uno dei promotori, insieme con Antonio Rizzo, della venuta a Taranto nell’aprile 1967 di Salvatore Quasimodo, il quale lesse di fronte a un pubblico numeroso e attento la sua splendida traduzione degli epigrammi di Leonida, intitolando la sua conversazione: "Il nome di Leonida non è morto". La memorabile serata si svolse nel Salone di Rappresentanza della Provincia, l’ente che aveva patrocinato e finanziato la manifestazione. Presidente della Provincia era a quel tempo Nicola Lazzaro, un politico massafrese di primo piano in ambito provinciale e regionale, che la morte avrebbe colto, prematuramente, due anni più tardi. Egli, con la collaborazione di Totò Rizzo, un intellettuale di prim’ordine nella Taranto di quegli anni, fece della Provincia il centro per iniziattive di altissima qualità, che richiamarono nella nostra città operatori culturali di livello nazionale e internazionale come Sanguineti, Eco, Brandi, Vigolo, Bo, Argan, Paratore, Rohlfs. A Nicola Lazzaro, la cui opera nel campo della cultura sarà ricordata nella serata quasimodiana, oltre che ad Antonio Rizzo e a Guido Le Noci è dedicato il volumetto curato da Gianni Iacovelli e pubblicato da Italia Nostra.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-7973050928023478122?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/7973050928023478122/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=7973050928023478122' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7973050928023478122'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7973050928023478122'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/11/pubblico-sul-mio-blog-un-articolo.html' title='Nicola Lazzaro, Quasimodo e la Taranto degli anni &apos;70'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_WqhnHIkI/AAAAAAAACDg/upaVBNwdA-I/s72-c/quasi1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-787225504573469508</id><published>2009-11-05T07:39:00.001+01:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.571+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Il recupero della Leonardo Da Vinci nel mar Piccolo di Taranto</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_TTRkw0lI/AAAAAAAACDY/5y_dr8XuciM/s1600-h/Recupero+leonardo+da+vinci3.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 231px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_TTRkw0lI/AAAAAAAACDY/5y_dr8XuciM/s320/Recupero+leonardo+da+vinci3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399766806329086546" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153); font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;“Leonardo da Vinci”, il racconto di una straordinaria opera di recupero&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Silvano Trevisani&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;dal "Corriere del Giorno" di mercoledì 7 ottobre 2009, pp. 34-35.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153);"&gt;I contenuti storiografici presenti non sono stati controllati dall'autore del blog, per il qual motivo non sono da riferirsi all'autore del blog eventuali inesattezze presenti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La notte del 2 agosto 1916, La Regia Nave Leonardo da Vinci alla fonda nel Mar Piccolo di Taranto, sommerge in seguito ad esplosione all’interno del deposito poppiero delle munizioni. La gigantesca nave ruota su se stessa ed affonda scavando una fossa nel fango. Le sovrastrutture sporgenti: fumaioli, alberi, torri di comando, si schiantano mentre le robuste torri corazzate penetrano profondamente nel fondo. Perdono la vita 249 uomini tra i quali il comandante, Capitano di Vascello Galeazzo Sommi Picenardi”.&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_TGUn7tUI/AAAAAAAACDQ/0_L-Pk6oG-w/s1600-h/Recupero+leonardo+da+vinci1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 309px; height: 242px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_TGUn7tUI/AAAAAAAACDQ/0_L-Pk6oG-w/s320/Recupero+leonardo+da+vinci1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399766583809389890" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Inizia così il drammatico racconto di un episodio che resta nella storia della Marina Militare e di Taranto in particolare. Ma non solo. Ci è capitato più di una volta, infatti, di intercettare, in Villa Peripato, discendenti dei marinari che perirono in quella notte tragica, provenienti da tutta l’Italia, e che cercano il busto bronzeo di Leonardo, appartenuto alla sfortunata nave, sul cui cippo è ricordata l’opera distruttiva della “codardia nemica”. Ora il “Recupero della Leonardo da Vinci” è raccontato nel bel volume “La corazzata capovolta”, fortemente voluto dalla direzione dell’Arsenale e pubblicato in occasione delle celebrazioni del 120° anniversario dell’inaugurazione dello stabilimento. Il “Racconto fotografico” illustra nel dettaglio la complessa e laboriosa operazione di recupero della corazzata attraverso le fotografie tratte da lastre ortocromatiche in vetro, trattate con gelatina al cloruro d’argento, custodite presso la Mostra storica artigiana dell’Arsenale M.M. di Taranto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_Suhku9SI/AAAAAAAACDA/hYCn_75seD0/s1600-h/Recupero+leonardo+da+vinci2b.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 248px; height: 242px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_Suhku9SI/AAAAAAAACDA/hYCn_75seD0/s320/Recupero+leonardo+da+vinci2b.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399766174968771874" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Si tratta di immagini quasi tutte inedite, di grande qualità, realizzate con tecnologie allora d’avanguardia, ora davvero “archeologiche”, la cui nitidezza impressiona, ancor più se si considera che si tratta di fotografie scattate, in genere, con macchine di legno con obiettivo fisso e che risalgono in un periodo compreso tra il 1917 (in piena guerra mondiale) e il 1921. Nella sua nota introduttiva al volume, il direttore ammiraglio Giulio Coboldi, ricorda come l’idea editoriale gli sia stata rafforzata dalla personale esperienza vissuta, nei primi anni Ottanta, per l’incarico ricevuto, nel 1981, di partecipare al recupero in basso fondale della ex nave Artigliere, servizio che ebbe sito positivo nei tempi previsti, svolto tutto con personale della Difesa. “Oggi come direttore di questo stabilimento – scrive l’ammiraglio – mi trovo a celebrarne il 120° anniversario della sua inaugurazione, uno degli eventi che mi viene proposto per festeggiare l’anniversario è la raccolta fotografica in oggetto, uno dei principali esecutori che resero possibile quell’impresa, a sua volta e a più riprese nominato nella raccolta, è stato il cap. sommozzatore Armando Andri - una delle fonti bibliografiche e tecniche che hanno reso possibile l’impresa del 1981/82 di recupero della ex nave Artigliere (certo meno impegnativa ma non meno di valore di quella della Leonardo da Vinci) è stato il libro di Andri “Recuperi navali in basso fondale” – chi scrive è l’unico ancora in servizio che ha partecipato al recupero di nave ex Artigliere e probabilmente l’unico che, di conseguenza, sa cosa vuol dire veramente una operazione del genere”. Il fotoracconto illustra, in maniera impeccabile, le varie fasi della complessa ma straordinaria opera di recupero della nave, secondo il progetto di un alto ufficiale del genio Navale, Edgardo Ferrati, effettuato dalle maestranze dell’Arsenale Militare, così come riporta il racconto di sintesi tratto dallo stesso volume. L’effetto che fa sfogliare il volume, che sarà presentato ufficialmente alla città venerdì prossimo, è sconcertante: sembra impossibile che i fatti raccontati si siano svolti quasi un secolo fa e che gli uomini intenti a lavorare a questo faraonica impresa, siano nostri padri ormai immersi in una storia lontana eppure così legati a questa comune esperienza sociale e industriale che è l’Arsenale militare di Taranto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_S63RpjNI/AAAAAAAACDI/rbSY19MU6Qk/s1600-h/Recupero+leonardo+da+vinci2c.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 285px; height: 220px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_S63RpjNI/AAAAAAAACDI/rbSY19MU6Qk/s320/Recupero+leonardo+da+vinci2c.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399766386952735954" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Dal libro&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dopo la grande tragedia la reazione: recuperare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sconforto e commozione sono i sentimenti unanimi; la reazione e immediata: l’11 agosto il Ministro della Marina nomina una commissione affinchè sia studiata la possibilità di recuperare la nave, anche in condizioni di efficienza ridotta. Dopo un lungo e attento esame viene scelto il progetto del Tenente Generate del Genio Navale, Edgardo Ferrati, che consiste nel “sollevamento della nave con aria compressa prima ed elementi di bacino galleggianti poi e suo capovolgimento mediante allagamenti eccentrici”. I lavori iniziano nel mese di dicembre; ovviamente avrà precedenza su di essi ogni altra esigenza di guerra. Il lavoro subacqueo che caratterizza questa prima fase è lungo e duro. I palombari disponibili non bastano: si scelgono e si addestrano giovani volontari.&lt;br /&gt;Con le prime due campane di equilibrio si manda aria nella nave e si riesce, in alcuni locali, ad abbassare il livello dell’acqua. Si recuperano circa 700 tonnellate di munizioni e si tamponano le falle con strutture metalliche. Cambia ad un certo punto il programma: si era deciso per la costruzione di un bacino galleggiante ma le esigenze di guerra rendono impossibile l’approvvigionamento del materiate; si decide quindi, ed è decisione audacissima, di portare nel bacino in muratura la nave galleggiante pur se ancora capovolta. La nave viene alleggerita ulteriormente liberandola delle cinque torri corazzate e dalle altre sporgenze: alberi, fumaioli e torre di comando. Il 17 settembre 1919 il convoglio, “nave capovolta - cilindri di spinta - pontoni”, trainato da quattro rimorchiatori percorre un canale appositamente scavato nel Mar Piccolo, lungo due chilometri e mezzo e largo 45 metri. Il giorno successivo, lentamente, entra nel bacino. L’impresa straordinaria ha impegnato per 30 mesi una media di 150 operatori tecnici militari e civili ed è costata un milione di lire e purtroppo la vita di un palombaro. Prima di iniziare i lavori di carpenteria, dai compartimenti della nave, si recuperano i resti mortali delle vittime rimaste intrappolate nella nave. I lavori all0interno della nave durano fino al gennaio del 1921. Il 22 gennaio la nave capovolta viene rimorchiata in un punto nel Mar Piccolo in cui è stata scavata una fossa. Il convoglio si ferma, è un momento di grande emozione per tutti. Arriva l’ordine e inizia il capovolgimento: a mezzogiorno del 24 la nave gira su se stessa nel senso dell’asse longitudinale, oscilla un istante...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-787225504573469508?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/787225504573469508/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=787225504573469508' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/787225504573469508'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/787225504573469508'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/11/il-recupero-della-leonardo-da-vinci-nel.html' title='Il recupero della Leonardo Da Vinci nel mar Piccolo di Taranto'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Su_TTRkw0lI/AAAAAAAACDY/5y_dr8XuciM/s72-c/Recupero+leonardo+da+vinci3.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-8964795380119899394</id><published>2009-11-01T18:16:00.002+01:00</published><updated>2010-10-15T08:18:18.333+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Diario quotidiano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Ciao, Alda</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Rc3-d39Gg7I/AAAAAAAAAEg/Z-RV7cqskiI/s1600-h/merini_nuda-160.gif"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5029956148032603058" style="margin: 0px 0px 10px 10px; float: right;" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Rc3-d39Gg7I/AAAAAAAAAEg/Z-RV7cqskiI/s200/merini_nuda-160.gif" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;In ricordo di Alda Merini, morta oggi, ripubblico nel mio blog una sua poesia dedicata al suo amore tarantino, Michele Pierri. Cliccando su &lt;a href="http://galeso.blogspot.com/2008/03/michele-pierri-poeta-dimenticato.html"&gt;questo link&lt;/a&gt; puoi leggere un articolo su Michele Pierri.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0); font-style: italic;font-size:78%;" &gt;Ricorda di citare il mio blog, oltre che gli autori dei pezzi, se prelevi qualcosa. Grazie.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Lettera a &lt;/em&gt;&lt;a href="http://www.fieralingue.it/corner.php?pa=printpage&amp;amp;pid=1510"&gt;&lt;em&gt;Michele Pierri&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;"Tu mi parli della tua vita e dell´angelo&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;che ha lasciato in te il profumo della presenza,&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;tu mi parli di solitudini e di antiche montagne di memorie&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;e non sai che in me risvegli la vita,&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;non sai che in me risvegli l´amore,&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;parlandomi di una donna.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Io penso a quella che fui&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;quando morii mill´anni or sono&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;e adesso tua discepola e canto,&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;scendo giù fino al Golfo&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;a toccare la tua ombra superba,&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;o stanco poeta d´amore&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;fissato a una lunga croce." &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em&gt;Foto tratta da: http://www.italialibri.net/contributi/0402-1.html&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-8964795380119899394?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/8964795380119899394/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=8964795380119899394' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8964795380119899394'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/8964795380119899394'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2007/02/un-po-di-poesia.html' title='Ciao, Alda'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Rc3-d39Gg7I/AAAAAAAAAEg/Z-RV7cqskiI/s72-c/merini_nuda-160.gif' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-1450159022134822008</id><published>2009-10-25T09:23:00.001+01:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.573+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>L'Archita e il Palazzo degli Uffici</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153);font-size:130%;" &gt;Intervento a mia firma apparso su "Quotidiano" edizione Taranto del 19 agosto 2009&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È probabile, ma di questo gli ultimi studi non concordano, che nel periodo greco-ellenistico nello spazio oggi occupato dal palazzo degli uffici si estendesse fino all'attuale Via Mignogna l'antico Ginnasio, il famoso Foro del Mercato e il Portico ornato di colonne e di statue, tra le quali furono quelle di Giove e di Eracle, opera del greco Lisippo.&lt;br /&gt;Il destino culturale di questo luogo, se così fosse, sarebbe il continuum storico di più lunga durata della nostra città. Fernand Braudel, probabilmente, prenderebbe ad esempio questo particolare aspetto della città jonica.&lt;br /&gt;La costruzione del Palazzo Orfanotrofio fu iniziata - scrive il preside Medori su uno dei primi numeri di Galaesus, la rivista dell'Archita - fin dal 1791 per decreto del re delle Due Sicilie Ferdinando IV di Borbone. Era inizialmente destinato ad accogliere gli orfani dei militari. Ma, dopo la rivoluzione del 1799, i lavori furono interrotti per lungo tempo. Ripresero nel 1872 e terminarono nel 1894. Il palazzo fu ridotto alla forma quadrangolare attuale su disegno dell'Ing. Giovanni Galeone.&lt;br /&gt;L'inaugurazione ufficiale del palazzo avvenne il 28 giugno 1896. Il Sindaco di allora, Alessandro Criscuolo, si rivolse con queste parole alle scolaresche dell'«Archita»:&lt;br /&gt;«... Venga la nuova scuola: qui il fulgido pensiero del vero, qui le alte e pure ispirazioni dell'arte! L'amore del bello, la fede nel buono dia luce e fiamme, qui, al cuore ed al pensiero di una forte, austera e generosa italica gioventù. Che da queste aule esca a portare nelle case e nella vita, nei pubblici negozi, nel Foro, nella cattedra, sui campi delle battaglie, forza di braccio, di pensiero, di coscienza [...]».&lt;br /&gt;Criscuolo, retoricamente ispirato, terminava così la sua prolusione: «Oh! Archita, filosofo, legislatore, elleno fra gli elleni, o padre nostro sapiente, divinatore e buono, tu, oggi, ritorni in mezzo a noi. L'ombra sua torna, ch'era dipartita.»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che dire altro? Cosa aggiungere, se non che oggi il "padre nostro" Archita, al quale la nostra città ha dedicato solo un meschino parcheggio ed una statua sfregiata in villa Peripato, oltre che il liceo, oggi scapperebbe dalla irriconoscibile Tarentum, da un orrendo Borgo nuovo riempito come un uovo di inutili SUV - emblema spocchioso del tarantino evasore parvenu - deturpato da chianche bianche di pessima qualità, da terribili luminarie finto Ottocento, dai finti sampietrini realizzati in asfalto, dall'abominevole fontana equestre di piazza Bettolo, da quel muraccio marrone che impedisce la visione del mare...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'argomento più importante, credo, è quello di sapere una volta per tutte  cosa vuole farne, la città di Taranto, del più prestigioso edificio del Borgo. La discussione è ormai più che quarantennale, ma ogni volta sorge un ostacolo che impedisce la realizzazione di qualsiasi progetto. A mio modestissimo e piccolissimo parere, ero e rimango contrario a qualsiasi manomissione del manufatto simbolo del Borgo: secondo me questo edificio dovrebbe essere ristrutturato possibilmente in maniera rispettosa della sua storia, e dovrebbe essere destinato a ospitare le istituzioni culturali più rappresentative della città, il Liceo Archita, l'Università, e, di nuovo, la Biblioteca Acclavio. Oppure - perchè no - una pinacoteca!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-1450159022134822008?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/1450159022134822008/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=1450159022134822008' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1450159022134822008'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/1450159022134822008'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/10/larchita-e-il-palazzo-degli-uffici.html' title='L&apos;Archita e il Palazzo degli Uffici'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5953651026266544050</id><published>2009-07-11T12:42:00.000+02:00</published><updated>2009-07-11T12:42:00.889+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sorridiamo un po&apos;'/><title type='text'>Quando ero studente...</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk3g9fqhqvI/AAAAAAAAB-s/SnrPY0y6Vsg/s1600-h/pagelle.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 250px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk3g9fqhqvI/AAAAAAAAB-s/SnrPY0y6Vsg/s400/pagelle.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354182879089896178" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="postbody"&gt;Eh, sì! Quando ero studente io, se prendevo 4 era colpa mia.&lt;br /&gt;Adesso sono un insegnante, e per un 4 è ancora colpa mia...&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5953651026266544050?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5953651026266544050/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5953651026266544050' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5953651026266544050'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5953651026266544050'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/07/quando-ero-studente.html' title='Quando ero studente...'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk3g9fqhqvI/AAAAAAAAB-s/SnrPY0y6Vsg/s72-c/pagelle.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-5058986573344071049</id><published>2009-07-09T08:52:00.000+02:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.575+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>I tarantini alla Guerra di Spagna</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2swfsXv7I/AAAAAAAAB-E/TgI59czXBGA/s1600-h/guerra1.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 320px; height: 175px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2swfsXv7I/AAAAAAAAB-E/TgI59czXBGA/s320/guerra1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354125481154690994" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 153); font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di Sabato 20 giugno 2009 pagina 30&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;I tarantini alla Guerra di Spagna&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Non furono pochi i volontari che si unirono alle forze repubblicane contro i ribelli nazionalisti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di MARIO GIANFRATE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla guerra civile spagnola - conclusasi nell'aprile del 1939 - la Puglia offre un congruo numero di volontari accorsi nella Penisola Iberica per sostenere le forze repubblicane contro i ribelli nazionalisti del generale Franco. I "Nacionales" - che godono dell'appoggio, oltre che dell'esercito e della chiesa cattolica, anche della Germania hitleriana e dell'Italia - sono insorti per rovesciare il legittimo Governo delle sinistre, democraticamente eletto dal popolo.&lt;br /&gt;Dalla provincia jonica, in particolare, a combattere per la libertà giungono in Spagna alcuni volontari: Cosimo Aloisio, un imprenditore edile di Mottola, che sarà successivamente arrestato in Germania per la sua partecipazione alla lotta antifranchista; Domenico Notaristefano, un anarchico di Massafra già espatriato clandestinamente in Francia dopo l'istituzione delle leggi speciali da parte di Mussolini, tendenti a soffocare ogni opposizione al regime fascista.&lt;br /&gt;Comandante della 22^ Brigata mista, il Notaristefano cadrà ad Alfambra, sul fronte del Teruel, il 27 aprile 1937: C'è poi Marco Siciliano, marittimo di Taranto proveniente dall'Unione Sovietica, che entra a far parte del reparto Carri d'Assalto.&lt;br /&gt;Combatte a Cerro de Los Angelès, Pozuelo, Boadilla, Mirabueno e Arganda dove rimane ucciso nel corso di una cruenta battaglia, l'11 febbraio del '37.&lt;br /&gt;Singolare e significativa è la vicenda umana e politica di Gregorio D'Amicis - o De Amicis - di Manduria. Scarne notizie biografiche desunte da una pubblicazione degli Archivi Centrali dello Stato - "Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Puglia", a cura di Katia Massara, Roma 1991 - ci consentono consentono di stabilire che il D'Amicis è nato nella cittadina jonica il 9 aprile 1902 da Salvatore e Pisano Crocifissa; che è coniugato con quattro figli e che, nel periodo in cui risiede a Manduria&lt;br /&gt;esercita il mestiere di "contadino-aggiustatore meccanico". Iscritto insieme ai fratelli Carmelo e Vito alla locale sezione socialista, per sottrarsi al controllo e alle angherie fasciste, soprattutto dopo l'istituzione del Tribunale Speciale, nel 1929 emigra anch'egli furtivamente in Francia, meta di buona parte dei fuoriusciti italiani.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2s1F8c3GI/AAAAAAAAB-M/Y09GkuIUNZA/s1600-h/guerra2.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 251px; height: 165px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2s1F8c3GI/AAAAAAAAB-M/Y09GkuIUNZA/s320/guerra2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354125560142158946" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;E' proprio il '29 l'anno della fuga avventurosa dal confino di Lipari di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti. Il D'Amicis giunge in Spagna nel settembre 1936 e si arruola nella Colonna Italiana. Passato successivamente al Battaglione Matteotti, si distingue per il suo coraggio rimanendo ferito per ben tre volte. Con la sconfitta delle forze repubblicane, il 28 novembre 1939 è internato nel campo di concentramento di Argèles sur Mer. Trasferito il 4 febbraio 1941 a Vernet è consegnato alla polizia italiana al confine di Mentone. Il Tribunale Speciale di Taranto, dove viene sottoposto a processo per la sua attività sovversiva contro i poteri dello Stato, lo condanna a cinque anni di confino a Ventotene, l'isola nella quale è recluso, tra gli altri, Sandro Pertini. Liberato nell'agosto del 1943 in seguito alla caduta di Mussolini, lo spirito non fiaccato dalle sofferenze e dai sacrifici lo spinge a proseguire&lt;br /&gt;nella lotta contro il nazifascismo, per la libertà dalla dittatura e dall'occupazione tedesca. Ritroviamo, infatti, Gregorio D'Amicis tra la popolazione insorta nelle gloriose "quattro giornate” di Napoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;LE FOTO tratte dal libro “Dalla guerra alla pace. Il 900 visto con l'obiettivo di Noè Trevisani”, descrivono le gesta del contingente italiano che affiancò i nazionalisti. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-5058986573344071049?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/5058986573344071049/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=5058986573344071049' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5058986573344071049'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/5058986573344071049'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/07/i-tarantini-alla-guerra-di-spagna.html' title='I tarantini alla Guerra di Spagna'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2swfsXv7I/AAAAAAAAB-E/TgI59czXBGA/s72-c/guerra1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-6724836470907978942</id><published>2009-07-07T09:12:00.000+02:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.576+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Le 'norie', reperti dell'ingegneria contadina</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2vwAlGREI/AAAAAAAAB-U/ugCIKsFfdMo/s1600-h/norie1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 254px; height: 318px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2vwAlGREI/AAAAAAAAB-U/ugCIKsFfdMo/s320/norie1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354128771337569346" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di sabato 30 maggio 2009, pagina 30&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Salviamo le 'norie', reperti dell'ingegneria contadina&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di MARIO SPINISA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si moltiplicano, fermentano e producono le attività del “Comitato per la qualità della vita”. Nel suo progetto “Pietre di città” Carmine Carlucci, l’indefesso coordinatore, aggiunge, con gradimento generale, il ripristino delle norie, cioè delle ngegne, dimenticate e abbandonate, anche oltraggiate dall’uso improprio per fini obliqui. Vogliamo il turismo? Ma chi lo dice negli ultimi tempi?&lt;br /&gt;Siamo senza scrupoli quando imboniamo chi ci ascolta con programmi&lt;br /&gt;ipocriti e senza senso, privi di conoscenze e di dignità. Questi complessi agricoli, strumenti di lavoro per l’emungimento dell’acqua dalle falde sotterranee, ci sono ancora, ma come residui architettonici e cimeli del tempo che fu. Ormai è competenza dell’archeologia recuperarli e metterli in mostra, per non dimenticare.&lt;br /&gt;Allora, che fare? Una voce contadina grida dalla profondità della terra: “Mòrunu mo ti ruzza nfaccia a ssoli cuenzu e ialetti, sciulu e rutieddu” perché “lu funnu ti la ingegna è fattu siccu, li veni honu cicatu intr alla creta”.&lt;br /&gt;Questo marchingegno ha risolto i problemi dell’agricoltura per tanto tempo, in passato, offrendo l’acqua alle colture assetate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2v2jHvafI/AAAAAAAAB-c/bHOYYx-LT8k/s1600-h/norie2.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 254px; height: 186px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2v2jHvafI/AAAAAAAAB-c/bHOYYx-LT8k/s320/norie2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354128883688892914" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei campi risuonava il cigolio delle “ialette”, i secchi metallici (ancor prima di creta) semicilindrici, collegati ad una catena, “lu cuenzu”. Al cigolìo si aggiungeva lo stridere dell’asse orizzontale, “lu spitu”, che muoveva con regolarità la “rota ti l’acqua” collegata alla catena dei secchi, e l’altra al cono dentato, “lu rutieddu”, capovolto, con “la mascènnula”, terminale dell’asse verticale per la rotazione. Completava la musica il raglio scoppientante e lamentoso del tirante, l’asino (o il mulo), costretto a girare bendato”sott allantu”, sulla pista ombreggiata dal gigante della campagna, l’albero di “ciosi”, i gelsi nostrani, bianchi e neri, ossia “pizzicafuèrbici” dal sapore afrodisiaco. Quell’acqua, attinta con tanto amore e smaccata fiducia, veniva spruzzata su “lu ballaturu” grazie alle fascine di “salamienti” incastrate nella ruota “ti l’acqua” e poi lasciata scorrere “intr allu palamientu”, la cisterna dell’acqua, quale deposito anche multiuso. Ci ricordiamo infatti dei versi di quel poeta nostrano che scriveva: “Saponi, non si ni usa a stu paisi? / Saponi?... cce saponi?... La ingegna! tissi…”&lt;br /&gt;Il che equivaleva alla soluzione più naturale ed a portata di mano per restare freschi e puliti d’estate. Dalla cisterna l’acqua passava alla “piledda” di contenimento e di calibraggio per il necessario deflusso nel solco dei canaletti in conci di tufo allineati&lt;br /&gt;con la giusta pendenza sugli archetti romani fino al punto più elevato del campo e dei solchi delle colture (“pummitori”, “marangiani”, “nzalata”, “pagghiotti”, “citrulli”, “piparuli”, etc. etc.). Accanto all’impianto meccanico si costruiva immancabilmente “lu ricuparu”, cioè un locale con volta a botte adibito a stalla e a magazzino. Un albero di “ciosi” generoso di frutti e di ombra, dominava il tutto con la sua chioma folta, gigante, visibile a distanza, quasi a segnare la fertilità e l’abbondanza. Non si può ignorare l’importanza storica e linguistica oltre che paesaggistica della “ngegna”. L’appello del Cqv , ci trova disponibili proprio per questi motivi. Se vi sarà impegno disinteressato, l’opera di chi offrirà il suo tempo libero per una iniziativa tanto lodevole sarà coronata da meritato successo. L’appello è rivolto innanzitutto ai proprietari di questi complessi, perché non li distruggano definitivamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2v-rdzqzI/AAAAAAAAB-k/JX0IqaOCYeU/s1600-h/norie3.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 121px; height: 197px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2v-rdzqzI/AAAAAAAAB-k/JX0IqaOCYeU/s320/norie3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354129023367883570" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dovrà ovviamente seguire un programma di restauri oculato e aperto all’offerta delle risorse necessarie. In ogni caso si vuole ripristinare qualcosa che ci riporti a quei tempi e diventi attrattiva interessante dal punto di vista storico e turistico. Chi attraversa le nostre strade e guarda i campi non può esimersi dalle riflessioni sul paesaggio mutato, che pur lascia intravedere il passato dei sudori e delle difese. Le “ngegne” sono ancora sparse nelle campagne. Denotano il podere adibito a colture multiple per il fabbisogno familiare di un contadino coltivatore diretto. Ricordano sicuramente la presenza della civiltà araba nell’Italia meridionale, cioè parlano ancora di quei rapporti e di quegli scambi di esperienze che promossero con l’integrazione la pace e il benessere, non certo le ostilità e il fanatismo etnico. La maggior parte di quelle che restano risalgono per lo più al 700, al tempo in cui le Confraternite locali disponevano di capitali liquidi che offrivano in prestito ai confratelli per i miglioramenti delle colture nei campi sotto la odiata decima feudale. Ma ora sono là, come residui, coperti di ruggine e di erbacce…&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-6724836470907978942?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/6724836470907978942/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=6724836470907978942' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/6724836470907978942'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/6724836470907978942'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/07/le-norie-reperti-dellingegneria.html' title='Le &apos;norie&apos;, reperti dell&apos;ingegneria contadina'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2vwAlGREI/AAAAAAAAB-U/ugCIKsFfdMo/s72-c/norie1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-3190257779747067357</id><published>2009-07-05T08:34:00.000+02:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.577+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Le arti visive a Taranto al tempo dell'Italsider</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2odmSPXwI/AAAAAAAAB98/UAxu0UoXgWs/s1600-h/italsider.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 320px; height: 199px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2odmSPXwI/AAAAAAAAB98/UAxu0UoXgWs/s320/italsider.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5354120758460112642" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di venerdì 26 giugno 2009 pagina 31&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Uno studio pubblicato da Gianluca Marinelli sulla riviste dell'Università del Salento&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Le arti visive a Taranto al tempo dell'Italsider&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;In “Kronos supplemento”, n. 4, rivista del Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia dell’Università del Salento, Congedo, Galatina, 2008, pp. 179-222, è stato pubblicato il saggio di Gianluca Marinelli “L’Italsider a Taranto. Gli artisti e la grande industria, 1960-1974”. Ne proponiamo una sintesi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il 9 luglio 1960, con un investimento di 377 miliardi di lire, viene posta la prima pietra di quella che presto sarebbe stata definita, non senza una certa enfasi, “la Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo”, nell’area a Nord del Porto Mercantile di Taranto, fra la via Appia e la strada provinciale per Statte. Con l’Italsider, il IV centro siderurgico a ciclo integrale ad essere costruito nel nostro Paese, uno dei più grandi al mondo, ha inizio per Taranto e per il Mezzogiorno un nuova fase storica, caratterizzata dall’entusiasmo per il ciclo di modernizzazione, il boom occupazionale e dei consumi, ma anche dalla rapida distruzione di realtà particolaristiche locali (culturali e paesaggistiche), il sorgere di nuove forme di inquinamento e di alienazione. Tali contraddizioni dello Sviluppo si deducono, in particolare, dall’analisi delle vicende artistiche a Taranto tra gli anni Sessanta e Settanta. È quello che ha cercato di dimostrare Gianluca Marinelli, pubblicando sulla rivista “Kronos supplemento 4” dell’Università del Salento, il saggio dal titolo L’Italsider a Taranto.&lt;br /&gt;Gli artisti e la grande industria, 1960-1974, frutto di rigorose e appassionate ricerche. Lo studio parte da una riflessione sulla politica culturale portata avanti dall’Italsider negli anni cruciali della crescita economica del nostro Paese. Essendo un’azienda a partecipazione statale, nella quale l’aspetto economico non poteva essere disgiunto dalla responsabilità sociale, l’Italsider si distinse soprattutto per la capacità di trasformare le esigenze di comunicazione aziendale in vere e proprie operazioni culturali, puntando sui registri alti della letteratura, del cinema, del teatro e dell’arte. Valgano alcuni esempi: l’esperienza della “Rivista Italsider”, tra i più originali house organ internazionali, dove comparivano sulle prime di copertina le opere dei maggiori artisti del tempo; il patrocinio dell’Italsider ad importanti manifestazioni culturali, come la quinta edizione del Festival dei DueMondi di Spoleto (1962), in occasione della quale dieci artisti di fama mondiale (Calder, Carmi, Franchina, Consagra, Chadwick, Colla, Pepper, Lorenzetti, Pomodoro, Smith) furono ospitati negli stabilimenti Italsider sparsi in tutta Italia, per creare opere maestose in acciaio; il coinvolgimento di Eugenio Carmi, tra i maggiori artisti astratti italiani del Novecento, in qualità di consulente grafico dell’azienda. Chiamato a creare un volto per la grande impresa siderurgica, Carmi svolse questo compito in maniera assolutamente originale, realizzando interventi grafici che non esclusero nessun aspetto della vita e dell’attività aziendale, raggiungendo un grado di capillarità davvero sorprendente. Tra le operazioni più interessanti, spicca la lavorazione alla segnaletica antinfortunistica, per la quale l’artista genovese creò immagini affidate a geometrie essenziali, e la scultura in ferro progettata per l’Italsider di Taranto, nel 1965, ossia l’anno in cui entrò in funzione il ciclo integrale dell’acciaio nello stabilimento siderurgico jonico. Ampio spazio è poi dedicato, nello studio di Marinelli, al Circolo Italsider di Taranto.&lt;br /&gt;Il circolo nasce come spazio polivalente aperto alla creatività, alla fantasia e al dialogo, per valorizzare il tempo libero del lavoratore.&lt;br /&gt;In particolare, il Circolo Italsider di Taranto, attivato nel febbraio 1963, attraverso la sua programmazione artistica, ha inseguito la duplice finalità di avvicinare ai fatti dell’arte la forza lavoro costituitasi con la recente industrializzazione, proponendo rassegne di ampio respiro, e di valorizzare le più avanzate esperienze artistiche espresse dal territorio. Le mostre antologiche di William Hogart ed Eduard Steichen, le edizioni di opere grafiche di noti artisti per i lavoratori del Siderurgico a prezzi ridotti; la pubblicazione, a cura del Circolo, dei libri di poesie tecnologiche di Michele Perfetti, con le quali l’intellettuale denunciava l’acritico consumismo che cominciava a diffondersi anche a Taranto, e il coinvolgimento nelle principali attività culturali di artisti e intellettuali del calibro di Eugenio Battisti, Franco Sossi, Vittorio Del Piano, Luigi Flauret, Ciro De Vincentis, Pietro Guida, Emanuele De Giorgio, Eugenio Miccini, lo stesso Perfetti, a voler fare solo alcuni nomi, danno la misura dello spessore qualitativo di tali iniziative.&lt;br /&gt;Tra queste, spicca, per la sua originalità, la rassegna dal titolo Uno spazio per l’arte, allestita dal dicembre 1974 al gennaio 1975 e curata da Sossi negli spazi della nuova sede del Circolo: la Masseria Vaccarella, nei pressi del quartiere Paolo VI.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-3190257779747067357?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/3190257779747067357/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=3190257779747067357' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3190257779747067357'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3190257779747067357'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/07/le-arti-visive-taranto-al-tempo.html' title='Le arti visive a Taranto al tempo dell&apos;Italsider'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/Sk2odmSPXwI/AAAAAAAAB98/UAxu0UoXgWs/s72-c/italsider.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-7401151251993914291</id><published>2009-07-03T08:32:00.005+02:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.577+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Le radici Arberesche di Carosino</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Articolo tratto dal Corriere del Giorno di venerdì 26 giugno 2009 (pagina 31)&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;Le radici Arberesche di Carosino&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di MICOL BRUNI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carosino resta al centro di un processo di rilettura storica in termini di indagini etno – antropologiche. Proprio per questo discutere a Carosino di minoranze linguistiche ha un senso. L’antica Arberia Ionica presenta delle chiavi di lettura storiche che intrecciano sia la vita “politica” sia la realtà cultuale. La questione religiosa è stata sempre un riferimento che ha riguardato i rapporti tra Occidente ed Oriente allò’interno della realtà del Regno di Napoli ma anche prima. I casali Italo–albanesi hanno fortemente risentito di un conflitto religioso che si basava sul rito. Soprattutto i popoli provenienti dal rito bizantino e ortodosso hanno trovato nella Puglia una non facile situazione. L’esempio ci è dato da tutto quel territorio che veniva chiamato, appunto, “Arberia tarantina”. Un esempio emblematico resta Carosino in provincia di Taranto. L’attuale Carosino sorge, a detta del Chirulli, sui ruderi dell’antico Citigliano o Citrignano, fondato pare nel 927 da tarantini che fuggirono dalla loro città investita dalla furia saracena, mentre altri fuggiasci fondarono San Giorgio Jonico.&lt;br /&gt;Nel 1462 Citigliano fu distrutto dagli Albanesi di Skanderbeg, durante la guerra contro il principe Orsini, e riedificato da loro stessi dopo la sua sconfitta.&lt;br /&gt;Solo quando gli episodi di questa guerra erano stati in parte dimenticati, gruppi di Albanesi poterono stabilirsi a Citigliano, ripopolandolo, e così in poco tempo si ebbe Carosino, Albanese per popolazione e feudatario.&lt;br /&gt;Circa l’etimologia del nome Carosino, dato certamente dagli Albanesi oppure dai monaci basiliani, possiamo dire che esso non deriva da "Corone", città albano-greca della Morea come sostiene l’Arditi, dato che già nel 1507 il paese porta tale nome, ancora in cui ancora i Coronei non erano venuti in Italia.&lt;br /&gt;Né il nome deriva da "Caro sito" perché "sito" non significa seno. Pare invece che "Carosino" non sia altro che la traduzione di "eu-kseinos" – buono per gli stranieri (ospitale), quindi (mare) buono per gli stranieri, nome dato al Mar Nero dopo il passaggio degli Argonauti. Gli Albanesi, orientali di rito bizantino, veneravano la Madonna di Costantinopoli, di cui portarono con sé il ricordo, la devozione e forse l’icona stessa. Se infatti a Carosino la Madonna prende il nome di Santa Maria di Carosino, non è altri che la Santa Maria del Ponto Eusino (del Bosforo), ossia di Costantinopoli. E se anche tale nome fu dato al paese prima degli Albanesi, esso fu certamente dato dai monaci basiliani, orientali di rito bizantino.&lt;br /&gt;Nel 1527 ebbe il feudo il figlio di Ermenegildo Simonetti, Giovanni Antonio, al quale succedette Mario. Oberato di debiti, Giovanni Antonio vendette i suoi feudi alla signora Giulia Muscettola che comprò il casale di Carosino nel 1613 per 10.120 ducati. In seguito il casale passò al figlio Fabio Albertini, principe di Faggiano. Non meno importanti sono le vicende religiose del paese. Il suo santuario di Santa Maria fu molto celebre. Il rito greco ebbe un forte incremento perché al santuario accorrevano sacerdoti dai paesi vicini, fino a quando non ci fu la visita dell’Arciv. Lelio Brancaccio. Questi giunse a Carosino nel maggio 1578. Fu ricevuto dall’abate Giovanni Battista Simonetti, dal prete greco Demetrio Capuzzimati del casale di San Martino e dal popolo.&lt;br /&gt;L’arcivescovo volle esaminare la condotta del cappellano e le rendite della chiesa, ma dalla baronessa, vedova del barone Simonetti, seppe che l’abate lasciava molto a desiderare per i suoi costumi e che le offerte erano male amministrate.&lt;br /&gt;La chiesa era costruita a forma di croce con tre porte. Nel Tabernacolo si conservava l’Eucarestia il pane azzimo in un calice e il pane fermentato in una pisside di legno, rivestita di carta bianca. In un’ampolla di vetro era il crisma consacrato da un vescovo greco. Il vero parroco era sempre quello greco, che amministrava i sacramenti agli Albanesi e agli altri di rito latino. Quelli che non volevano farsi battezzare dal prete greco andavano a Grottaglie. Poiché però si cercava in ogni modo di ostacolare il rito greco, e si favoriva quello latino, ben presto quest’ultimo prevalse, anche perché s’impose agli Albanesi di recarsi a San Giorgio qualora volessero ricevere i sacramenti nel rito greco.&lt;br /&gt;Il rito perdurò fino al sec.XVII, quando si sa da documenti che tutti gli abitanti di Carosino avevano abbracciato il rito latino. Infatti, nella relazione della visita di Mons.Pignatelli del 1683 non si fa più alcun cenno del rito greco. Dalla perdita del rito alla perdita della lingua. L’unica comunità dove la lingua continuerà ad essere un riferimento con la storia albanese è San Marzano. Ma l’intera geografia ionica tarantina ha una forte tradizione radicata nella cultura dei Balcani.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-7401151251993914291?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/7401151251993914291/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=7401151251993914291' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7401151251993914291'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/7401151251993914291'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/07/le-radici-arberesche-di-carosino.html' title='Le radici Arberesche di Carosino'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-3612528012197135849</id><published>2009-06-25T13:42:00.003+02:00</published><updated>2010-10-15T08:15:14.579+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Storia e Cultura di Taranto'/><title type='text'>Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SkNjMsYZ6HI/AAAAAAAAB7M/ofg1UyD4-UY/s1600-h/Masseria+Solito.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 400px; height: 217px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SkNjMsYZ6HI/AAAAAAAAB7M/ofg1UyD4-UY/s400/Masseria+Solito.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5351229851969382514" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Masseria Solito&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La dote di mia madre fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito.&lt;br /&gt;La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica.Vasta e varia di culture, man mano che i suoi proprietari precipitavano verso la rovina, si era andata liberando dei suoi campi, dei suoi oliveti, dei suoi giardini a noria, e intanto era rimasto il suo cuore, lì dove s’apriva il grande frantoio. Quell’ultimo lotto era stato acquistato da un tal canonico Vergine, che a sua volta s’era alzata una casetta per i suoi ozi estivi.&lt;br /&gt;La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco.&lt;br /&gt;Nella ferrata che chiudeva l’arco del portone campeggiava la lettera V: mio padre non ebbe bisogno di mutar quelle lettere. Ma molte cose mutò col tempo.&lt;br /&gt;Ho sulla mia tavola la carta planimetrica di Solito: d’improvviso abrraccio, nel tempo, l’opera di mio padre, e il suo sforzo di costruttore. E, anche il suo amore per Solito.&lt;br /&gt;Nella casa di Solito noi vivemmo lunghi anni, crescemmo, ci educammo alle alterne vicende della buona e della mala sorte. Conoscemmo il riso e il pianto della fanciullezza ignara, ci aprimmo ai primi sussulti della adolescenza, alle prime meditazioni, ai primi giudizi sugli uomini e sulle cose, ai primi errori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da G. C. Viola, PATER, ed. Scorpione, Taranto 2003.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Immagine: da www.tarantosera.it&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5621875590690420340-3612528012197135849?l=galeso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://galeso.blogspot.com/feeds/3612528012197135849/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=5621875590690420340&amp;postID=3612528012197135849' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3612528012197135849'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5621875590690420340/posts/default/3612528012197135849'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://galeso.blogspot.com/2009/06/masseria-solito-un-brano-di-c-g-viola.html' title='Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola'/><author><name>Gianluca Lovreglio</name><uri>https://profiles.google.com/113618513731797289389</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='//lh6.googleusercontent.com/-41ojm1ZcYnI/AAAAAAAAAAI/AAAAAAAADN4/tBavNrQJcrE/s512-c/photo.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SkNjMsYZ6HI/AAAAAAAAB7M/ofg1UyD4-UY/s72-c/Masseria+Solito.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5621875590690420340.post-6068949039714972565</id><published>2009-06-02T14:08:00.005+02:00</published><updated>2010-10-15T08:18:18.334+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Diario quotidiano'/><title type='text'>I miei concittadini evasori</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SiUYRgOTI5I/AAAAAAAAB2k/wQKZ4ufzDVI/s1600-h/Parcheggio+selvaggio+piazza+Carmine2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer; width: 400px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_zkyoSdfTWqo/SiUYRgOTI5I/AAAAAAAAB2k/wQKZ4ufzDVI/s400/Parcheggio+selvaggio+piazza+Carmine2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5342703221931713426" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(0, 0, 153);"&gt;Diciamo che a giudicare dai suv che stazionano prepotenti intorno a casa mia, non era affatto difficile  intuire che la mia città fosse abitata da evasori fiscali professionisti. So dove abitano. Li vedo ogni giorno, sotto casa, a far spese nei negozi di lusso, o seduti ai tavolini in piazza, di fronte al Carmine. Mi fanno schifo, schifo schifo, ogni giorno di più...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Taranto regina delle ville. Ne ha il triplo di Bologna&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Giornale, 31 maggio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E pensare che Bernardo Provenzano, il boss dei boss, viveva nascosto in un tugurio, un casale in campagna dove conduceva una vita frugale. Lo costringeva la latitanza, altrimenti a Palermo avrebbe potuto godersi la particolare abbondanza di case di lusso. Al catasto risultano come abitazioni di pregio l’11,7 per cento del totale delle case. Come dire che più di una casa su dieci è una villa o un appartamento signorile. Ancora meglio va a Taranto, dove le abitazioni di pregio sono quasi il 13 per cento. Entrambe le città hanno un reddito pro capite intorno ai 13mila euro. A Bologna, con 10mila euro di reddito medio in più, le case di lusso sono il 3.5 per cento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;L’Italia divisa a metà: dall’evasione&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;di Enza Cusmai&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il Giornale, 31 maggio 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Milano - Per dare l’idea di quanti evasori siano stati pizzicati con le mani (fuori) dal 740 negli ultimi sei anni, il centro studi degli Artigiani di Mestre ha usato una metafora: a riunirli tutti, potrebbero riempire una città come Taranto. I ricercatori della Cgia hanno scelto a caso il capoluogo pugliese. Ma se avessero avuto sottomano la mappa geografica dell’evasione fiscale, si accorgerebbero di aver pescato una delle città che meriterebbe un approfondito esame da parte dell’Agenzia delle entrate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il capoluogo pugliese, come quasi tutto il Mezzogiorno, vive abbondantemente al di sopra dei propri mezzi. Come fa il crotonese medio, che guadagna 13.500 euro l’anno, a comprare più auto di lusso di chi vive a Torino o a Biella? E come fa il ragusano a consumare il doppio della benzina dell’abitante di Cuneo, e più energia e carburante perfino del milanese?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A porre la domanda è il clamoroso risultato di una ricerca elaborata dal Centro studi Sintesi di Venezia, una società di ricerche economiche e di mercato che ha fatto due conti semplici semplici: ha incrociato, provincia per provincia, i redditi medi che risultano dai dati ufficiali con quelli relativi ai consumi. Il risultato è inquietante: i redditi medi del Sud sono quasi la metà di quelli del Nord Italia. Eppure molte province meridionali consumano più benzina ed energia elettrica, hanno visto il numero di auto di lusso in circolazione superare quello di città del Nordest da sempre tacciate di essere capitali dell’evasione fiscale, i conti in banca crescere molto più in fretta di quelli di solide città industriali del Nord.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’imponibile sottratto alle casse dello Stato, dicono le stime della Cgia, ammonta a circa 200 miliardi di euro l’anno e da sempre a essere crocifissi sono i piccoli imprenditori del Nordest, gli idraulici della Brianza, i dentisti delle grandi città. Che pure avranno le loro magagne da spiegare al fisco. Ma questa ricerca fa luce anche sulla reale entità del «nero» al Sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I redditi percepiti a Taranto, tanto per restare nella città dell’esempio iniziale, sono distanti anni luce dal tenore di vita assunto dai suoi abitanti che, in media, dichiarano un reddito di circa 13.500 euro l’anno ma spendono di benzina ben 248 euro a testa e vivono in una città in cui più di una casa su dieci è di lusso. Ma non è solo Taranto a mettersi in cattiva luce nei confronti del fisco. È in buona compagnia assieme a Crotone, Caserta, Siracusa, Catania.&lt;br /&gt;Insomma al Sud, si spende più di quanto si guadagna con evidenti incongruenze tra i redditi percepiti e il tenore di vita assunto. Basta controllare alcuni indicatori significativi per rendersene conto: consumi alimentari, energia elettrica, benzina, immatricolazioni di autovetture di grossa cilindrata, apertura di depositi bancari a dispetto della crisi, abitazioni di pregio esistenti. Tutti segnali che invitano a diffidare delle ricorrenti grida di allarme lanciate dalle statistiche sul Sud, terra di disoccupazione permanente. In realtà, questa denuncia rivela che non basta presentare un reddito misero per essere poveri. Bisogna verificare se, in realtà, è il solo stipendio denunciato al Fisco che entra davvero in famiglia. E sulla base di questa classifica provinciale, l’Italia sembra spaccata in due. Congruenza tra redditi e stili di vita si riscontrano nelle province del Nord-Italia e nella dorsale adriatica. Il premio delle più corrette? Va a Prato, Bologna, Forlì-Cesena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Taranto, evasori di... lusso&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tarantosera, lunedì 1 giugno 2009&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brutti, sporchi, cattivi ed ora anche evasori fiscali. A Taranto ci sono il triplo delle case di lusso che ci sono a Bologna, eppure il reddito medio pro capite dichiarato tra i Due Mari è di gran lunga inferiore a quello che si dividono all’ombra della Torre degli Asinelli. Quanto basta per riattizzare il pregiudizio sui meridionali, scansafatiche, spendaccioni e adusi a campare sulle spalle dello Stato. Magari a spese degli italiani che lavorano e pagano le tasse. Questa volta ci è andata di mezzo proprio Taranto, grazie ad un articolo sull’ evasione fiscale in Italia pubb
